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di Roberto Lana

Dopo il piccolo saggio letterario dedicato al gatto apparso l’anno scorso, ho avuto il piacere di tradurre Un romanzo inglese di Stéphanie Hochet sempre per i tipi di Voland, che già aveva pubblicato anche il primo romanzo Sangue nero.
Il titolo è già una dichiarazione di intenti: la ricostruzione storica dell’Inghilterra della grande guerra è accurata e intima e l’atmosfera che si respira fin dalle prime pagine del romanzo ci porta esattamente a cento anni fa.
Anna e Edward, lei traduttrice dal francese, lui orologiaio di successo, dopo anni di tentativi hanno un figlio, Jack, che riempie la loro vita. Durante la grande guerra si spostano nel Sussex dove la famiglia possiede un cottage e vi si stabiliscono con la servitù. Cercano un angolo di pace nel mezzo della guerra.
Decidono di assumere una balia e grazie a un annuncio economico sul Times e dopo qualche tempo risponde una persona di nome George. Che fascino, che talento avere un nome da uomo, come George Eliot, l’autrice di Middlemarch e de Il mulino sulla Floss. Per questa e una serie di altre circostanze, Anna la sceglie, ma all’arrivo in stazione scoprirà che si tratta di un giovane uomo, stranamente non impegnato al fronte nella difesa del suo paese.
Il giovane si rivelerà estremamente dotato con il piccolo Jack, ma il suo arrivo spezzerà l’equilibrio apparente della famiglia che trovava fondamento nelle convenzioni dell’epoca vittoriana, portando così Anna a una consapevolezza più matura e più dolorosa di sé.

Ho letto il romanzo mentre traducevo L’elogio del gatto per comprendere meglio la lingua e lo stile di Stéphanie Hochet e per naturale curiosità. Ciò che mi ha colpito immediatamente è stata la strana coesistenza di una dolcezza violenta, un eterno equilibrio tra convenzione e ribellione, tra maschile e femminile, vita e morte. E la lingua segue, anticipa e accompagna questa rivoluzione silenziosa che è, insieme ai personaggi, la protagonista del romanzo.
Nel romanzo l’autrice usa più livelli linguistici, più punti di vista, ciascuno con un suono particolare, un vocabolario differente, che evolve nel corso della narrazione. Molti personaggi sono descritti anche e soprattutto attraverso il suono, l’accento della loro voce. È un aspetto che mi ha felicemente colpito, sentire il timbro della voce attraverso le pagine di un libro è un’esperienza rara e, proprio per questo, preziosa. Tale ricchezza linguistica è abbinata a una scrittura estremamente rapida. Il libro non presenta una riga più del necessario, ha una concinnitas squisitamente anglosassone. In questo modo l’autrice consegna a ogni singola parola un peso specifico straordinario, che ho cercato di rispettare anche nella versione italiana, grazie all’accurato lavoro di redazione di Sara Zucchini, con cui ho soppesato ogni scelta, e riguardando le pagine piene di note, è evidente il lungo lavoro di micro e macrovarianti (con qualche piccolo impuntamento da parte mia) che ha portato alla stesura definitiva.
I dialoghi tra Anna e George, resi in francese con un generico vous sono stati tradotti mantenendo tale distanza anche in italiano, da una parte per imitare il you inglese e dall’altra per cercare di ricostruire l’atmosfera di inizio secolo anche nella lingua d’arrivo.
Il testo è ricco di rimandi letterari (l’autrice ha compiuto studi di letteratura inglese ed è specializzata nel teatro elisabettiano) e nelle pagine si trovano echi di Shakespeare, Virginia Woolf, Joyce. Più concreta, invece è la presenza di Emily Dickinson, che George recita al piccolo Jack. Il testo, in inglese nella versione originale, è stato mantenuto anche nella versione italiana, per evidente rispetto del rapporto linguistico e per indurre nel lettore il desiderio di recuperare il testo in italiano, in una sorta di estensione del romanzo al di fuori dell’oggetto libro.
Un’altra caratteristica che ha alimentato numerosi scambi con la redazione è stata la particolare scelta dei tempi verbali lungo la narrazione. Le azioni non sono sempre raccontate in modo razionale, talvolta si assiste a salti temporali apparentemente incomprensibili, che invece possiedono una forte coerenza, giustificata dalla sofferenza che pagina dopo pagina colpisce la protagonista.
Anche questo aspetto ha richiesto una rilettura a distanza, per realizzare una versione che non sia solo il calco in una lingua d’arrivo, ma un testo vivente, parlante un’altra lingua, ma che dica quasi la stessa cosa.
Una piccola sfida che l’autrice ha lanciato alla traduzione è stato il felice gioco di parole tra naître (nascere) e n’être (non essere), una sorta di dilemma amletico che rispecchia i timori di ogni madre davanti alla fragilità di un nuovo figlio. La scelta poteva ricadere, appunto, su essere/non essere, ma ho preferito cercare di mantenere il gioco di parole neonato/non nato.

Al di là dell’indiscutibile qualità della lingua di Stéphanie Hochet, il romanzo suscita nel lettore interrogativi e piccoli turbamenti. Anche noi, come Anna, siamo convinti, nonostante l’evidenza del nome suggerisca il contrario, che George sia una donna. Il pregiudizio, dopo cent’anni esatti sembra resistere ancora. L’autrice, con delicata fermezza ci induce ad abbandonare le nostre sicurezze e a fidarci di questo ragazzo, ad affidargli un bambino, ad ascoltare le sue parole, il suo accento del nord un po’ sgraziato, ma capace di piccoli miracoli.
Scrivo queste poche righe nella giornata dedicata alla donna e penso che questo libro sia la lettura perfetta per questo giorno. Un romanzo inglese ci permette di riflettere sul ruolo del genere femminile nella società, ci presenta la forza e la debolezza di una donna che è tutte le donne e che porta su di sé il peso di un amore materno talmente intenso da rimanerne annientata. Tuttavia l’amore donato non va mai sprecato e prima o poi, in qualche forma, fiorisce e dà frutti preziosi e inattesi.

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