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Orazione pronunciata a Vercelli in occasione del 25 aprile 2014

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Mi piacerebbe iniziare, questa mattina, col dire che il 25 aprile è una data resistente; che la Resistenza è una parola partigiana; che il termine ‘partigiano’ – così scrisse il grande partigiano Beppe Fenoglio – “è, come poeta, parola assoluta”, non ammette le gradazioni, non sente le scalfitture, non teme i distinguo, né quelli doverosi portati dalla ricerca storica, né quelli arbitrari e degenerati avanzati dai revisionismi.
Ma poi ho pensato che tutto ciò noi e voi lo sappiamo già. E allora mi chiedo: cos’è il 25 aprile? Cos’è il 25 aprile dell’anno 2014? Cosa fu il 25 aprile del 1945? Fu il punto fermo dopo 20 mesi, dopo 585 giorni di Resistenza, di fatiche, di pericoli, di strazi e di gioie. Oggi è un giorno di festa, e allora pensiamo prima di tutto all’esultante lietezza dei liberatori, al senso di appagamento fiorito in cima alle passioni nate sul filo dei monti, dietro la baita, davanti a un fuoco mentre si faceva stufare qualche poca carne tirata via dai peli dei sacchi di iuta. Anche durante la guerra, i partigiani ridevano e si innamoravano. Lo scrittore Giacomo Papi ha scritto: “Gli ultimi testimoni diretti della guerra di Liberazione nel biennio ’43-’45 erano ragazzi e ragazze poco più che adolescenti che sceglievano il nome di battaglia nei libri di avventure, e avevano appena smesso di giocare, persone a cui capitò di innamorarsi e dare il primo bacio mentre erano in guerra. Nel corso di quei due anni, per la prima volta nella storia d’Italia, maschi e femmine si trovarono a dormire insieme all’aperto, a dividere la paura, l’entusiasmo, il coraggio, a combattere, uccidere morire fianco a fianco”. Io appartengo, come ha scritto recentemente il mio quasi coscritto Marco Albeltaro nella sua informatissima biografia di Pietro Secchia, appartengo a quella generazione “post-novecentesca, nata senza nessuna delle coordinate politiche, sociali, e esistenziali e, oserei dire, antropologiche” di quel secolo breve che forse iniziò a declinare proprio di conserva con l’ultima grande sollevazione del ‘900, il Sessantotto appunto, che per la prima volta poneva due generazioni, per così dire, l’una contro l’altra armate e i cui slogan, come pure ha scritto lo stesso Hobsbawm, lungi dall’essere affermazioni politiche nel senso tradizionale, furono piuttosto “pubbliche proclamazioni di desideri e sentimenti privati”. Ed è proprio il contrasto tra dimensione privata e pubblica a darci la distanza lunare tra noi e l’universo dei grandi che fecero la Resistenza. Quando lessi per la prima volta dei partigiani, maschi e femmine, che si baciavano e si innamoravano, giovani e belli, dormendo all’aperto, mi venne in mente una gita scolastica, una serata trascorsa con gli amici, il profumo buono della notte piena di mughetti quando viene il maggio. Mi dissi che anche io potevo sentirmi un partigiano, anche io avevo provato quelle medesime sensazioni. Ma poi c’era anche scritto che, oltre a baciarsi e a guardarsi negli occhi, loro combattevano (e io questo non l’ho mai fatto) e uccidevano e morivano fianco a fianco. Si salutavano, magari alla sera, con una promessa e poi non si rivedevano mai più. Mai più!
Noi raramente diciamo oggi ‘mai più’, quella in cui viviamo è una società che reitera, che adopera la sovrabbondanza in ogni campo, siamo disabituati ai distacchi, alle sofferenze, ai tormenti. La nostra è una società, per molti aspetti, irresponsabile, inappartenente, alla ricerca spesso di intensità effimere da consumare al più presto per sostituirle con altre intensità altrettanto effimere. Mirabilmente già più di 170 fa, Alexis de Tocqueville, diceva a proposito dei limiti di una società democratica: “vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri”. E’ la società del godimento.
Ora, dobbiamo invece capire che quella creatasi negli splendidi 20 mesi della Resistenza fu una società del Desiderio, cioè di quella forma nobile di relazione con gli altri, che crea legami forti, stabili, alti, duraturi, che vuole l’altro per volergli bene, per capirlo, per viaggiare con lui nello stesso destino, per comprenderne anche le differenze .
Ma per giungere a conquistare tutto ciò, i resistenti dovettero calpestare quel che di più bello c’è nell’essere degli uomini, delle persone. Dovettero odiare. Il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt, che pure fu iscritto al Partito Nazionalsocialista, seppe scorgere con asciutta precisione alcuni agghiaccianti aspetti di quella guerra che vollero le alte gerarchie tedesche e alla quale furono costretti i partigiani, una “guerra dell’inimicizia assoluta”, una guerra che “non conosce alcuna limitazione. Trova il suo senso e la sua legittimità proprio nella volontà di arrivare alle estreme conseguenze”. E ancora: “Il partigiano moderno non si aspetta dal nemico né diritto né pietà. Egli si è posto al di fuori dell’inimicizia convenzionale della guerra controllata e circoscritta, trasferendosi in un’altra dimensione: quella della vera inimicizia, che attraverso il terrore e le misure antiterroristiche cresce continuamente fino alla volontà di annientamento”. Quelle furono le condizioni. Anche in Italia: i militi della RSI, asserviti alle divisioni tedesche, vollero una lotta che non ebbe più nulla di umano, niente regole, niente misericordia, nessuna norma bellica. Basti pensare alla infame e spietata violenza che seppero perpetrare anche verso i civili. Si calcola che furono tra i dieci e i quindicimila quelli uccisi dai militari tedeschi o della Repubblica Sociale tra il 1943 e il 1945.
Io, come probabilmente molti fra voi che siete qui riuniti, io non so di quale natura fosse quell’odio. E neppure lo voglio sapere. Ma al contrario mi piacerebbe poter riagganciare nella mente e nel cuore quel palpito, quel fremito di amore che condusse tanti giovani a lasciare le case per camminare le vie e i monti alla ricerca di un futuro migliore.
Il premio Nobel per la Letteratura del 1987, il poeta russo Josif Aleksandrovic Brodskij, scrisse: “Ciò che la memoria ha in comune con l’arte è la tendenza a selezionare, è il gusto per il dettaglio. […] La memoria contiene proprio i dettagli, non il quadro d’insieme […] La convinzione di ricordare il tutto in modo generale, la convinzione stessa che permette alla specie di continuare a vivere è priva di fondamento. La memoria assomiglia essenzialmente a una biblioteca dove regna il disordine alfabetico e dove non esiste l’opera completa di nessuno”.
La nostra memoria, la memoria della Resistenza, avvenuta qui, tra queste vie, dietro l’angolo a pochi passi da noi, e poi sulle colline, sui monti, dietro le baite e sotto i dirupi, è sempre sul punto di essere meno di quello che dovrebbe essere. Quei giorni tremendi e fatali non dobbiamo farceli sfuggire, non dobbiamo perderli, rovesciati assieme a altre tragiche e preziose memorie nel coscienzioso canone delle cose da ricordare. Non basta: perché quell’elenco, quel registro, quell’albo da cui solleviamo, di anno in anno, la figura del 25 aprile, rischia di uscirne devitalizzato. Come disse Marcel Proust a proposito del ricordo di una persona: “Poiché l’abitudine affievolisce tutto, quel che meglio ci ricorda una persona è proprio ciò che avevamo dimenticato (perché era insignificante, e così gli avevamo lasciato tutta la sua forza)”; allo stesso modo, anche per la nostra memoria di quei fortissimi ed enormi giorni, è forse meglio cercare ogni volta ciò che abbiamo dimenticato, o non abbiamo mai saputo. Bisogna – credo – anche supplire con la fantasia ai guasti del ricordo. Certo una fantasia – manzonianamente – della verosimiglianza. Immaginiamo allora (anche se l’immagine che nasce dentro di noi non è quella che fu nella realtà, non importa) immaginiamo dei visi, degli occhi, delle bocche inghiottiti dalla polvere di tremende battaglie dai rumori forti, fortissimi, allucinanti, quello delle urla, degli aerei, dei fucili, delle mitragliatrici dal rumore impressionante, come quello della cosiddetta “‘sega di Hitler’. O forse potremmo ricordare dei singoli episodi, avvenuti di mattina o di sera, non importa, in cui tra una tabaccheria e un’osteria, dietro ai cespugli e alle rocce, fanno capolino i buchi tondi di alcune canne di fucile e di mitraglie; sono i mostruosi occhi degli uomini dei tenenti fascisti a cui piace uccidere: perché quello i militi hanno fatto e hanno seguitato a fare nel Vercellese, in Valsesia, in Valsessera. Sanno fare solo quello. Solo quello sanno pensare i molti, moltissimi ragazzi che hanno presa la camicia nera. Miseri! Avrebbero potuto intraprendere tantissime altre cose. E invece sparano e uccidono: i corpi van giù come sacchi strapieni, cascano pesanti, ma i tonfi non si sentono perché coperti dalle sberle dei proiettili. I partigiani reagiscono, tiran via dalle spalle i fucili e li mettono dritti contro il nemico: feriscono anch’essi, e uccidono. E poi loro stessi muoiono, uno via l’altro, prima contorcendosi per le sberle e gli urti delle fucilate, poi sbattendo in terra i ginocchi e le facce. A qualcuno, cadendo, si rompe il naso, ad altri si apre un taglio rosso nelle labbra. Fa impressione leggere alcuni diari storico-militare dei battaglione neri dove, terminata la descrizione degli scontri a fuoco, c’è ancora spazio per la stesura di alcuni dati atmosferici: “tempo buono, cielo scoperto, temperatura mite”.
Immaginiamo anche le rappresaglie, gli arresti, le torture e le fucilazioni; se è inverno, vedremo delle dita crepate dall’aria gelida, degli abiti laceri, delle lacrime che scaldano gli occhi. Come suggerisce Brodskij, la memoria funziona soprattutto quand’essa si nutre di dettagli, di piccoli, quasi insignificanti segni. E allora figuriamocele per bene quelle lacrime, delle piccine sfere che, di getto, si sdraiano come bave sulla carne delle guance. A piangere perché non vedranno più la loro mamma sono dei partigiani grandi e grossi, uomini maturi, lavoratori, ma anche ragazzini che avranno avuto paura, perché si ha paura quando ti dicono di appoggiarti a un muro, e ti dicono di stare fermo, e ti dicono tanti insulti, e ti urlano, e ti spingono. E ti guardano morire mentre nella tua mente franano pensieri come fossero mille anguille nere in cerca di buco per rientrare nella vita.
La Resistenza è proprio il simbolo della vita, la Resistenza è un mito fondatore, è il giorno che riassume tutti i martìri e che dà inizio alla pace – in fondo ogni martirio contiene in sé qualcosa di aurorale: non solo perché dentro quel giorno avvenne qualcosa di straordinario, ma anche perché lì si diede il battesimo ufficiale a tutte quelle speranze concepite nei venti mesi che erano trascorsi, le speranze di chi si era consegnato alla morte, e di chi era rimasto, le speranze in una Italia nuova, non nel ritorno a quella vecchia, a quella che c’era prima del Ventennio. Non ci si accontentò più di quello. Non si voleva più ciò che c’era prima. Si volle pensare a tutt’altro. Nasceva ormai l’idea di una nazione diversa, senza ovviamente il Duce e senza neppure il Re; prendeva ossigeno l’idea della libertà, della Repubblica forse, della Costituzione, della democrazia, sicuramente. Quella democrazia anche dimessa, anche sobria, ma onesta e tenace, la democrazia insomma dei partigiani, quella che mi piace credere intravedesse anche l’umile Amerigo Ormea, l’eroe di Italo Calvino nella Giornata di uno scrutatore, tra le mura scalcinate del Cottolengo, durante le elezioni: “La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grige, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi”.

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