Jack DeJohnetteForse non è un caso che questo disco (ECM), che è la registrazione di un concerto tenutosi nell’agosto 2013, esca tre anni dopo proprio nel 2016 in contemporanea con i festeggiamenti per il mezzo secolo di attività dell’A.A.C.M., ovvero Association for the Advancement of Creative Musicians fondata a Chicago da Muhal Richard Abrams e comprendente tra gli altri Jack DeJohnette, Henry Threadgill, Anthony Braxton, Wadada Leo Smith, Chico Freeman, George Lewis, l’Art Ensemble Of Chicago di Lester Bowie e Roscoe Mitchell. Si tratta di una realtà non-profit atta a promuovere la buona musica, che dagli anni Sessanta a oggi, ha quali protagonisti quelli che via via diventano e restano grandi esponenti della black music, in particolare di quel free jazz chicagoano che, soprattutto negli anni Settanta, viene chiamato ‘creativo’, per differenziarlo da quello ‘storico’ di Ornette Coleman e Cecil Taylor, anche per una diversa prospettiva artistico-culturale. Come si può avvertire persino in questo Made In Chicago che, cinquant’anni dopo, ripropone, sia pur aggiornati, i suoni originari, si tratta appunto di un free meno rabbioso e meno politico rispetto ai primi Sixties e quindi di un suono più creativo e più attento ai valori estetico-formali. Il radicalismo, spesso presente anche in alcuni pezzi del nuovo disco, non è dunque mai ricondotto a motivi polemici o a furori ideologici, bensì risulta il frutto di una profonda ricerca sperimentale, talvolta in simbiotica dialettica con le tradizione passate neroamericane. Dunque in questa rimpatriata, avvenuta nel corso del Chicago Jazz Festival, si ascolta un inedito quintetto con il leader ovviamente alla batteria assieme a Threadgill (sax alto e flauto basso), Mitchell (sassofoni), Abrams (pianoforte) e il più giovane Lary Gray (contrabbasso e violoncello). DeJohnette, come si sa, da tempo batte strade diverse rispetto alla poetica chicagoana originaria, essendo con Gary Peacock in pianta stabile nel trio di Keith Jarrett oppure allestendo propri gruppi di marcata ispirazione post-bop: tuttavia il batterista non sembra affatto a disagio assieme ai vecchi compagni (ormai anche per età anziani, pur brillantissimi nei risultati espressivi), lanciando cinque lunghi pezzi – Chent, Jack 5, Museum Of Time, Leave Don’t Go Away, Ten Minutes – dove converge quasi la summa di una stagione per molti versi irripetibile.

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