Alessio Duranti per Roberto Camurri A Misura d'uomo.jpg
A TASCA
Bairro Alto, Lisbona, 2015 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

Sono undici racconti e formano un romanzo; li potresti leggere autonomamente oppure tutti assieme a formare un intreccio di vite abbarbicate attorno agli incavi e ai rilievi, alle tinte tenui e a quelle forti delle stagioni. Non che A misura d’uomo di Roberto Camurri (NN editore, pp. 171, € 16) si svolga intero nel giro d’un anno, anzi; si va dall’adolescenza dei protagonisti – Anela, Davide, Valerio, Mario, Luigi – alla maturità in un susseguirsi di quadri non necessariamente concatenati per cronologia, ma necessari l’uno all’altro come il farsi dei giorni. I titoli stessi delle storie, visti in serie, sembrano estivi e marini e arsi dal sole, poi bui – autunnali e invernali – infine primaverili e traboccanti d’insperate speranze.
Siamo a Fabbrico, comune reggiano di seimila anime. Anela, splendido personaggio femminile – prima silfide ragazza e poi donna matura – ha una storia con Davide e più tardi è la compagna di Valerio. Nel mezzo c’è una tragedia che sconvolge le loro vite, la strana sorta del loro triangolo amoroso. Tra sofferenze e paure, Anela non cede mai, neppure quando perde la ragione di tutto o sente vibrare nello sguardo di Davide la fragilità, o il senso di colpa in quello di Valerio, che a un certo punto “era scappato da se stesso e da Fabbrico, era scappato da tutti”. Camurri scrive un romanzo di fughe e di ritorni, di gente che vuole scappare dalle proprie vite, di profumi “di fiori che stanno morendo sulle tombe dei morti”, di orizzonti invisibili, di spiriti che si deteriorano ma poi, inaspettatamente, colgono epifanie di senso in un gesto, nell’incontro di un corpo con un altro corpo. È anche un romanzo sull’amore e sull’amicizia; forse è meglio dire sull’affetto: il lettore finisce per chiedersi, assieme ai protagonisti, da che cosa dipenda il voler bene che si prova per una persona, quale sia la formula che lo rende così bene incondizionato. Non senza paure, certo: quella di Anela che si lascia andare all’amore per Valerio, pur mantenendo nel cuore quello per Davide che non c’è più; quella di Mario che ama Elena, o di Maddalena che vede dietro agli occhi di Paolo – antica vittima delle prepotenze di Davide e Valerio – l’esistenza del male e il suo rifuggire dal passato e dal futuro per vivere solo nel presente. Poi c’è Luigi che ha la pelle nera, parla il dialetto come un reggiano doc e fa lo scrittore: in una memorabile scena è in procinto di vestire i panni dell’oratore, del garante della memoria partigiana del paese, se non fosse che a sorpresa i fascisti, come sempre, rovinano tutto. E poi ci sono la vecchia Bice, il suo bar, e l’avventore più anziano di tutti, Giuseppe, di cui Valerio si prenderà cura in una fredda mattina in cui la neve è alta come barili.
Fabbrico è un presepe laico in cui i corpi hanno modi inconsueti e inaspettati di incontrarsi, di amarsi, di toccarsi, di farsi del male e, più tardi, di curarsi. È un umbilucus mundi da cui molti vorrebbero fuggire mai poi tornano (forse per questo i personaggi calzano di sovente sandali o ciabatte) alla ricerca del giusto peso da assegnare al passato o del momento magico per sentirsi all’altezza dei sentimenti che ci animano. E finiscono poi per sentirsi travolti “dal bene che si sono fatti”.

Recensione apparsa per la prima volta su Avvenire, il 27 febbraio 2018.

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