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di Mariolina Bertini

Capita, a volte, che un romanzo o un racconto fantastico, lontanissimo dalla traduzione letterale e fotografica della realtà, catturi con straordinaria precisione l’anima di un luogo, la sua quintessenza. Accade nell’Osteria volante di Chesterton, che ci porta nel cuore dell’Inghilterra rurale; nel Golem di Meyrink, che trasfigura in mito il ghetto di Praga; in Rue des maléfices. Storia segreta di Parigi di Jacques Yonnet, che nella Parigi dei clochards rintraccia la memoria di oscure leggende medioevali. Frutto di un analogo miracolo è la Napoli di Morfisa o l’acqua che dorme di Antonella Cilento (Mondadori, 2018, pp. 403, € 20): la Napoli dell’anno Mille, dove sirene e civette scolpite vegliano sulle fontane di marmo e i Misteri pagani, celebrati nei sotterranei del Vicolo dei Tre Destini, coesistono con il culto della Madonna delle Ombre e dei martiri cristiani. In questa Napoli contesa all’Impero d’Oriente dai potentati locali, dagli Arabi e dai Normanni, sbarca un dotto bizantino, Teofanès Arghili, poeta senza immaginazione e innamorato infelice di un giovane che diventerà l’erudito poligrafo Costantino Psello. Teofanès è investito di un’importante missione ufficiale: dovrebbe accompagnare a Costantinopoli Crisarroé, figlia primogenita del Duca di Napoli. Sposando un Porfirogeneta, Crisarroé dovrebbe suggellare l’unione tra Napoli e l’impero; ma nel momento stesso in cui l’ambasciatore-poeta sbarca sul lido di Napoli, è la testa mozzata e semidivorata dai pesci della giovane ducissa che gli rotola ai piedi, mandando in fumo la sua missione e precipitandolo in un vortice di cruente e fantastiche avventure, per nulla congeniali alla sua indole sedentaria e tremebonda.
Giorno dopo giorno, il povero Teofanès scopre i misteri della corte napoletana, non meno corrotta di quella di Bisanzio: Crisarroé è stata vittima prima delle brame incestuose del padre, che l’ha messa incinta, poi di intrighi e passioni non meno oscure. Intorno alla cupola, trapunta di stelle e ornata di mosaici dorati, sotto cui la corte si riunisce, si estende una città che per Teofanès è una fonte continua di meraviglia e di terrore: nel golfo appare e scompare “il pistrice immane”, la balena, minacciosa eppure protettrice; in una bottega delle più inquietanti vivono chiusi in bottiglia animali in miniatura e sibille; sui giardini paradisiaci e sui vicoli tenebrosi, nelle notti di luna, si levano in volo stormi non di uccelli notturni ma di monache, che sorvolano il mare iridiscente tra nuvole argentate.
È a questo punto che fa la sua apparizione la vera protagonista del romanzo, che sembra racchiudere in sé tutti gli incanti e tutte le contraddizioni della città alla quale appartiene: Morfisa, sorella minore di Crisorroé per parte di madre. Morfisa è figlia del duca per la legge, ma in realtà è nata dall’unione della madre con il principe arabo che l’ha rapita, il Quaid; il popolo di Napoli la venera come una madonna-bambina e le attribuisce infiniti miracoli. Al suo vero padre deve la pelle scura che la apparenta alle Madonne Nere delle icone e, probabilmente, il dono che fu di Sheherazade: quello di inventare storie all’infinito, storie che catturano l’attenzione, storie che sfidano il tempo, storie che contrappongono alla prosaica realtà il mondo travolgente del sogno e della poesia.
Una trama movimentatissima, che ricorda i romanzi alessandrini, trasforma Morfisa e Teofanès in compagni di viaggio e di prigionia, sino alla grotta del monaco Nilo, sperduta tra gli Appennini. Nei confronti di Morfisa, Teofanès nutre sentimenti contrastanti: adora ascoltare le sue storie, ma è divorato dall’invidia per la sua immaginazione inesauribile e spaventato dalle arti magiche grazie alle quali quell’insolente bambina dalla pelle scura e dai piedi deformi è in grado di trasformarsi in aquila, balena o cinghiale, e padroneggia i misteri del mondo delle acque. C’è inoltre, scopre Teofanès, un oggetto che racchiude, materializzato, il dono di Morfisa di produrre storie: un grande uovo che la ragazzina porta sempre con sé e che – scopriremo in seguito – lei è in grado di ricreare qualora venga distrutto.
Mentre Morfisa conosce il suo grande amore, il giovane Eughènio, e il Ducato di Napoli va verso la rovina e la conquista da parte dei Normanni, l’uovo magico diventa la divorante ossessione del frustrato Teofanès: per impadronirsi di quell’oggetto che potrebbe assicurargli la gloria poetica, l’invidioso bizantino è pronto a tutto, anche se la sua sfortuna e il suo carattere meschino lo condannano a trovarsi sempre in situazioni umilianti e ridicole.
L’ultima parte del romanzo, La coda della balena, si lascia alle spalle la Napoli asservita dai Normanni e spazia attraverso i secoli. Grazie alla magia dell’acqua, che permette di passare da un’epoca all’altra, Teofanès insegue l’uovo prodigioso, che nel lontano Giappone ispira l’autrice della Storia di Genji. Il principe splendente e nella Francia di Chrétien de Troyes i romanzi di cavalleria. Si arriva sino ai nostri giorni e a una minacciosa apocalissi che sembra dover spazzar via per sempre Napoli e il mondo intero, ma il segreto della rinascita è ben custodito dall’uovo magico, che brilla nell’ultima pagina enigmatico e carico di promesse.
È difficile render conto in breve della ricchezza traboccante di questo romanzo, nutrito di erudizione autentica ma anche di irresistibile humour. È ad esempio lo humour che detta a Morfisa, per intrattenere Teofanès, una versione assiro-babilonese di Orgoglio e pregiudizio e l’esilarante trasformazione in mito egizio di un classico del cinema caro ai surrealisti, Sogno di prigioniero di Hathaway. Se il mito di Morfisa e dell’uovo generatore di storie è una celebrazione della letteratura, è però una celebrazione che non ha nulla di magniloquente, di ufficiale, di ingessato; porta invece con sé l’allegria irriverente e sguaiata delle feste e delle canzoni che nei secoli hanno celebrato le mille rinascite di Napoli, il suo spirito peculiare, i tesori della sua lingua e delle sue leggende.
Leggendo Morfisa, ho pensato spesso a Calvino, uno scrittore così fuori moda oggi, nell’era della non fiction e della diffusa aspirazione a quello che Matteo Marchesini ha definito l’Affresco Eco-Socio-Meta-Psico-Teo-Politico. Ho pensato a lui non perché la scrittura di Antonella Cilento ricordi la sua, ma per un’altra ragione. Io credo che il momento più felice della vita di Calvino non sia stato quello dell’immenso successo internazionale, ma quello in cui, per scrivere le Fiabe italiane, si è tuffato nel mare della tradizione favolistica, popolare e colta, esplorandone tutte le ricchezze, tutte le meraviglie, tutti i prodigi. Credo che, scrivendo Morfisa, Antonella Cilento abbia conosciuto anche lei la stessa felicità; e che le pagine del suo libro ne trasmettano un poco a noi lettori, grati e stupiti di questo dono così inusuale.

 

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