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La ristampa su CD (Ogun Records) di quest’album, di cui è cambiata in parte la copertina (e vi è aggiunto un lungo brano finale), ci porta indietro con la memoria agli anni d’oro del jazz britannico: era il 1977, per l’esattezza il 14 e il 15 gennaio, quando tre musicisti all’epoca più o meno trentenni decidono di lavorare a un’opera singolare, usando la Chiesa di Santo Stefano a Southmead (nelle vicinanze di Bristol) come studio di registrazione: la ragione di tale scelta era duplice: da un lato impiegare l’organo a canne all’interno dell’edificio, dall’altro sfruttare i particolari spazi acustici dell’architettura religiosa: e infatti è soprattutto un dialogo a due tra l’organo suonato da Keith Tippett e la cornetta di Mark Herig; solo in un secondo momento interviene la bella voce sottile della cantante Ann Winter a rendere più rock un disco che in realtà è un rarissimo esempio di musica improvvisata che addirittura s’ispira alla musica barocca: resta infatti un capolavoro di sonorità quasi magiche il quarto d’ora iniziale di Bellaphon, a cui fan seguito, a parte i 59 secondi di Vega, altri cinque brani dalla durata di sette minuti l’uno: nell’ordine Ghostly Chances, Ode To The Ghost Of An Improviseted Past, Pavane, la title track, l’inedito The Trio Gets Lost In The Magic Forest. Sembra quasi un concept-album dedicato alle forze arcane di un passato remoto, anche perché i tre adoperano molti altri strumenti (cetra, pianoforte, corno, campane) quasi a suscitare atmosfere magicamente evocatrici, che erano più appannaggio del progressive e del folk-rock che dell’avanguardia strictu senso. Ma sia Charig sia Tippett potevano già allora vantare collaborazioni eterogenee, ad esempio nei King Crimson, mentre la Winter di ascendenza etnica partecipa con vocalizzi decisamente sperimentali. Ma è l’intero contesto a ispirare creatività, trasgressione, fantasia persino nei rimandi più classici.

 

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