A Parigi con Colette Molica

di Mariolina Bertini

I due scrittori francesi del Novecento che hanno ispirato il maggior numero di biografie sono certamente Proust e Colette: il sedentario Proust, barricato tra i suoi quaderni dalla copertina nera, e l’inafferrabile Colette, sempre in movimento, dai palcoscenici del café-chantant alle retrovie della Grande Guerra, dal Moulin Rouge all’ippodromo di Longchamp, dall’appartamentino della Bella Otero ai locali frequentati da eleganti signore in abiti maschili. Gli elementi di fascino di queste due esistenze per un lungo tratto contemporanee sono molti: l’intreccio enigmatico tra la vita e l’opera, la spregiudicata ricerca di una felicità fuori dalle regole, lo spazio inusuale riservato a ricordi d’infanzia per nulla convenzionali. Ma c’è un altro elemento, di cui ha ben capito l’importanza l’autore di questo libretto dalla grafica accattivante (Angelo Molica Franco, A Parigi con Colette. Persone, luoghi, ricordi, pp. 116, 12 €, Giulio Perrone, Roma, 2018): la scena parigina, quel mondo dei salotti, dei teatri, dei caffè, degli ateliers dei pittori, che ha fatto da sfondo alle vite parallele dell’autore della Recherche e della creatrice di Chéri. Lo charme desueto e irresistibile di quel mondo, fissato dalla pittura degli impressionisti – ma anche di artisti meno innovatori, come Jean Béraud o James Tissot – avvolge in un’aura di seduzione ogni frammento, anche il più insignificante, di quelle due esistenze, e lo immerge nella luce ovattata della fin de siècle, nella luce d’acquario dell’età dell’Art Nouveau.

Beraud 2 images-1.jpg
Figura 1. Jean Béraud, La chiesa americana di Parigi

Traduttore di parecchie opere di Colette, Angelo Molica Franco è andato gradualmente immergendosi sempre più nel mondo della sua autrice, cercando nella memorialistica e nelle ricostruzioni storiche tutte le informazioni necessarie per completare le descrizioni elusive o gli aneddoti evocati rapidamente nelle pagine autobiografiche colettiane. In questo volumetto spumeggiante ci invita a condividere questa sua esperienza, e a entrare con lui nella Parigi della belle époque. Al Palazzo del Ghiaccio, ci mostra una Colette giovane sposa, ritratta da Jean Cocteau mentre siede in compagnia del marito Willy, dell’attrice Polaire e dell’amato piccolo bull Toby chien.

jean-cocteau-willy,-polaire,-toby-chien-et-colette-au-palais-de-glace---circa-1935.jpg
Figura 2. Jean Cocteau: Willy, Polaire Colette et Toby Chien au Palais de la Glace

La Colette che approda a Parigi nel 1893 è (sono ancora parole di Jean Cocteau) “una Colette sottile, sottile; una specie di minuscola volpe vestita da ciclista, un fox terrier con la gonna”. Il suo fascino ha qualcosa di ipermoderno, di trasgressivo, di irregolare, che il marito Willy, mondano e bohémien, valorizza sapientemente e sfrutta con un certo cinismo. La storia dell’esordio letterario di Colette, che il marito arruola tra i propri nègres, è notissima, come quella della successiva ribellione della giovane scrittrice assetata di libertà; non dispiace però ritrovarla nelle pagine di Angelo Molica Franco, perché quel che tutti sappiamo qui è rinarrato con grazia, in un’ampia cornice di saporosi dettagli d’epoca.
La vita di Colette, dagli esordi mondani agli scandali, sino alla pacata maturità e agli ultimi anni trascorsi scrutando con immutata curiosità la commedia umana da una finestra del Palais Royal, si intreccia in questo libro con la storia di Parigi. Ad esempio, un lungo prologo sulla nascita del Moulin Rouge, sui fantasisti e le danzatrici che ne fecero la fortuna, sui pittori e gli illustratori che ne consacrarono l’immagine, ci introduce al racconto della tumultuosa serata del 1907 in cui Colette vi si esibisce nella pantomima Sogno d’Egitto. Nel contesto di quel mondo frivolo, colorato, d’inesauribile vitalità, l’esibizione di Colette che impersona un’improbabile mummia, richiamata alla vita con un bacio da un egittologo che altri non è che la sua compagna, la marchesa di Morny, fornita per l’occasione di folti mustacchi in pelo di gatto, acquista un rilievo e un’evidenza particolarmente efficaci. Egualmente opportuna l’evocazione della piena della Senna del 1910, con piazze e boulevards trasformati in canali sui quali, sotto la fitta nebbia, imbarcazioni improvvisate trasportano gli abitanti. Parigi reagisce ai disagi con disinvoltura, inventiva, senso dell’umorismo: nell’affrontare imprevisti e disastri, mostra lo stesso pragmatismo e lo stesso coraggio che Colette saprà trovare davanti alle vicissitudini di due guerre mondiali.

crue-1910-bd-saint-germain.jpg
Figura 3. Parigi, 21 gennaio 1910: la grande alluvione della Senna

L’ultimo capitolo di questo viaggio nel mondo di Colette si lascia alle spalle Parigi e il Novecento per portarci in quello che è diventato uno straordinario lieu de mémoire: la casa natale della scrittrice a Saint-Sauveur–en-Puisaye, restaurata e aperta al pubblico dalla Société des amis de Colette. È il luogo dove – scrive l’autore – “tutto inizia e insieme si compie”, nel tempo ritrovato sotto il segno della figura materna.
Spero che non saranno pochi i lettori spinti, da queste pagine affettuose, a riprendere in mano Colette, ad esempio il Meridiano curato da Marina Giaveri o i bei volumi Adelphi cui le librerie dovrebbero riservare un posto d’onore. Disgraziatamente alla deliziosa grafica di questo piccolo libro non ha corrisposto una cura altrettanto attenta del testo: gli errori di stampa sono numerosi, come le frasi bisognose di qualche aggiustamento. Ma questo è un problema che oggi accomuna, purtroppo, la grande e la piccola editoria.

Annunci