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di Domenico Fina

 

Ai campi preferisco le case, ho detto. Sono più poetiche, perché dentro ci sono le persone.

In questo romanzo di Sally Rooney (Parlarne tra amici, Einaudi 2018. Traduzione di Maurizia Balmelli; titolo originale Conversations with friends, 2017) non ci sono particolari descrizioni di paesaggi, il paesaggio che interessa Frances, la voce narrante, sono le persone che incontra e in particolare un uomo sposato che si chiama Nick. Immagino che le ambientazioni al chiuso siano una caratteristica piuttosto comune tra le nuove scritture, la natura di una volta passa per case, reading, caffè, chat, presentazioni letterarie, finestre. Per giunta Frances è talmente presa dalle relazioni che non sembra badare al resto.
Sally Rooney, come Frances, la protagonista del romanzo, ha frequentato l’università di Dublino e si è distinta per la capacità di gareggiare in competizioni studentesche di spoken word, gare in cui si persuade l’uditorio su un tema di attualità come questioni di genere, rifugiati, situazione politica internazionale, patriarcato, eccetera. Sally Rooney ama Joyce.

Queste premesse non sono irrilevanti, vanno tenute in considerazione perché questo romanzo può fare inizialmente l’effetto irritante di “hanno stufato con i casi letterari internazionali di talenti precoci e brillanti che fanno vita creativa e sembrano tutti uguali”.
Due amiche studentesse universitarie, Frances e Bobbi, incontrano una coppia sposata, Melissa 36enne, lavora nell’editoria, e suo marito Nick, 32enne, attore dal fascino magnetico e svagato. Frances e Bobbi si amano come amiche e per un periodo si sono desiderate fisicamente. Frances inizia a provare un’attrazione smisurata per Nick. Bobbi sembra voler flirtare con Melissa, la moglie di Nick.
Nick è ritratto come un uomo di quelli esitanti, che ti stanno dicendo prendila tu l’iniziativa. Frances, ha le opinioni di molte studentesse della sua età, la sua amica le dice che non ha una vera personalità intendendolo come un complimento, Frances prende l’iniziativa, sarà lei a baciare Nick, Frances non ama Yeats, sospetta di coloro che lo amano, “non puoi essere capace di intimità umana se ti piace Yeats”, avversa il capitalismo; Bobbi, l’amica, dice cose come “la depressione è la risposta umana alle condizioni del capitalismo”, Frances dice cose come “diventerò così intelligente che non mi capirà nessuno”. Nelle email, fra loro, usano il minuscolo dopo il punto. Come è in voga informale, ad ogni età, oggi. Il libro è scritto con precipitazione e non si usano virgolette; per far capire che si tratta di una frase dialogata, si aggiunge un ‘ha detto’, ‘ho detto’, come se una ragazza stesse raccontando alla sua amica 300 pagine della sua vita.

Adesso arrivo al punto, abbiate pazienza. L’apparente stato grezzo del testo è deliberato, arrivo a pensare che lo stesso fatto di averlo scritto in tre mesi contribuisca a conferire un apparente scompiglio al romanzo, come una email scritta a un’amica, in cui una ragazza dalla sensibilità acutissima scrive in confidenza tutto quello che le viene in mente, mantenendosi tuttavia in un registro medio, omettendo frasi sguaiate, retoriche e magniloquenti. Non approfondendo alcuni personaggi. I genitori di Frances, ad esempio, vengono lasciati sullo sfondo. Sono separati, in crisi economica e il padre è un uomo che beve molto. Tutto ciò conduce quasi fatalmente il lettore, nella prima parte, a voler tirare presto le somme, a cadere nel tranello del giudizio. Tu Sally Rooney mi stai riproponendo il solito cliché appiattito e rilassato di troppa narrativa odierna. Anch’io ci sono caduto in pieno e stavo per abbandonare la lettura.
Ma andando avanti, come in un testo di Joyce, con le dovute distanze e con tutte le cautele del caso (per carità), il romanzo si rivela per quello che è. Le frasi che arrivano dall’aria, e che ognuno di noi condivide, in periodi della sua vita, non siamo esattamente noi, cioè siamo un noi sbadato, che ci rappresenta nelle giornate medie, ma quando arrivano le giornate sofferte, nella seconda parte, il lettore viene messo nella stessa condizione della protagonista: tu lettore stai giudicando ma ti sbaglierai. Noi siamo anche e soprattutto quelli della seconda parte del romanzo, quando la vita ci mette alla prova e non sappiamo come vivere. Il risultato della lettura in un romanzo vero è sempre vivificante.

La sofferenza di Frances sarà dovuta a un complesso di cose, l’amore per Nick che non chiama amore ma la sofferenza resta, un problema fisico, l’endometriosi, che non chiama col suo nome ma col fatto crudo che prova dolori uterini che la fanno svenire. Sviene in una chiesa in cui era entrata per caso, lei che si professa atea, e ci si rende conto, che ‘noi non siamo come nel nostro farneticare’, restiamo atei o credenti o quello che si vuole ma torniamo allo stato in cui le cose e i sentimenti sono indefiniti tutte le volte che un romanzo e una vita diventano autentici. E questa ragazza 26enne, irlandese della Contea di Mayo, riesce sorprendentemente a smentire il lettore. Il lato comico e toccante del libro sta in questo, in una minuziosa conversazione ininterrotta tra se stessa e gli altri, comprese le paure di vivere e morire. Fregandosene soavemente di come dovrebbe essere accolto un testo da pubblicare.

Seconda parte delle recensione, in cui intendo far capire come è scritto. Lo stile, insomma.

In questo romanzo estrarre frasi brevi non credo contribuisca a renderne meglio l’idea, anzi come spesso accade nelle impressioni di lettura sbrigative, si inseriscono frasi slogan che finiscono su Twitter e rimbalzano senza un perché, come peraltro succede ai protagonisti del romanzo con le loro discussioni.

Ho scelto di riportare un’intera pagina perché la scrittura piana di Sally Rooney non si apprezza con poche righe. Frances, ad esempio, nelle prime pagine dice: “Non mi veniva in mente niente di brillante da dire e stentavo a organizzarmi la faccia in un’espressione che comunicasse il mio senso dell’umorismo”.
Questo piglio strambo ha fatto invocare perfino Salinger dal suo editore britannico. Sono cose che si dicono e ci possono anche stare ma uno scrittore, così come un calciatore o un fabbro-ferraio, intimamente vogliono che si dica loro, tu sei tu.

Quindi eccovi un brano lungo:

Frances e l’amica, Bobbi, vengono invitate da Nick e Melissa in una villa al mare, di loro proprietà, in Francia. Ognuno dei protagonisti dorme nella propria stanza. Dopo una delle loro cene in cui, conversando, si eccitano gli animi, Frances sale in camera di Nick. Sanno che potrebbero essere clamorosamente scoperti. Frances approfitta in tutte le maniere per scombinare Nick, lo stordisce di parole, ‘tu non mi sembri coinvolto’, cerca di farlo ridere. Nick ha sofferto di una forma di depressione, ma anche questo aspetto non viene approfondito; per l’ultima volta, lo ripeto, rischiando di diventare noioso come sembra voler apparire superficialmente il romanzo: a Sally Rooney non interessa e non è la sua prerogativa, tratteggiare passato e presente dei personaggi, li dipinge in modo stereotipato, non originale, Frances talvolta si ferisce le dita per punirsi, cose quindi lette e rilette nella narrativa contemporanea media, a Sally Rooney interessa inscenare le loro esitazioni e la vita che li cambia, in questo risiede la forza originale del libro, che non è affatto medio ma un gran libro d’esordio, a mio avviso.

Ci siamo spogliati senza guardarci. Ho affondato la faccia nel materasso e l’ho sentito toccarmi i capelli. Mi ha passato il braccio intorno e ha detto: vieni un secondo qui. Mi sono tirata su in ginocchio, sentivo il suo torace contro la schiena, e quando ho voltato la testa la sua bocca mi ha sfiorato il bordo dell’orecchio. Frances, non sai quanto ti voglio, ha detto. Ho chiuso gli occhi. Quelle parole sono sembrate andare oltre la mia mente, come se mi fossero entrate dritte in corpo e fossero rimaste lì. Quando ho parlato, la mia voce era bassa e ardente. Se non puoi avermi morirai? Ho chiesto. E lui ha detto: sì.
Quando era dentro di me, mi sono sentita come se avessi dimenticato di respirare. Mi teneva la vita con le mani. Continuavo a chiedergli di farlo più forte, anche se poi faceva un po’ male. Lui diceva cose tipo: sei sicura che non fa male? Gli ho detto che volevo che facesse male, ma non lo so se lo volessi davvero. Per tutta risposta Nick ha detto: ok. Dopo un po’ era così bello che mi si è appannata la vista, e non ero sicura di riuscire ad articolare delle frasi compiute. Continuavo a dire ti prego, ti prego, ma non sapevo di cosa lo stessi pregando. Lui mi ha messo un dito sulle labbra come per dirmi di stare zitta e io l’ho preso in bocca, fino a che mi ha toccato il fondo del palato. L’ho sentito dire oh, no, fermati. Ma era già troppo tardi, è venuto. Sudava, e continuava a dire: cazzo, mi dispiace. Io tremavo paurosamente. Avevo l’impressione di non capire quello che stava succedendo tra noi.
Fuori aveva ormai cominciato a fare chiaro e dovevo andarmene. Nick si è tirato su e mi ha guardata rimettermi il vestito. Non sapevo cosa dirgli. Ci siamo scambiati un’occhiata disperata e abbiamo distolto lo sguardo. In camera mia al piano di sotto non riuscivo a dormire. Sono rimasta seduta sul letto con le ginocchia strette al petto a guardare la luce che filtrava dalla fessura delle imposte. Alla fine ho aperto la finestra e mi sono affacciata sul mare. Era l’alba, e il cielo di un azzurro argentato era perfetto. Sentivo Nick camminare nella stanza sopra di me. Se chiudevo gli occhi avevo la sensazione che fosse vicinissimo, tanto vicino da sentirlo respirare. Sono rimasta alla finestra così finché ho sentito delle porte aprirsi al piano di sopra, e il cane abbaiare, e la macchina del caffè accendersi per la colazione.

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