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Babadag (la montagna del padre)
Romania 2011 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Nikolaj Eltyšev ha uno di quei lavori che il crollo dell’URSS non ha fatto che rendere più lucrosi e beceri: sorvegliante nei commando anti-sbronza. Lo fa da trentacinque anni, durante i quali ha coltivato sogni (la casa, l’auto, il televisore a colori) zappando ingenuamente nel terreno sconnesso delle ricompense del destino.
Ma le cose vanno diversamente: a ogni bivio, Nikolaj piglia la direzione sbagliata e la sua vita si sfalda come un puzzle male incollato. Siamo nel 2002, il lavoro procede senza novità. Una sera d’aprile vengono portati al commando sei uomini ubriachi: Eltyšev li interroga in quell’ufficio le cui finestre hanno sbarre con la polvere incarnita; spera che tra loro ci sia qualcuno cui spillare un po’ di soldi, ma niente. Li sbatte in uno sgabuzzino e lì avviene l’incidente che gli fa saltare il posto.
In una serie di sequenze cupamente fantozziane, la famiglia di Nikolj perde anche la casa in città e il garage. Si trasferiscono a Muranovo – un’ottantina di km a nord di Mosca – nell’izba minuscola di zia Tanja. Il trasloco suscita negli Eltyšev lo stesso entusiasmo che avrebbe provocato “un trasporto in discarica”. Nel paesino lavoro non ce n’è: Valentina Viktorovna, la moglie di Nikolaj, prova a chiedere in una scuola – lei prima era bibliotecaria – ma le porte le si chiudono tutte in faccia. Così anche per Artëm, il figlio più giovane della coppia, malato da sempre di oblomovismo. Forse solo Denis, il più grande dei ragazzi, potrebbe riportare a galla la famiglia, se non fosse che è finito in galera e ci deve stare per cinque anni. E se in città la parola d’ordine era la rabbia per le delusioni procurate dal destino in una Russia postsovietica colma di criminali e di approfittatori, nel paesino di campagna la rabbia si cambia in paura rancorosa, a volte, e altre in disperazione gelida. La pensione di Eltyšev è un’elemosina, Valentina si riduce a vendere mirtilli al mercato e, più tardi, a smerciare clandestinamente una vodka che puzza di cherosene col marito. Artëm si sposa, ha un figlio, ma il matrimonio è un disastro. I nuovi vicini di casa sono dei poveracci perennemente fatti di alcol, oppure delle canaglie, come Charin, che promette mezzi e materiali a Nikolaj per la costruzione di una nuova abitazione, ma poi quelle cose non arrivano mai come i Tartari di Buzzati o il vaccino nelle mani del dottor Garin ne La tormenta di Sorokin. Pare proprio che il materiale tematico della letteratura dell’assurdo venga sversato, con questo Ultimo degli Eltyšev (trad. Claudia Zonghetti, Fazi, pp. 268, € 16,50), lungo le strade infinte del prostor russo e Roman Senčin narri così, nell’alveo, però, del pieno realismo, una vita grottesca e vana, l’umiliazione di chi perde tutto, il suono debole e agonizzante delle razze – quella degli Eltyšev – che si rovinano e poi si spengono, come il televisore dell’izba, che in sottofondo accompagna i protagonisti di questo romanzo; prima fa le righe e il volume prende ad andare e venire, per diventare infine inutilizzabile: “era tutto a puntini e non si distinguevano le facce”.

 

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