lealtà

di Domenico Fina

Lealtà comincia come un’elegia, con una citazione tratta da Caro Michele di Natalia Ginzburg:

Ti auguro ogni bene possibile, e spero che tu sia felice, ammesso che la felicità esista, ma gli altri lo credono, e non è detto che non abbiano ragione gli altri.

Come nel primo romanzo – L’età lirica, 2012 – anche nel secondo, più vasto e maturo, Letizia Pezzali mette in scena personaggi che, forse, si aspettano troppo dall’amore; su questo sentimento prevaricante riflettono e diventano un egregio occhio mobile e comico sulla realtà e su se stessi.

Nella presentazione a Radio3 (25 gennaio 2018), Lealtà viene delineato come un romanzo incentrato su Giulia, la protagonista, “scritto in modo molto serrato e con una grande arte del dialogo”. Si dice ancora, che Michele, il protagonista maschile, oggetto d’amore di Giulia, non viene ritratto come uomo degno di particolari virtù, ma piuttosto come un uomo d’altri tempi che rimanda ad immagini novecentesche – la copertina de La paga del sabato di Fenoglio: un uomo distinto non molto a suo agio nella frenesia dei mercati. Michele da Milano andrà a lavorare a Londra per poi tornarsene a Milano. Tra Giulia e Michele, quando si conoscono, lei 22enne e lui quarantenne, ci passano generazioni e immaginari differenti. Lui ragazzo negli anni ’80, lei ragazza al principio del terzo millennio.
Quando Giulia vede, per la prima volta, Michele è una studentessa universitaria, Michele viene invitato da Londra a Milano a presentare Il manuale dell’investitore; è descritto come un uomo alto, non altissimo, con qualcosa di imponente, elegante, con abiti di qualità superiore di quelli che si vedevano in giro. Qui Giulia è già dentro la sua rappresentazione, nota che ha una fede nuziale dorata, quando finalmente riesce ad avvicinarlo è come un occhio fotografico che segue minuziosamente ogni movimento del corpo:

Morse l’interno della guancia e mi strinse la mano. Pensai che non lo conoscevo, ma per qualche ragione sapevo chi fosse. Era una persona inconfondibile: vidi la sua sensualità attraversare tutta la sua esistenza.

In un racconto famoso di Edna O’Brien la protagonista viene investita, allo stesso modo, da una emozione veemente:

Disse semplicemente il mio nome. – Marta, – disse, e capii che stava succedendo di nuovo. Mi tremavano le gambe sotto la grande coperta bianca e avevo la testa confusa, anche se non ero ubriaca. È così che m’innamoro. Era seduto davanti a me. L’oggetto dell’amore.

Il personaggio di Giulia, descritto come una ragazzona che ha la capacità di turbare e farsi pensare è principalmente la storia di un conflitto interiore tra un pensiero fisso e le variazioni sul tema per poterlo dominare. Un gioco serio, dunque.

L’ossessione amorosa si basa su una fede di tipo religioso: nulla può essere messo in dubbio, la mente passa in secondo piano, subentrano i guardiani della sacralità, la sacralità della passione. Su tutto aleggia uno spirito quindicenne.

A me Giulia ha fatto pensare, tra le altre suggestioni, a un passaggio bellissimo di un racconto di Alice Munro, Bardon, autobus N. 144. Una donna ossessionata da un uomo che ha perso di vista, pensa:

Le immagini e il linguaggio della pornografia e dell’amore si assomigliano: sono monotoni ed esercitano un fascino automatico che porta dritto alla disperazione. Ma in fondo la decisione da prendere si riduce a questo: Vuoi essere pazza oppure no? Personalmente mi manca l’energia, la semplice ardente volontà di rimanere pazza a lungo.

Oggi ha 32 anni, si guarda attorno, lavora a Canary Wharf al tempo della Brexit. Canary Wharf è un elegante quartiere edificato negli anni ’90, sede di banche commerciali come Morgan Stanley. Dalla fermata della Metro si sale verso un punto luce per emergere al centro di una piazza circondata da grattacieli grigioazzurro. Qui si prova una strana sensazione di benessere. Accanto vi scorre il Tamigi e tutto è pacificamente ordinato. Nella sua mente tutto è ancora compresente, di tanto in tanto torna a momenti vissuti dieci anni prima, in passaggi toccanti:

A quei tempi parlavo in modo strano. La voce, il tono. Producevo degli scatti brevi, come se avessi dovuto ricaricarmi di tanto in tanto. In più mi capitava di prendere lunghe pause fra le frasi, spesso mi fermavo alla ricerca delle parole adatte. Da quando ho iniziato a lavorare sono migliorata, ho imparato dei trucchi, anche se resta faticoso, per me.
Si rivede com’era, una ragazza dagli slanci improvvisi: «Baciare tutto e tanto, pensare: “Questo è il sesso veramente”. Non avvertire il ridicolo della propria enfasi».

Oggi, Giulia, partecipa a matrimoni, in cui osserva tutto con piglio comico, che in alcuni passaggi ricorda i dialoghi di Paolo Sorrentino. Il suo capo, Seamus, si è appena sposato, in Sardegna:

Il prete, fatto arrivare apposta dall’Irlanda, era giovane, atletico, a suo agio nella piccola chiesa del paese poco distante dal resort. Somigliava un po’ a Daniel Day-Lewis, coi capelli in ordine. Parlò dell’amore come esercizio di volontà. Non solo nel senso di essere fedeli, ma pure nell’altro senso: non soffochiamo la persona amata, limitare gli eccessi di amore, se no non è più amore, è far del male.

Letizia Pezzali alla radio ha dichiarato che Lealtà, nel romanzo oltre ad essere una citazione del poeta Seamus Heaney – “Se parlerai di noi, fallo con lealtà” – è come un tenersi in qualche maniera in contatto con quel sentimento scombinatutto che Giulia aveva saputo provare e dal quale ha saputo trarre una saldezza insperata. Lei, una ragazza senza particolari amicizie, immersa in un’attività forsennata, con una madre malata, con un padre che non ha conosciuto, essendo morto quando sua madre era incinta di lei. Oggi si usa dire, mutuando un concetto di Nassim Nicholas Taleb, Antifragile, per significare la saldezza che scaturisce avendo prosperato nel disordine, di chi mette a rischio la propria sanità mentale. In fondo si è sempre detto, in altri termini e parole. Due tra i versi più belli di tutti sono di Czeslaw Milosz, quando afferma: “E il cuore non muore / quando sembra che dovrebbe”.

Il racconto Oggetto d’amore (1968, di Edna O’Brien) termina con queste parole:

Ogni tanto ci vediamo. Diciamo che le cose sono tornate alla normalità. Per normalità intendo una condizione che mi permette di notare la luna, gli alberi, lo sputo fresco sul marciapiede. Guardo gli estranei e riconosco in loro una traccia del mio disagio; faccio parte della quotidianità, ecco.

Lealtà termina in altra maniera, che non dirò, ovviamente. Su Repubblica la recensione al romanzo, a firma di Stefano Massini, ha come titolo: L’amore va in Borsa. Vale anche e soprattutto come borsa, scritta in minuscolo, per intendere qualcosa che sta sempre con noi, un amuleto.
Come in Montale:

Ti salva un amuleto che tu tieni vicino alla matita delle labbra, al piumino, alla lima: un topo bianco, d’avorio; e così esisti!

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