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Miniere di Murlo, Autunno 2013 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

C’è uno scrittore – un poeta diresti – che scrive frammenti lirici, lasse di testo che hanno una consistenza piumosa e, a un tempo, abbondante. È Sergio Claudio Perroni – io lo conoscevo soprattutto come traduttore di Steinbeck – che ora pubblica, con La nave di Teseo, un bellissimo libro, Entro a volte nel tuo sonno (pp. 180, euro 12), una sorta di modernissimo Zibaldone di pensieri, più aderente alle piccole cose, più intimo ancora, un diario senza tempo che lo sguardo può scorrere in un senso e anche nell’altro, poiché la forza dell’insieme sta nello scorcio sempre inedito che ogni rigo getta sulla vita.
Sandro Veronesi, nella Postfazione che accompagna e chiude il volume, dice che tra le tante – sono poco più di centoquaranta – illuminazioni di questo canzoniere in prosa, la sua preferita è Sapere la strada. E ci credo: è bellissima. Eppure davvero è arduo indicarne una prediletta perché tutte, o quasi, segnano, marcano, in punti diversi del corpo, una sensazione indelebile. Per cominciare però cito da Tra le macerie perché lì ho trovato parole che irradiano, secondo me, in tutta la raccolta e segnano in rosso certi fili che tengono insieme il libro: Entro a volte nel tuo sonno è davvero il “paradosso della coscienza che registra l’impercettibile per distrarre dall’inesorabile, […] in pochi istanti di saggezza anatomica, un compendio della vita come diversivo allo strazio”.
Ecco gli ingredienti: l’impercettibile che è istante di saggezza; l’inesorabile che è sempre strazio; e il compendio della vita che si può dare così efficace e aderente alla vera esistenza solo nell’atto paradossale di lambire il più leggero dei veli mentre indaghiamo la massa inscalfibile dell’universale. Perroni oscilla, quindi, tra un polo euforico e uno disforico, Tra meraviglia e spavento – questo il titolo del testo d’apertura – che da un capo all’altro di se stessi cullano il lettore di queste memorie e di queste illuminations. Le quali, spesso, muovono da constatazioni amare, che noi “abbiamo tutti qualcosa di rotto in partenza (Qualcosa di rotto)” e che “la sconfitta con le cose è la prima esperienza che hai del mondo” (Intelligenza del mondo); e tuttavia l’“arido vero” è sempre detto con dolcezza, scritto con una penna morbida su piccoli fogli di carta flessuosa i quali, attraverso una spirale di variazioni, accolgono ristrette schiere di argomenti, di ovuli tematici capaci di dipingere, ad acquarello, un mondo. Ci sono il vuoto e l’assenza; indimenticabile l’attacco di Un altro vuoto: “La gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, […] perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti”. La gente passa e se ne va, la vita è un morso dato a una pietanza che non finiremo, a cose che non potremo mai concludere, a persone che lasceremo incompiute, per mancanza di tempo o per errore (ma forse l’errore non esiste e gli sbagli altro non sono che “scelte con la pelle delicata”; Faccia al passato).
Nel libro di Perroni c’è quindi tanta malinconia, c’è il rimpianto, c’è lo sguardo al passato, alla “fine di amici che credeva ancora sudati di nascondino”, a oggetti ancora presenti ma carichi di depositi, “nastri che hanno stretto capelli, petali che hanno assistito a qualcosa” (Veli d’inchiostro), se non addirittura parti di corpo, come I capelli di una donna, che hanno partecipato “d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri”. Il passato è una “carezza affilata” (Una tigre che sogna) e la memoria “un teatro crudele”, qualcosa che fa paura ma che ci è indispensabile.
Tuttavia non penso che sia questo polo disforico il più interessante e illuminante di Entro a volte nel tuo sonno. Sull’altro verso – quello euforico – c’è un lirismo fatto di Madrigali che punteggiano la raccolta, intrisi come sono di umori onirici e immersi in adulti liquidi amniotici. Il poeta – verrebbe da dire – si rivolge alla donna amata e ad essa bisbiglia le più belle chiacchiere da cuscino che gli passano per la mente: si augura di svegliarsi sempre accanto a lei, “accanto a un viso che ha appena finito di sognare”, accanto a “una donna ogni giorno coetanea di tutte le età più belle”. Nel polo euforico, Perroni toglie elegantemente veli alle cose, acquista sguardi consueti per attaccarli con disinvoltura su occhi nuovi. Ed è – a un tratto – come danzare: “il corpo sovrappensiero fa cose strane, si sente finalmente solo e fa cose d’infanzia, […] si tradisce, si rivela in fuga da sé, si rivela anima”. Un’anima che è il fulcro dell’euforia, di quel diversivo allo strazio di cui si diceva; un’anima che ha il suo precipuo luogo di manifestazione nell’interstizio che sta tra meraviglia e sonno e che si chiama miracolo. Perroni infila una mano lì dentro mostrandone le potenzialità: è il Miracolo possibile, quello che succede nei preziosi istanti nietzscheanamente “a ridosso del sonno”, laddove avviene “la convivenza di assurdo e ragione senza l’ebbrezza truffaldina dei sogni, senza la mesta pedanteria della realtà”. Queste scritture che partecipano del miracolo montaliano dei Limoni (quando “ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, /il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta /nel mezzo di una verità”) sono quindi scritture che aspirano a essere superiori al corpo e anche alla mente; scritture che mettono a nudo e sbaragliano ragione e sentimenti lasciandoci piacevolmente inermi di fronte a ciò che è più potente dell’istinto. Perroni individua il territorio del miracolo e cerca di dirlo, di raccontarlo, di farne materia accessibile alla lingua forzando il lessico a superare se stesso (“Ci vorrebbe un nome per le chiazze di sole concentrate da una lente, un nome per il punto in cui il suono diventa silenzio, […[ ci vorrebbe un nome per ognuna delle mille cose che esistono senza nome, quelle che non sai come chiamare”; All’ombra di altro) per recuperare infine quella fioritura tra meraviglia e spavento, quando “ricominci a credere in tutto, con gli occhi che luccicano come in gita da te stesso”.
Entro a volte nel tuo sonno è così una suadente promenade per le vie di un microcosmo, di una nuova ‘città invisibile’ dove lo sguardo dello scrittore-poeta vaga dall’una all’altra parte, posando gli occhi sugli amori ma anche sui volti sconosciuti – come in Cloe, la più casta delle città di Calvino in cui nessuno conosce nessuno ma tutti si osservano immaginando cose – per trarne fughe fugaci e brevi in presenti altrui, e affondi dolcissimi nei rapporti più famigliari, per ribadire il miracolo e per dire, infine, che “se l’aldilà non c’è, ce ne faremo uno noi, un paradiso apposta per stare insieme tu e io, oltre la vita, all’infinito”.

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