Verri Partigiano Inverno neve

di Tiziano Ziglioli

Tutta la vicenda del romanzo Partigiano Inverno di Giacomo Verri è racchiusa all’interno di una “bolla temporale”: una sospensione della Storia, in cui qualcosa è ormai finito e qualcos’altro deve ancora cominciare; una manciata di giorni, tra il 1 e il 24 dicembre 1943, che ha il suo culmine e il suo momento di frattura nella mattina del 22 dicembre, quando dieci persone vengono fucilate davanti alla chiesa di Sant’Antonio, a Borgosesia.
È un tempo strano dentro la strana guerra che fino ad allora ha vissuto la Valsesia, perché è un tempo fuori del tempo, per così dire; un tempo di attese e di presentimenti, in cui si mescolano continuamente le dimensioni del presente, del passato e del futuro; un tempo non lineare, senza forma, tutto interiore, in cui si dipanano i pensieri dei tre protagonisti: pensieri difficili, cruciali, che i tempi di pace non conoscono e non richiedono, fino al trauma finale, fino all’eccidio che rimette in moto per tutti il tempo e la Storia.
Anche lo spazio della vicenda è racchiuso entro limiti ristretti: il centro di Borgosesia, in cui avverrà la fucilazione dei dieci martiri; il monte Fenera, incombente sullo sfondo della città; un po’ più lontano il monte Briasco, nel quale ha la sua base il reparto partigiano di cui fa parte Jacopo, uno dei protagonisti.
Sono tutti spazi dal forte valore simbolico e allusivo. Gli sventramenti edilizi del centro borgosesiano hanno qualcosa di doloroso; alludono fin dal principio a ben altra ferita, sanguinante e ripugnante insieme, che presto si aprirà nel ventre della città. Il monte Fenera, con la sua solitudine orgogliosa, con la sua geologia labirintica e la sua massa eteroclita, ha il fascino di un enigma e forse per questo suggerisce continuamente a un altro dei protagonisti, Italo, riflessioni intricate e perplesse. Il monte Briasco invece, difeso dai suoi boschi e trasfigurato dall’idealismo di Jacopo, acquista subito una dimensione quasi favolosa, incantata, da poema cavalleresco.
Ma questi luoghi si presentano anche come “paesaggi dell’anima”, in cui si riflette lo stato d’animo e la condizione esistenziale dei protagonisti. Ad esempio, le vie di Borgosesia, raggelate e umide, sembrano l’esatto correlativo oggettivo dell’anima altrettanto raggelata, paralizzata e fiacca dell’anziano professore Italo Trabucco.
In ogni caso sono tutti spazi fortemente soggettivi, che prendono forma e sostanza dalla coscienza inquieta o turbata o esaltata dei protagonisti, ne sono completamente saturati e impregnati; forse per questo hanno sempre qualcosa di informe, di sfuggente, starei per dire di “liquido”. Il risultato più interessante è che questi luoghi, per chi li conosce bene, diventano “altro”: più profondi, più strani e quindi più interessanti; diventano insomma letteratura, e noi li vediamo con uno sguardo nuovo.
Anche i personaggi in questo romanzo sono figure quasi del tutto simboliche: non agiscono, non determinano gli eventi, al massimo li subiscono ma senza starci mai del tutto dentro. Il loro senso non sta in quello che fanno (poco o nulla), ma in quello che sono e che rappresentano. I loro stessi nomi, di ascendenza letteraria, li connotano come emblemi più che come individui: “Italo”, come Italo Svevo o forse Italo Calvino; “Dedali”, come il mitico Dedalo inventore del labirinto; “Jacopo”, come Jacopo Ortis.
Italo Trabucco è un professore di italiano in pensione, ospite nella casa del fratello, a Borgosesia. Disilluso, sfiduciato, distaccato dalla vita, incapace di trovare un senso nella Storia, si sente inadeguato ed estraneo a ogni impegno politico. Filosofeggia vanamente su verità e bellezza, come un vecchio esteta fuori tempo massimo; come tanti “inetti” della letteratura novecentesca, è incapace di vivere per eccesso di consapevolezza. Sarà l’esperienza dell’orrore (la tortura, la selezione dei prigionieri da fucilare, la vista della fucilazione) che gli farà ritrovare la coscienza che, nonostante tutto, nella natura e nella vita balugina una severa verità, per chi la sa pazientemente aspettare.
Umberto Dedali invece è ancora un bambino ed è (ma lo capisce solo alla fine) nipote di Italo. Ha solo dieci anni, dieci anni febbrili per i tanti pensieri e le tante domande che lo attraversano, perché Umberto sta imparando a capire se stesso e a distinguere bene e male. Sente crescere dentro di sé “un’anima nuova” e sogna di diventare un ribelle, come quei partigiani che nella sua fantasia assumono dimensioni mitiche, colossali. Nel suo serissimo fantasticare, che è un apprendistato alla vita e al tempo di guerra che ancora lo attendono, si sceglierà anche il nome di battaglia: è lui il “Partigiano Inverno” che dà il bellissimo titolo al romanzo. Il personaggio di Umberto, nella sua qualità di bambino, fornisce alla storia uno sguardo marginale, limitato, di scorcio (come quello dei bambini-partigiani di Italo Calvino), ma proprio per questo più intenso, perché capace di “re-incantare” il mondo con la sua purezza.
Jacopo Preti, infine, è uno studente universitario, forse allievo (lo si intuisce appena) del professor Trabucco, appena giunto al distaccamento “Gramsci” comandato da Cino Moscatelli. È un personaggio scopertamente fenogliano, per il suo idealismo, per i suoi ideali eroici nutriti di letture scolastiche, per il suo ardente desiderio di mettere alla prova se stesso con la purezza e l’assolutezza di un cavaliere antico, per la sua capacità di trasfigurare i compagni e il comandante in figure eroiche, per il suo amore per Flora, che lo proietta oltre la guerra; infine per la sua capacità di vedere bellezza e moralità anche negli aspetti più umili della vita partigiana, come lucidare gli scarponi.
Umberto e Jacopo, per la loro età, sono naturalmente i due personaggi in formazione del romanzo, ma mi sembra che seguano un percorso inverso: Umberto dalla vita protetta e inconsapevole dell’infanzia approda alla Storia, alla consapevolezza della grandezza che c’è nel ribellarsi e nel battersi per la giustizia; Jacopo invece approda alla vita nella sua quotidiana ma non meno nobile normalità, superando ideali un po’ troppo astratti per trovare infine nella sua guerra una misura tutta umana.
Resta da affrontare la questione forse più complessa, cioè quella del linguaggio usato dall’autore. Sicuramente quello linguistico è l’aspetto che spicca di più e che si impone su tutti gli altri, trama, luoghi, personaggi, perché è un linguaggio spiazzante, a volte oserei dire quasi esasperante, ma sempre assolutamente necessario.
Si tratta di un linguaggio densissimo, composito, ibrido: vi ricorrono calchi dialettali, vocaboli rari e letteratissimi, termini tecnici, neologismi; insomma, un linguaggio del tutto antirealistico, avvolgente e ingombrante. Si accampa in primo piano come il vero protagonista del romanzo, tanto che si direbbe che i personaggi siano solo i “medium” attraverso cui questo linguaggio-personaggio si manifesta.
Per comprenderne il significato bisogna osservare che esso non rappresenta il semplice involucro, la forma della storia, perché ne è invece il centro e la sostanza, in un duplice senso.
Da una parte la sua densità è in grado di “incorporare”, nel senso letterale di “dare corpo” al disorientamento e al travaglio che stanno vivendo i tre protagonisti, impegnati come sono a portare a termine, ognuno a modo suo, una propria nuova nascita. Quel fondo esistenziale oscuro, melmoso e informe, da cui faticosamente essi si sprigionano, si materializza puntualmente in un corpo linguistico, lessicale e sintattico altrettanto informe, oscuro, liquido e “sgovernato” (per usare un suggestivo termine dell’autore).
Dall’altra parte il disordine, la deformità, il tumore maligno che a un certo punto sembra impiantarsi nel cuore della città con l’arrivo della legione “Tagliamento” e con le atrocità compiute dal suo comandante Merico Zuccari trovano il loro correlativo linguistico nel tumefarsi, nel gonfiarsi e nell’esplodere di un linguaggio che raggiunge, nel momento quasi insostenibile delle torture e in quello della fucilazione, il massimo della sua tensione espressiva, fino a diventare delirio, allucinazione e scherno, con la rinuncia a ogni immediata funzione comunicativa.
Oltrepassato questo culmine, nelle ultime pagine del romanzo il linguaggio, pur non rinunciando mai alla sua natura labirintica, riacquista un tono più severo, una più distesa pacatezza, in sintonia con le «montagne concarnate di pietre affliggenti» su cui verso la fine si sposta e si fa più aperta, più tersa la meditazione di Italo.
Perché scegliere un linguaggio così estremo per parlare della Resistenza? Azzardo due ipotesi.
Gli eventi che superano la misura umana possono essere narrati solo nella chiave dell’epica, ma l’epica contemporanea può essere solo un’epica stravolta, grottesca, espressionistica, che riduce gli eventi a linguaggio e il linguaggio ad evento, per tentare di dire, o almeno di suggerire, ciò che altrimenti si presenta come indicibile.
In secondo luogo bisogna osservare che la Resistenza, così come viene presentata dalla più alta letteratura resistenziale, è sempre prima di tutto un’esperienza conoscitiva, un percorso arduo ma determinante attraverso cui i protagonisti imparano a conoscere se stessi, la Storia e il mondo, nel senso che nell’esperienza della Resistenza essi trovano parole nuove per dirsi e per dire il mondo.
La lingua di Partigiano Inverno ha appunto, mi pare, questa doppia funzione: da una parte cerca di esprimere l’indicibile, il non rappresentabile, superando con la sua straordinaria tensione stilistica l’impossibilità di sperimentarlo personalmente; dall’altra rende possibile, in questo modo, una forma di conoscenza profonda, morale, degli eventi narrati, fornendoci parole nuove per pensarli, elaborarli e, in definitiva, testimoniarli.
In conclusione, il romanzo di Giacomo Verri si presenta come un tentativo estremamente originale di recuperare la narrativa sulla Resistenza, cercando però una strada nuova per parlare di quella storia, una strada meno diretta, che tenga necessariamente conto della distanza molto grande che ormai separa gli eventi da chi ne scrive oggi in forma letteraria. Per farlo l’autore ricorre con grandissima sapienza alle risorse primarie della letteratura contemporanea: alla riduzione soggettiva delle dimensioni di spazio e tempo, alla trasfigurazione simbolica e mitica, alla citazione iperletteraria, alla rielaborazione linguistica di tipo espressionistico.
Il risultato finale è un romanzo coraggioso, spesso arduo, potente, mai scontato o prevedibile, in molte sue pagine bellissimo, sempre coinvolgente. Una scommessa vinta e un modello irrinunciabile per altri tentativi di questo genere.

 

Il saggio è apparso per la prima volta su “L’impegno”, rivista di storia contemporanea, a. XXXIII, n. s., n. 1, giugno 2013