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A sinistra: Un giorno di fuoco, Garzanti, prima edizione, 1963
A destra: Beppe Fenoglio (Foto di Aldo Agnelli – Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba)

Un giorno di fuoco è uno dei più bei racconti del Novecento.

Buttato giù – almeno nelle sequenze iniziali – in una notte dell’estate del 1955 a San Benedetto Belbo, viene pubblicato  nell’ottobre di quello stesso anno, sul numero 70 di «Paragone» per poi trovare collocazione in volume, a soli due mesi dalla morte dello scrittore, nell’aprile 1963, in una raccolta edita da Garzanti (collana “Racconti moderni”; il volume, il cui titolo è proprio Un giorno di fuoco, è in realtà un pugno eterogeneo di testi che Fenoglio non avrebbe sicuramente pubblicato assieme: accanto, infatti, ai cosiddetti “racconti del parentado”, l’edizione presentava il testo di Una questione privata).

Sicuro è che Beppe Fenoglio lo sentisse fremere sottopelle quel racconto, da un anno almeno; l’estate avanti, quella del ’54, annotava sul quadernino nero coi margini rossi che sarà il suo breve Diario:

Prepotente mi ritorna alla memoria il gran fatto di Gallesio di Gorzegno. Debbo rinfrescarmi i particolari. Ci vorrebbe una scappata a Gorzegno: la casa per sempre muta dei Gallesio, dove s’è fermato il fumo degli spari, il castello spettrale, l’acqua violacea della Bormida avvelenata.

E così fa: con l’inseparabile amico Ugo Cerrato (vedi la biografia firmata da Piero Negri Scaglione, Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Einaudi, 2006) va come un segugio sulle tracce dell’antica cronaca, sale l’Alta Langa, annusa l’odore acre dell’epica che ancora – sempre – aleggia su quel paesaggio. La «Gazzetta d’Alba» aveva scritto del “gran fatto” nell’ottobre del 1933, e così Fenoglio cerca l’articolo e poi scava qua e là, tra le voci dell’osteria, quelle che più gli rendono i particolari indispensabili a metter su carta la vicenda.

Nel 1933 Beppe aveva solo undici anni; del fatto aveva sentito dire in casa, dai genitori, forse dagli zii, dalla gente che passava in macelleria e metteva in risma sempre nuovi dettagli, veri o falsi che fossero. E così la storia sedimenta, senza pace, nella testa del ragazzino e poi dell’uomo. Quando poi l’inchiostro prende la forma del Giorno di fuoco, Fenoglio vi trova uno dei gangli della propria narrativa, il racconto delle Langhe dell’infanzia impastato alla malora biblica, da Antico Testamento, che marca l’impossibilità per l’uomo che zappa e bestemmia la terra di affrancarsi dalla sofferenza e dai torti subiti per una vita intera.

Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.

L’incipit – santo cielo – è un graffio di orafa perfezione. E per fare quello e tutto il resto del racconto che incede incalzante, Fenoglio asciuga la vicenda reale – che si dispiegava nell’arco di nove giorni – in un giorno (anzi due) di fuoco vendicatore e quasi catartico: senza – è ovvio – giustificare la follia di Gallesio, ma ammirando il vecchio, sentendosi con lui solidale e scorgendo, nella cecità disperata del martirio, l’urlo feroce di bestia (come Achille) di chi si ribella contro tutto e contro tutti, in una carneficina che lo farà soccombere sotto il peso della propria solitudine.

Sono certo che non solo lo ziastro del narratore, ma Beppe medesimo provasse un senso di affascinata ammirazione (e compassione e fratellanza) nei confronti di Pietro Gallesio, della sua “guerra privata”, apice tragico – scoccato in un collinare mezzogiorno di fuoco – di tutte le “questioni” che la malora “langhigiana” lasciava sospese. Gallesio spara, Gallesio uccide, il Gallesio del racconto fa fuori anche più gente di quella detta dalle cronache (il fratello in realtà venne solo ferito, mandò al camposanto il nipote – questo sì – e pure il parroco, ma giorni dopo l’abbrivio della ‘follia’). A Fenoglio non interessa raccontare la verità storica ma quell’altra verità, tanto più profonda quanto più la finzione si fa ingorda di impossibilia (qualcuno dice, a proposito dei carabinieri accorsi per fermare l’omicida: “Cosa dici cento? Saranno duecento. Ci sono anche tutti i carabinieri di Millesimo”), quella verità che sta dentro alle zolle di Langa e alle teste dei contadini; così gli spari di Gallesio, niagaricamente giganteggianti negli adynata della penna e nella voce narrante del ragazzino “con l’orecchio applicato a una fessura dell’impiantito, proprio sopra la cucina dove mia zia, mio ziastro ed i vicini dell’ufficio postale stavano parlando” del gran teatro di Gorzegno, quegli spari – dicevo – sono di Gallesio l’urlo di rabbia e di disperazione, forte e straziante quanto tra le pagine di Un giorno di fuoco la realtà è mesmerizzata dalle voci, dai resoconti via via più epici e meno aderenti al vero che dipingono un uomo-eroe che in solitaria fa strage di nemici.

Di Gallesio, nel racconto, non gli vedi mai la faccia; solo si sentono le revolverate che fanno crepitare il cielo come un lenzuolo teso al vento, solo si annusa il fumo della balistite che cresce sopra al fienile sulla collina dirimpetto. E lo ziastro del racconto parteggia per Pietro, non perché abbia lo spirito dell’assassino ma perché ne esalta il coraggio, l’intrepido colpo di fiato che lo ha fatto decidere per il gioco finale contro la malora, quello che ti porta dritto nella fossa:

Quando si fanno certe cose, dopo bisogna morire. Certe cose si fanno proprio perché si è sicuri di aver dopo la forza di morire. Guai se non fosse così. Guai a Gallesio!

La forza di crepare è la vittoria sulla vita maledetta. Un gioco serissimo e disperato, incomprensibile al capitano albese al quale, significativamente, sono affibbiati altri termini appartenenti alla sfera semantica del gioco (festa, spiritoso; “Questa però non la sapete: che Gallesio ha ferito il capitano dei carabinieri, quello di Alba. Gli ha scarnificato una tempia. Tanto così più in centro e lo fa secco. Disse mio ziastro: L’ha tolto da far lo spiritoso. Credeva d’essere ad Alba alla festa dello Statuto?”), altri termini, però, irrimediabilmente opposti e irriducibili alla partita tragica che Gallesio gioca con se stesso.

***

Affascinato io stesso dalla figura di Gallesio, ho fatto una piccola ricerca tra le pagine de «La Stampa» dell’epoca, che per ben sei volte torna sulle vicende del ‘pazzo di Gorzegno’ dedicandogli qua e là trafiletti e stelloncini anonimi.

Intanto, i fatti non avvengono in giugno ma nell’ottobre del 1933, in un lasso di tempo che va dal martedì 10 al mercoledì 18. Pietro Gallesio si chiamava in realtà Felice – ironia della sorte – e sono motivi economici, in prima battuta, ad armarne la doppietta nei confronti del fratello Costanzo che tempo addietro gli aveva fatto un prestito, mai restituito, di tremila lire.
Costanzo viene ferito gravemente ma non muore: siamo al primo giorno di fuoco, il 10 ottobre. Frattanto, attorno alla cascina di Costanzo si fanno sotto i carabinieri, uno dei quali, il brigadiere Dellaudi Giovanni (in un altro articolo, Delaude, n.d.r.), viene ferito, mentre l’attentatore si dà alla macchia nella campagna circostante.

Si fa vivo di domenica, scende alla parrocchia, dopo pranzo, attende il termine della messa delle 15, quindi si apposta dietro a una finestra e punta la rivoltella in direzione di don Giovanni Gallo (un’altra fonte, «Il Biellese» di martedì 14 novembre 1933, dice che il parroco si chiamava Michele). Il don fa qualche passo, deve andare a trovare un ammalato. Gallesio aspetta di avercelo ben davanti e lo fredda. Forse è perché il prete aveva fatto qualche chiacchiera con i carabinieri e solo Dio sa cosa Felice crede che abbia detto.

Fatto sta che, mandato al camposanto l’uomo di chiesa, sparisce per altri tre giorni.

Intanto il vescovo di Alba, martedì 17, va in ospedale, al San Lazzaro, a portare il suo conforto ai feriti.

Il mercoledì 18 ottobre, alle sei del mattino l’infallibile arma del settantenne Felice riprende a cantare il suo urlo. Entra in casa del fratello Costanzo – che è ancora ricoverato all’ospedale di Alba – e si trova davanti il nipote Alessandro che ha 39 anni (in un altro articolo dicono 40) e sei figli. Lo ammazza su due piedi e si va a mettere nel fienile con la doppietta sulle ginocchia. Arrivano di nuovo i carabinieri, Felice prende la mira e spara: a farne le spese è Grossi Decio la cui nuca perde sangue in gran copia e viene trasportato d’urgenza in un letto d’ospedale. A fargli compagnia, poco dopo, è anche il comandante dei carabinieri di Alba, Carlo Cagiati, anch’egli gravemente ferito in testa.

Felice Gallesio, per i giornali, ormai non è più Felice ma è solo ‘il pazzo di Gorzegno’.

I carabinieri non mollano e lui, nel fienile, neppure. La casa è accerchiata, il Gallesio chissà cos’ha in testa. Sparano da una parte e dall’altra, vanno avanti per quattro ore. Vengono ferite altre persone: il carabiniere Giuseppe Racca, che è lì lì per perdere un occhio, il maresciallo di Pubblica Sicurezza di Cuneo, Chiaffredo Ferrato, e il giornalista Marco Sannino di Alba, colpito a un braccio.

Felice non è più un uomo, è la bestia che urla combattendo la propria personale guerra con la vita e con la malora. In un attimo di tregua, sorride a bocca chiusa e si tocca la barba con le mani sporche. Probabilmente non ha più munizioni e non ha più voglia di vivere. Così molla tutto e gli assedianti lo prendono dopo più di una settimana di follia. A ucciderlo sono i colpi esplosi dal brigadiere Ferdinando Blantrate della squadra mobile di Cuneo, e del tenente Marcuzzi, comandante la Tenenza di Bra.

Quella sera stessa, uno dei carabinieri che ha partecipato all’assedio di Gallesio scrive alla famiglia una cartolina che giunge ad Agrigento tre giorni dopo, il 21 di ottobre. Evidentemente il fatto era stato così grande che l’uomo non poté aspettare il giorno successivo e subito lasciò correre la penna sul piccolo rettangolo di carta:

Nel momento in cui dopo un conflitto di oltre quattro ore abbiamo liberato la società da un pericoloso malfattore, che ha pagato con la vita i suoi delitti e Dio gli usi misericordia, il mio pensiero più caro alla mamma ed a Pina, le cui preghiere sempre mi preservano da ogni male. Un abbraccio

Luigi

Cartolina pazzo di Gorzegno carabiniere Beppe Fenoglio Un giorno di fuoco Centro Studi Beppe Fenoglio estratto

Cartolina pazzo di Gorzegno carabiniere Beppe Fenoglio Un giorno di fuoco Centro Studi Beppe Fenoglio
Per gentile concessione dell’Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba

Giovedì mattina – è il 19 ottobre – si svolgono i funerali del parroco don Gallo.

Tra venerdì 20 e sabato 21 ottobre c’è un via vai di autorità tra i cameroni del nosocomio di Alba: ci vanno due generali, il Grossi, comandante la divisione militare di Cuneo, e il Casavecchia, Ispettore della 1° zona RR. CC.; ci vanno l’onorevole Gastone di Mirafiori, il Podestà, il Segretario politico, il Pretore, il colonnello comandante il 38° Reggimento Fanteria e numerosi altri. Arrivano telegrammi e un encomio solenne del Ministero della Guerra per il brigadiere Dellaudi (o Delaude) Giovanni, il primo tra i feriti da Gallesio.
Nella mattina di venerdì 20, dopo 10 giorni di cure, anche Costanzo Gallesio lascia l’ospedale. Probabilmente qualcuno lo riaccompagna in auto alla cascina in cui suo fratello lo ha ferito e poi è morto, ucciso dalle rivoltelle dei carabinieri. Nessuno, al momento delle dimissioni dall’ospedale, gli ha ancora detto che suo figlio Alessandro è stato freddato dallo zio impazzito.

La malora non ha mai fine.

***

Ecco gli articoli dell’epoca:

Da «La Stampa» di mercoledì 11 ottobre 1933
Ferisce a fucilate il fratello ed un carabiniere recatosi ad arrestarlo

Alba, 10 notte.

Gravi dissensi erano sorti per motivi di interesse tra i due fratelli Felice e Costanzo Gallesio, da Gorzegno. Costanzo, che ha 72 anni, aveva prestato anni or sono tremila lire al fratello minore Felice, il quale però non si era mai curato di saldare neppure parzialmente il debito. Stanco di attendere, recentemente, il Costanzo aveva fatto citare il debitore, provocando il suo rancore. Si è avuto ora l’epilogo della triste vicenda: armatosi di un fucile e di una rivoltella, Felice si è recato a casa del fratello e gli ha esploso vari colpi, ferendolo gravemente. Rientrato quindi nella propria abitazione, ha sparato contro i carabinieri recatisi ad arrestarlo, ferendo uno di essi, dopo di che, è riuscito a fuggire, riparando nella campagna.

 

Da «La Stampa» di lunedì 16 Ottobre 1933
L’ultimo delitto del pazzo settantenne.
Uccide il parroco di Gorgegno [sic] con un colpo di rivoltella

Alba, 16 mattino.

Dopo intense ricerche per circa una settimana, il delinquente di Gorgegno [sic], Felice Gallesio, è ancora latitante. Non solo, ma un altro delitto è stato commesso dal pazzo settantenne che, dopo avere ferito gravemente con quattro fucilate il fratello Costanzo per questioni di interesse, e poscia con un colpo di fucile il brigadiere dei Carabinieri Dellaudi Giovanni comandante la stazione di Czavanzana, ha ucciso oggi il parroco del suo paese, reverendo don Gallo Giovanni. Dopo la funzione religiosa del pomeriggio, avvenuta verso le ore 15, il Gallesio, atteso il sacerdote di ritorno dal vespero, appostato dietro una finestra, sparava un colpo di rivoltella e uccideva il povero sacerdote, e ciò per il solo fatto che egli aveva avuto, venerdì sera, un colloquio col capitano dei Carabinieri della compagnia di Alba.
È impressionante il fatto che questo vecchio di 70 anni sia riuscito a sfuggire alle solerti battute della Polizia che non può condurre ad esito felice le sue ricerche per le difficoltà dei luoghi e la titubanza dei paesani.

 

Da «La Stampa» di mercoledì 18 ottobre 1933
Il Vescovo di Alba visita all’ospedale i feriti di Gorzegno

Alba, 17 notte.

Quest’oggi, accompagnato dal presidente delle Opere pie cav. uff. Bertosso e dal dottore Delia-Valle, mons. Luigi Grassi si è recato a visitare all’ospedale S. Lazzaro il brigadiere Dellaudi e il fratello del pazzo settantenne Gallesio Felice, che come è noto, sono stati vittime del delinquente la settimana scorsa. Con grande interesse tutta la popolazione della zona segue la vicenda di questa triste tragedia che ha messo sottosopra il paese di Gorzegno. Numerosi carabinieri sono stati mobilitati per l’arresto del Gallesio che, se non è ancora stato acciuffato non tarderà a cadere nelle mani della Polizia. I carabinieri stanno ora svolgendo assidue battute per i boschi circostanti all’abitato del ricercato che, privo ormai di viveri, non tarderà ad essere arrestato. Domani mattina alle 10 avranno luogo i funerali di don Gallo che domenica è stato ucciso con un colpo di rivoltella dal criminale.

 

Da «La Stampa della sera» di mercoledì-giovedì 18-19 ottobre 1933

Tre nuovi delitti del pazzo di Gorzegno
Uccide un nipote e ferisce gravemente il Comandante dei Carabinieri di Alba e un milite

Alba, mercoledì sera.

Stamane, verso le ore 6, un altro delitto è stato compiuto dal pazzo settantenne Gallesio Felice. Entrato nella casa del fratello Costanzo, che tuttora si trova degente all’ospedale, uccideva con un colpo di fucile il di lui figlio Alessandro, di 39 anni, padre di sei figli. La polizia, supponendo che il delinquente non fosse fuggito, dopo qualche ora procedeva ad una perlustrazione della casa stessa, e un’altra disgrazia doveva poco dopo succedere. Infatti, durante la perlustrazione stessa, dal fienile partiva un colpo di fucile sparato dal delinquente che colpiva uno dei militi della Benemerita, tale Grossi Decio, in pieno nella nuca, cagionandogli delle ferite gravi. Il ferito veniva urgentemente trasportato all’ospedale dal dott. Gallo di Gorzegno, ed ivi veniva ricoverato con prognosi riservata.
Si apprende all’ultimo momento che anche il Comandante della Compagnia del Reali Carabinieri di Alba, capitano Cagiati, è stato ferito gravemente dal pazzo di Gorzegno, e trasportato all’ospedale di Alba. In questo momento continua l’accerchiamento della casa in cui il pazzo è ricoverato e si spera di catturarlo.

 

Da «La Stampa» di giovedì 19 ottobre 1933
Il pazzo omicida di Gorzegno è stato ucciso
Le vittime del criminale: 2 morti 7 feriti

Alba, 18 notte.

Oggi finalmente, dopo dieci giorni di drammatiche vicende — protagonista il pazzo settantenne Felice Gallesio di Gorzegno — si è chiuso il triste bilancio dei delitti in forma tragica, come era prevedibile. Dopo aver ferito come è noto il fratello Costanzo, il brigadiere Dellaudi ed ucciso il parroco del paese, Don Gallo, oggi il criminale ha accresciuto la catena di delitti, freddando con un colpo di fucile il nipote quarantenne, Alessandro, padre di sei figli, rifugiandosi poscia, senza essere scorto, sul fienile, d’onde ha ferito con una fucilata il carabiniere Decio Grossi ed infine il capitano Cagiati: sono caduti ancora feriti dagli Infallibili colpi del delinquente il carabiniere Giuseppe Racca, il maresciallo di Pubblica Sicurezza di Cuneo Chiaffredo Ferrato ed il giornalista Marco Sannino di Alba. Dopo quattro ore di conflitto, il pazzo è caduto sotto i colpi del brigadiere Ferdinando Blantrate della squadra mobile di Cuneo, e del tenente Marcuzzi, comandante la Tenenza di Bra.

 

Da «La Stampa» di sabato 21 Ottobre 1933
Lo stato dei feriti del pazzo di Gorzegno

Alba, 20 notte.

Per tutta la giornata di ieri e quella di oggi, all’ospedale S. Lazzaro della nostra città si sono recate autorità della zona per portare la loro parola di conforto ai numerosi feriti di Gorzegno. S. E. il generale Grossi, comandante la divisione militare di Cuneo e l’Ispettore della 1° zona RR. CC., generale Casavecchia, sono giunti da Cuneo in automobile per visitare le vittime del delinquente settantenne e, dopo essersi vivamente compiaciuti del loro alto comportamento in difesa della società, hanno quindi proseguito per Gorzegno per un sopraluogo nel quale hanno voluto rendersi personalmente conto della gravità del tragico conflitto. Telegrammi da ogni parte sono giunti all’indirizzo dei valorosi militi, caduti gravemente feriti sotto i colpi del criminale.
Un encomio solenne del Ministero della Guerra è pervenuto al brigadiere Delaude Giovanni che, come è noto, fu il primo ad essere ferito nel severo adempimento del proprio dovere.
Il Vescovo di Alba, l’on. Gastone di Mirafiori, il Podestà, il Segretario politico, il Pretore, il colonnello comandante il 38° Reggimento Fanteria e numerosi altri, hanno portato il loro saluto affettuoso ai degenti, coi quali si sono intrattenuti in affabili e lunghe conversazioni. Lo stato di salute dei feriti è alquanto soddisfacente: il Gallesio Costanzo, fratello del criminale, non ancora avvisato dell’uccisione del figlio, ha abbandonato stamane l’ospedale. Il brigadiere Delaude ha già dato ottimi segni di miglioramento, come pure il capitano Cagiati, ferito gravemente alla regione frontale, è completamente fuori pericolo. Il carabiniere Racca, colpito gravemente all’occhio sinistro, verrà operato domattina e con tale operazione si spera di salvarlo dalla cecità. Per nulla allarmante il carabiniere Decio Grossi e il giornalista Marco Satinino, colpiti il primo in piena nuca, il secondo al braccio destro.

 

Da «La Stampa» di mercoledì 25 Ottobre 1933

Miglioramento dei feriti vittime del pazzo di Gorzegno

Alba, 24 notte.

Il car. Carlo Cagiati che come è noto era rimasto ferito nel conflitto di Gorzegno, dopo una settimana di degenza ha lasciato l’ospedale di S. Lazzaro in seguito a un rapido miglioramento. Tutti gli altri feriti ne avranno ancora per una quindicina di giorni tranne il giornalista Sannino che lascerà l’ospedale venerdì o sabato. Esito felice ha avuto l’atto operatorio cui è stato sottoposto il rag. Racca rimasto, come è noto, ferito all’occhio sinistro. Un’altra visita del Vescovo e di numerose altre personalità ha sollevato quest’oggi l’animo dei degenti, assistiti continuamente dai familiari.

 

Da «Il Biellese» di martedì 14 Novembre 1933

In memoriam

Di questi giorni, nella Chiesa Parrocchiale di Gorzegno (Diocesi di Alba), parata a lutto, presente Mons. Vescovo di Alba. verrà celebrato un solenne Funerale di Trigesima a suffragio dell’anima eletta del sacerdote Gallo D. Michele, già parroco di Gorzegno per 17 anni, e caduto vittima del proprio dovere, colpito da mano assassina mentre si recava a visitare un ammalato.
Crediamo doveroso ricordare al clero Biellese la nobile figura di questo zelante sacerdote, perché il defunto ebbe agio di esercitare il sacro ministero anche fra noi, quale Collegiale straordinario al nostro santuario d’Oropa, durante la stagione estiva.
Di carattere buono e mite, tutto dedito al ministero parrocchiale, caritatevole coi poveri, pieno di slancio e di entusiasmo per ogni opera buona, egli era grandemente amato dalla sua popolazione, che ora lo piange, tanto più addolorata dalla sua tragica fine.
Memori del vincolo che ci univa al povero defunto, invitiamo il clero biellese a suffragarne l’anima, associando le proprie preghiere di suffragio a quelle che verranno solennemente innalzate in Gorzegno, in occasione dei prossimi Funebri Trigeminali.
Alla sua addolorata sorella sig.na Ernestina Gallo, residente a Valdengo, presentiamo in modo particolare l’espressione delle nostre più sentite condoglianze.

Desidero infine ringraziare Bianca Roagna e Elisa Di Paola del Centro Studi “Beppe Fenoglio” di Alba per la gentilezza e la disponibilità dimostratami le molte volte che ho chiesto il loro aiuto.

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