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Fin dal debutto discografico, nel lontano 1985, a trent’anni, con Horizons per la Concord assieme ai notissimi Charlie Haden e Joey Baron, Fred Hersch, il pianista di Cincinnati ha fatto del jazz trio una ragion d’essere: nell’abbondante costante discografia – una quarantina di album a proprio nome – il classico terzetto con pianoforte, contrabbasso, batteria è di gran lunga prevalente sulle altre pur significative variegate esperienze. E dopo la lunga collaborazione fra lui, Drew Grass e Tom Rainey (sostituito poi da Nasheet Waits), il Fred Hersch Trio per antonomasia dal 2011 riguarda soprattutto il contrabbassista John Hébert e il batterista Eric McPherson, con i quali il leader sembra raggiungere l’equilibrio perfetto tanto nelle registrazioni in studio quanto nelle live performance come questa nel mitico locale newyorchese il 27 marzo scorso, per tentare di bissare il successo di Alive at the Vanguard nel 2012. Stando alle ovazioni avvertibili tra un brano e l’altro e stando in particolare alla qualità della musica, il Fred Hersch Trio sembra ancora una volta conquistare l’approvazione del pubblico e della critica. E non può essere che così, per un artista che, dopo le innumerevoli sofferenze personali (tra cui una grave malattia) riesca ancora a stupire con un pianismo elegante sin dal brano d’apertura, un classico quale A Cockeyed Optimism di Richard Rodgers interpretata con naturale leggiadria. A incidere in profondità sulle linee melodiche ci pensa il trio in For No One dei Beatles, in cui la ballad viene ulteriormente rallentata, mentre un recente jazz standard come Everybody’s Song But Own di Kenny Wheeler consta di un trattamento più agile e veloce. Anche i due comprimari emergono nel disco con autorevolezza: ad esempio McPherson in Serpentine dello stesso Hirsch, Hébert in Wee See di Thelonious Monk. Ma tutto l’album è da apprezzare per un jazz per sempre classico e in parallelo moderno e innovativo.

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