Sentinella delle Alpi Achille Giovanni Cagna 1905 umorista.jpg

di Bernardo Ghiara

Da la «Sentinella delle Alpi», Giornale Quotidiano, Politico-Amministrativo della Provincia di Cuneo, di Venerdì 16 giugno 1905, anno 56, n. 141.

Non tutto il male viene por nuocere, in letteratura. Nel 1704 Saverio De Maistre era ufficialetto in un reggimento dì marina al servizio del re di Sardegna; e benché amasse le lettere, non aveva alcuna voglia di farsi scrittore, quando fu messo agli arresti per avere sostenuto un duello. Costretto a stare quarantadue giorni nella sua camera, egli ebbe l’idea di farvi un viaggio e compose quel Viaggio intorno alla mia camera, che si legge ancora oggi con vivo diletto e che passerà alla posterità fresco e brillante com’è per noi. Daniele Sterne aveva un figlio spirituale nella patria del Voltaire e del Rousseau!
Un caso simile a quello del buon Xavier è seguito ad Achille Giovanni Cagna, bozzettista, novelliere, romanziere, moralista, commediografo, nato a Vercelli nel 1847 e ivi residente, operante, fiorente, fremente di arte e di vita. Sorto dal popolo, e col popolo vissuto per lunghi anni, il Cagna è uno di quei maestri di se stessi, che dovrebbero essere additati alla gioventù moderna non più sfiaccolata o sentimentale, ma mezzo imbestialita nelle frenesie dello sport e disdegnosa di tutte le fatiche dello spirito. La sua vita è tutta una serie di lotte su per l’erta della scienza e dell’arte e un continuato sforzo per comporre a se stessa un buon destino così ideale come positivo. Fatti i primi studi e datosi alle lettere per ingenita e volontaria inclinazione, il Cagna ambì il titolo di professore e lo consegui con inauditi sacrifici e con pertinacia meravigliosa, sfidando l’iniquità del Governo d’Italia, che nel secolo XIX spesso innalzava i laureati ignavi e respingeva gli alti ed operosi ingegni: politica intellettuale di cui la buona tradizione perdura nel secolo nuovo, a dispetto di qualche eccezione che non distrugge, ma conferma la regola. L’Italia è il paradiso dei protezionisti accademici; e per un ingegno che vi trova un pane, un po’ di gloria, mille vi si perdono nella selva selvaggia degli ignoranti o dei pseudo-colti.
Conseguito, o meglio, strappato co’ denti il diploma di professore di lettere italiane per gli istituti tecnici, Achille Giovanni Cagna lasciò, come per dispetto, l’insegnamento ed entrò nel commercio: dal regno di Minerva passò in quello di Mercurio! E tanto operò, e così favorevole gli fu la sorte, che ora ha posto fra i più noti commercianti di Vercelli.
Ma gli uffici della vita civile non soffocarono il suo amore allo studio ed il suo culto alle lettere; anzi temprarono il suo carattere e gli diedero sostanza ed energia a compiere opere in buon numero, alcuna delle quali da sola basterebbe a dar fama e quattrini ad un autore che vivesse in qualche Stato meno analfabeta del nostro. E dovette essere ben forte la sua vocazione letteraria, se poté resistere a tutti gli urti ed a tutte le pressure della vita reale, e sfidare la fortuna che da noi osteggia ed aspreggia chi non adopera la penna a blandire le passioni dominanti, ma la conficca come spada nel seno del vizio e dell’impostura.
Parlando del Cagna, noi lo chiamiamo comunemente «l’autore dei provinciali»; ma non i soli «provinciali» costituiscono o dovrebbero costituire la gloria di lui. Egli è pure l’autore del romanzo gagliardo e fresco Come amore spira, largo quadro organico della vita provinciale dove si espone il sorgere e lo svolgersi d’una passione illegittima nel cuore d’un marito galantuomo; ed è altresì il creatore di quegli Alpinisti ciabattoni che han fatto ridere e commosso il pubblico italiano: racconto refrigerante e d’una comicità sana e lontana dal mondo psichiatrico. De’ quali Alpinisti l’anno scorso si pubblicò in Milano una splendida edizione illustrata dal Grassis di Torino (il recensore si riferisce all’edizione Hoepli del 1903, n.d.r.); edizione che ha ravvivato nel mio cuore tutte le simpatie per il capolavoro dell’umorista piemontese.
L’attività letteraria del Cagna passa in un lungo ordine di anni, per alcune fasi: da principio egli è poeta romantico, sentimentale e solitario; poi romanziere idealista; da ultimo bozzettista e descrittore realista, studioso attento e penetrante del piccolo mondo di Villalbana, come sarebbe a dire Vercelli.
Codesta evoluzione fu già narrata da Giovanni Faldella qua e là, o accennata da Efisio Aitelli in uno schizzo biografico simpatico, che bisognerebbe riprendere da capo e compiere con una più sicura descrizione della vita, delle opere e della loro genesi, si da farne una vera biografia:
«A. G. Cagna, spirito originale, anima fervida, osservatore arguto, impressionista vivace, non poteva restare perpetuamente allacciato alle gonne (perché non calzoni?) del buon Medoro Savini. Non so come accadde che il Cagna conoscesse a Vercelli Giovanni Faldella. Lo scrittore, che allora attraversava un periodo di feconda attività, lo trascinò con sé, lo convertì ad un’arte più sicura e colorita, gli fece abbandonare le sdolcinature e gli sdilinquimenti della tendenza romantica, lo rinnovò, gli diede il dirizzone di cui abbisognava, e così dal cenacolo saluggese sfarfallò un altro futuro campione della letteratura italiana».
L’influenza del Faldella, come in alcuni altri, fu viva nel Cagna, ma non fu soverchiatrice. Il Cagna serbò intatte le linee della sua personalità anche là dove si ispirò ai metodi del maestro di Saluggia: la qual cosa io noto a merito del Cagna ed a gloria del Faldella; a merito del Cagna, perché seppe o volle attingere in sé le forze del suo stile e della sua arte; a gloria del Faldella, perché diede l’impulso e l’indirizzo e non la maniera alla nuova arte dell’amico di Vercelli. Simili, ma distinti, come fratelli cresciuti sullo stesso ceppo. E così doveva accadere, data la diversità della loro indole e della loro preparazione letteraria o filosofica.
Ad ogni modo, Achille Giovanni Cagna ha al suo attivo un bagaglio letterario non da poco; un bagaglio che direbbe portentoso, chi rammentasse le vicende della vita attraverso le quali se lo formò. Qui nella guardia dell’ultimo volume suo veggo indicati undici volumi; ma non veggo elencati que’ suoi bozzetti teatrali e drammi, che ebbero tanta fortuna sui teatri d’Italia parecchi anni addietro, e che devono essere studiati da chi intenda dipingere intiera la figura dello scrittore vercellese.

Achille Giovanni Cagna A volo 1905

Ma io mi sono dilungato a parlare del Cagna ed ho dimenticato di narrare il caso che me l’ha fatto accostare a Saverio De Maistre.
Il caso è semplicissimo. Nel suo nuovo libro intitolato A volo (Milano, Libreria editrice Lombarda di A. De Mohr, Antongini & C.), il Cagna narra che si distorse il piede sinistro e dovette perciò stare parecchi giorni a letto, con vesciche di ghiaccio sul malleolo, poi stecche e bendaggi. Rimessosi in grado di reggersi un momento in piedi, egli fece trasportare il suo seggiolone sul balcone ampio monumentale, con balaustra massiccia di finto granito, librantesi a tutto strabalzo come enorme pulpito sulla strada della città, ufficialmente detta Via Leonardi, popolarmente nota col nome di «Contrada dei Gatti».
Da quel suo balcone merovingio, teutonico, medioevale, e se vi piacciono altri epiteti metteteceli voi, il convalescente imprende a studiare l’antica torre o il campanile che gli sta davanti, e il nugolo di uccelli che a volo la girano attorno. E la descrizione cinematografica di tutti quegli uccelli che trasvolano, cinguettano, nidificano, si amano, si inseguono, si divorano, alternata alla descrizione del mondo umano che formicola e fermenta nella contrada dei gatti e negli edifizi circostanti, forma una delle letture più gustose che io mi sappia immaginare.
Né a caso ho più sopra citato il Voyage autour de ma chambre, perché leggendo a volo più volte m’è venuto fatto di rammentarlo, senza detrarne alcun merito allo scrittore vercellese in confronto al savoiardo. Queste novanta pagine del Cagna sono un gioiello. Ma non si possono riassumere senza guastarle: bisogna leggerle. Bisogna vedere coi propri occhi quel piccolo mondo così vario di cose, di luce, di suoni, di moti, che si svolge attorno al convalescente osservatore. Quanto agli uccelli, alla loro letizia, non li conosce davvero chi si è fermato alle considerazioni di Aurelio filosofo del Leopardi: qui, qui essi sono ritratti nel loro turbinare; qui, qui sono narrati i piccoli commoventi drammi ornitologici, nei quali la crudeltà umana ha un giusto riscontro nella crudeltà degli uccelli da preda che stridono nel secolare campanile di San Vincenzo.
Già il Faldella nelle sue antiche e famose Figurine aveva traccialo quadri di vita osservati da un punto solo. Ma il Cagna, seguendolo, ha dilatato i termini dei quadri e delle fantasticherie e ci ha dato un piccolo capolavoro, ben degno di essere messo a paro del Viaggio attorno alla mia camera.
Se fossi disumano, direi che l’autore dovrebbe distorcersi anche il piede destro per essere costretto a scrivere altre novanta pagine così vive, varie, attraenti, indiavolale. Ma non sono disumano e però mi restringo ad augurargli che se lo distorca solo per ragion di metafora, come direbbe l’illustre professor Palloni, il maestro delle eleganze di Villalbana.
Al quadro A volo tengono dietro i bozzetti: 18-18-49 Villalbana patriottica; 1859 L’invasione; Figurina antica e Corpus Domini. Sono bozzetti che si raggruppano al primo solo in quanto completano lo studio della vita a Villalbana; e tutti degni dell’autore.
Nell’ultimo poi, Corpus Domini, il Cagna riprendendo un motivo pittoresco già tentato in Quando amore spira, ci dà una mirabile descrizione d’una festa religiosa e ci fa sentire tutto il fascino del Cristianesimo. Queste pagine, che non temono il confronto di altre pagine descrittive della letteratura moderna, terminano con uno sfogo religioso che ha carattere di confessione dell’autore. Il quale fa magistralmente rivivere la fede nello scettico e mondano Gigio. «Egli intendeva, sentiva tutto il fascino della santa tradizione cristiana che riempie le anime ingenue di arcano ardore, librandole alle idealità della misericordia e della bontà divina. Dio, la provvidenza, l’armonia delle leggi naturali, significano una cosa sola, il grande, l’immane mistero che regge l’universo. La scienza e la fede si affacciano ugualmente por vie diverse a quel gran punto interrogativo, e si prosternano sgomente: credere può essere un errore, negare è assurdità mostruosa». Si può dir meglio?

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