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Mauro Carrero ritratto da Giampiero Murialdo

di Mauro Carrero

Chissà cosa penserebbe Beppe Fenoglio nel sapere che qualcuno, ossia il sottoscritto, ha osato mettere in musica le sue storie e, soprattutto, trasformare in canzoni quello che doveva diventare il suo primo film come sceneggiatore. A giudicare da quanto ricordava il suo caro amico Ugo Cerrato, e cioè di quanto Fenoglio amasse cantare, e anche dalla grande disponibilità della figlia dello scrittore, Margherita, è possibile che ne sarebbe incuriosito, o almeno questo è quanto mi augurerei.
La mia prima canzone fenogliana, liberamente ispirata al racconto Un giorno di fuoco, la scrissi nel 2006. L’idea mi venne nel leggere un’osservazione critica di Gian Luigi Beccaria ed Elisabetta Soletti relativa a un appunto del diario dello scrittore che recita: “Prepotente mi ritorna alla memoria il gran fatto di Gallesio di Gorzegno”. Beccaria e Soletti facevano notare come questo appunto ricordasse molto l’incipit delle antiche ballate popolari, quelle cantate e diffuse dai cantastorie attraverso fogli volanti nelle fiere e nelle feste. Questa riflessione mi indusse a pensare, allo stesso tempo, come molte canzoni popolari avessero per tema vicende memorabili, episodi di cronaca e fatti di sangue. Si prendano ad esempio alcuni titoli dei famosi Canti popolari del Piemonte raccolti da Costantino Nigra nell’Ottocento: L’infanticida alla forca, La parricida, La ragazza assassinata o anche la più celebre di tutte, Donna Lombarda, che narra di un uxoricidio (con dinamiche che possono leggermente variare a seconda delle versioni, così come nella maggior parte delle canzoni popolari).
Tematiche così clamorose che, per il loro carattere di eccezionalità, hanno impressionato la memoria collettiva, sono presenti anche in altre culture che si sono espresse attraverso il canto narrativo. Mi venne infatti in mente, per di più, che proprio alla tradizione di questo tipo di ballate, relativa al mondo anglosassone, si rifaceva un album scritto da una grande icona della musica rock, Nick Cave, intitolato Murder Ballads (1996), ma molti altri potrebbero essere gli esempi di questo tipo, nel rock, nel folk, nel blues, oltre che, appunto, nella ballata di derivazione europea.
Dopo aver riflettuto su questi aspetti, mi accorsi che non solo la nota diaristica aveva in sé una sua musicalità, ma lo stesso attacco del racconto Un giorno di fuoco possedeva una certa ritmica e delle rime intrinseche. Oltre al fatto che, per la sua potenza e immediatezza, potremmo dire che rappresenti esso stesso una vera e propria “fucilata”.
Fui stuzzicato quindi dall’idea, quasi per sfida o per gioco, di realizzare quella ballata evocata dai due critici nella loro osservazione, cercando di sintetizzare il racconto fenogliano. Una storia, quella di Pietro Gallesio di Gorzegno, che proprio come avvenne per molte canzoni popolari era realmente accaduta e che lo scrittore aveva conosciuto più per tradizione orale che non dalle scarse e remote fonti giornalistiche (proprio l’amico Giacomo Verri ha recentemente ricostruito la reale vicenda di Gallesio, avvenuta nel 1933).
Come accennavo prima, delle canzoni popolari ne esistono spesso più versioni perché, essendo trasmesse oralmente, i particolari vengono inevitabilmente variati. Per lo stesso motivo, Fenoglio aveva raccontato e “sublimato” a suo modo l’accaduto. E allo stesso modo io, con un ulteriore “giro di vite”, nel trasformare in forma di canzone il racconto di Fenoglio, per esigenze di sintesi e linguistiche, dovetti necessariamente apportare delle variazioni: innanzitutto pensai di estrapolare alcune delle immagini più significative, accantonandone per forza di cose molte altre. Inoltre, modificai alcune dinamiche: ad esempio, la notizia dell’uccisione di un carabiniere da parte di Gallesio viene portata da un tale Remo, io invece la faccio portare dalla postina perché mi piaceva mantenere l’ironica immagine che Fenoglio dà di questa donna. Oppure il “nipote” del primo paragrafo diventa nel mio caso, per esigenze di rima, “la vicina”. O, ancora, nel finale ho inserito l’immagine di Gallesio che si suicida nel momento in cui suona il campanile: “E alla mezza delle otto che rintocca il campanile, dritto nella bocca si sparò con il fucile”. È vero che nel racconto in questione non c’è nessun campanile, ma il suono delle campane è un elemento che ricorre molto spesso nell’opera di Fenoglio (forse interpretabile come una sorta di memento mori) e questo ci condurrebbe a parlare della sua straordinaria capacità di creare simboli, ma sarebbe un altro discorso. Inoltre, l’escamotage che ho utilizzato mi permetteva di sfruttare tutta una serie di rime: otto/dritto; rintocca/bocca; campanile/fucile.
Sempre dal punto di vista strettamente linguistico, ho preso pedissequamente in prestito, con un piccolissimo taglio, solo un paio di frasi iniziali. Il resto è scaturito seguendo le suggestioni date dalla metrica, oppure trovando rime e assonanze a parole già presenti nel testo originario, come se nascessero da un’eco. In qualche modo ho cercato anche di mantenere quella patina dialettale tipica di Fenoglio. Ad esempio, là dove dico “Si capisce il brigadiere…”, mi sono rifatto a un modo di dire molto ricorrente dei miei nonni che, parlando tra di loro in dialetto, dicevano spesso “As capìs”.
Per quanto riguarda invece la musica, se la canzone popolare riutilizzava sovente, magari con qualche modifica, arie già esistenti, nel mio caso mi sono affidato semplicemente all’istinto, cercando però di serbare una certa coerenza con la tradizione popolare e con i contenuti. Armonicamente e melodicamente si tratta di qualcosa di molto semplice, ma d’altronde questo è un aspetto abbastanza tipico della ballata narrativa di tradizione popolare.

Questo è stato insomma il procedimento che ho utilizzato per scrivere quella prima canzone che, solo alcuni anni dopo la sua nascita, giunse nella forma di una rudimentale registrazione ad Edoardo Borra, responsabile del “Centro di documentazione Beppe Fenoglio” della Fondazione Ferrero, il quale mi propose di provare a fare un lavoro analogo partendo dal progetto di sceneggiatura cinematografica a cui lo scrittore stava lavorando, insieme al regista milanese Gianfranco Bettetini, negli ultimi anni della sua vita.
La stessa strategia descritta l’ho utilizzata per scrivere i 9 brani di Jose e Davide, attraverso i quali ho tentato di realizzare, in forma diversa, il film che è ora diventato un album edito dalla casa discografica Nota con la produzione della Fondazione Ferrero. Quanto questo esperimento, forse unico nel suo genere, sia riuscito, ovviamente non sta a me giudicare. Posso solo dire di essermici accostato con passione e grande dedizione, e parafrasando lo stesso Fenoglio potrei affermare che “la più facile delle mie strofe esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”.
Soprattutto è mio dovere essere grato al grande scrittore, a Gianfranco Bettetini (purtroppo anch’egli scomparso poco prima che l’album fosse pubblicato), a Edoardo Borra, alla Fondazione Ferrero, a Margherita Fenoglio e a Valter Colle che mi hanno permesso di realizzare un antico sogno.
Ho accettato quindi molto volentieri l’invito dell’amico Giacomo Verri a rendere omaggio, con questo mio intervento, a Beppe Fenoglio nel 55° anniversario della scomparsa.

 

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