Truman Capote In Cold Blood First edition Verri

Confesso di non aver ancora letto A sangue freddo di Truman Capote.
Lo voglio fare, soprattutto dopo le splendide parole che su questa pagina ha dedicato al romanzo Anna Martini qualche tempo fa. Non sto a dirvi la serie di ragioni che ancora non mi ha permesso di infilare il naso tra quelle carte. Vi dico però che qualche giorno fa, cercando vecchie recensioni del testo, mi sono imbattuto in questo scritto di Carola Prosperi, apparso su «Stampa sera» nell’aprile del 1966, a ridosso, quindi, dell’uscita della traduzione italiana del libro.
Negli Stati Uniti, il romanzo era uscito all’inizio di quello stesso anno per i tipi di Random House. In cold blood è il titolo originale: una cronaca dettagliata e senza censure del quadruplice omicidio perpetrato da Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock ai danni della famiglia Clutter.
Una strage avvenuta nella notte del 15 novembre 1959 seguita, fin dalle prime battute, da Truman Capote, giunto sul posto la mattina del 16 novembre assieme all’amica scrittrice Harper Lee. Il lungo resoconto venne dapprima pubblicato sul New Yorker, a puntate, nell’autunno del 1965, per poi uscire in volume all’inizio dell’anno successivo.
In Italia i diritti furono acquistati da Garzanti che fece tradurre il romanzo da Mariapaola Ricci Dettore. E qui, nell’articolo che segue, la prolifica Carola Prosperi ne scriveva a pochi giorni dall’uscita ricostruendo i fatti che portarono Capote a occuparsi dell’omicidio e riassumendo gli eventi tragici che toccarono ai componenti della famiglia Clutter. La Prosperi scriveva: “Capote accettò, seguì il processo e ne scrisse i resoconti, ma alla conclusione, cioè alla condanna a morte, non tornò a New York, rimase là per cinque anni e più, a tener compagnia ai due condannati, per conoscerli, scrutarli fin nel profondo dell’anima, un’impresa che, dice lui, lo portò quasi ai limiti della pazzia”.
Si trattava, come dicono i manuali, di uno dei primi tentativi di dislocare il genere romanzo mescolandolo alle pieghe della realtà, creando cioè un romanzo-reportage – alcuni dicono il primo in assoluto, sicuramente il più celebre.
Invero, la Prosperi, indica qualche ascendenza e, in particolare, tira fuori il nome di Meyer Levin e del suo Compulsion che in Italia allora era stato tradotto per Mursia, nel 1959, da Renato Prinzhofer (riproposto nel 2017 da Adelphi, trad. di Gianni Pannofino): e non era un’annotazione da poco, se si considera che la Prosperi, per sua stessa ammissione, non era a conoscenza dell’edizione italiana.
Tuttavia non è chiara la posizione che la scrittrice volesse prendere; dopo una limpida e precisa ricostruzione dei fatti (dalla quale non trapela mai un giudizio), alla fine dell’articolo compare questa frase: “Concludendo, come Alessandro Manzoni disse che «una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza», così si può aggiungere che nessun proposito realistico e sociologico, come neppure nessun pregio d’arte, bastano a riscattare la bruttura del contenuto di un libro”.
Cosa intendeva dire Carola Prosperi? Che i fatti narrati rappresentano un’aberrazione? Certo, nessuno lo nega. Ma per questo non erano degni di essere narrati? Truman Capote avrebbe dovuto esimersi dal farlo? Nel 1966 ancora si stava a discutere a proposito di ciò che è narrabile e di ciò che non lo è?

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di Carola Prosperi

da «STAMPA SERA» Giovedì 7-Venerdì 8 aprile 1966

Truman Capote ha raccontato come fu sterminata la famiglia Clutter – L’arresto degli assassini, il processo e la condanna – Lo scrittore, che era stato incaricato da un giornale di seguire il dibattimento giudiziario, per 5 anni volle essere vicino ai condannati fino alla loro esecuzione – Ora nel suo scritto ne ha tentato la riabilitazione – Vi sono stati altri casi ugualmente clamorosi nella letteratura americana
A sangue freddo, recente romanzo di Truman Capote, diventato già un best-seller in America e in Bretagna, tradotto in tutti i paesi del mondo, è presentato in Italia dall’editore Garzanti. Truman Capote è un grosso nome, nella letteratura moderna americana. Più di vent’anni fa era un ragazzo prodigio; le sue novelle, apparse su riviste importanti, attirarono subito l’attenzione dei critici, tanto erano fantastiche, allucinanti, con strani passaggi dalla realtà al sogno, dal naturale al soprannaturale, con scene da incubo terrificanti o situazioni da commedia sofisticata, il tutto in una prosa scorrevole, estrosa, originale. Poi vennero le opere di successo: Altre voci altre stanze; Un albero nella notte; Colazione da Tiffany; Fra i sentieri dell’Eden e altre, tutti frutti di un ingegno agile e sorprendente. Adesso Capote ha quarantadue anni e se ha taciuto per parecchio tempo è stato per preparare e scrivere questo romanzo della realtà, come egli l’ha definito.
Il fatto vero cui il libro si riferisce è un quadruplice omicidio, avvenuto nel 1959, nel Kansas. Là e precisamente a Holcomb, presso Garden City, viveva, in una bella proprietà, una famiglia composta da quattro membri: il padre, Herbert Clutter, quarantottenne, dottore in agraria, ricco possidente, la madre, Bonnie, una buona signora delicata di nervi, la figlia, Nancy, sedicenne, fanciulla in fiore, il figlio Kenyon quindicenne, studente, ragazzo gaio e sportivo. Quattro persone che vivevano fra loro in perfetta armonia, gente religiosa, per bene, amata e stimata da tutti, gente felice. Quella sera di novembre del 1959, andarono tutti e quattro a dormire alla solita ora, col cuore e la coscienza in pace, come sempre. I lumi si spensero, ben presto la casa fu immersa nel silenzio della notte serena e fredda. Naturalmente, la porta della cucina non era chiusa a chiare; nessuno, da quelle parti, sprangava le porte. là non c’eran ladri. E nessuno avrebbe immaginato, quella sera, che due giovani criminali stavano viaggiando alla volta dei Clutter per derubarli ed eventualmente massacrarli. Erano, quei due, Dick Hickock di ventotto anni, e Perry Smith di trentuno, entrambi pregiudicati. Il primo, mentre era in carcere, aveva saputo dal compagno di cella, che certi Clutter presso i quali egli era stato bracciante, erano molto ricchi, avevano perfino una cassaforte piena di dollari. Abitavano in una grande fattoria abbastanza isolata, e la porta della cucina era sempre aperta, niente più facile che derubarli. Appena uscito di prigione, Dick scrisse a Perry proponendogli il colpo. Perry, benché fosse una specie di nanerottolo, era fortissimo e soprattutto era nato per uccidere a sangue freddo. Così adesso i due viaggiavano in macchina verso i Clutter.

Capote Randon House

Tragica scena

L’indomani era una domenica, una bella giornata di sole. Tutti si avviavano alla chiesa. Come mai i Clutter non si vedevano? La casa era stranamente silenziosa. Dopo un bel po’ i vicini si decisero ad entrare…. Trovarono i Clutter tutti e quattro assassinati. La madre e i figli ognuno nella sua stanza, il padre nel seminterrato. Tutti con gambe e braccia legate e le labbra chiuse con nastro adesivo. Gli occhi aperti, pieni di terrore e di orrore, a dimostrare che gli infelici erano stati uccisi con comodo, a sangue freddo, in modo che potessero assaporare il loro martirio fino in fondo. Siccome i Clutter pagavano sempre in assegni, il denaro era tutto in banca, cassaforti in casa non ce n’erano, gli assassini se ne erano andati dopo aver racimolato a mala pena quaranta o cinquanta dollari. Delusi, ma spensierati, pensavano già a qualche colpo più fortunato, e intanto tiravano avanti emettendo assegni a vuoto. Fermati per questo dalla polizia, caddero nella trappola, poiché il prigioniero compagno di cella di Dick Hickock aveva già rivelato l’informazione sui Clutter data al compagno: così non ci volle molto perché i due assassini confessassero il loro delitto. Condannati a morte, rimasero in attesa dell’esecuzione circa sei anni. tra appelli, rinvii, richieste di grazia e via dicendo. Furono poi giustiziati nella notte del 14 aprile 1965.
Quand’era cominciato il loro processo a Garden City, il giornale New Yorker aveva avuto una trovata. Certo, nell’immensa America, delitti ne avvenivano ogni giorno e se ne faceva il resoconto in poche righe, al massimo in mezza colonna. Ma questa volta il delitto era piuttosto eccezionale: quattro persone uccise a sangue freddo a colpi d’arma da fuoco, la strage di una famiglia, in più il padre era stato anche sgozzato. Se avessero mandato un cronista d’eccezione a scrivere i resoconti del processo, uno scrittore, un artista? Pensarono a Truman Capote, romanziere di trentasei anni, già celebre.

A sangue freddo Capote Verri.jpg

Impiccati!

Capote accettò, seguì il processo e ne scrisse i resoconti, ma alla conclusione, cioè alla condanna a morte, non tornò a New York, rimase là per cinque anni e più, a tener compagnia ai due condannati, per conoscerli, scrutarli fin nel profondo dell’anima, un’impresa che, dice lui, lo portò quasi ai limiti della pazzia. Se avesse saputo che la condanna a morte sarebbe stata eseguita, confessa Capote, non sarebbe rimasto, ma col passar del tempo credeva nella grazia. Invece dovette assistere pieno d’orrore all’esecuzione, quando i due sciagurati furono impiccati in una squallida cantina del carcere. Capote ha voluto con questa minutissima narrazione di un delirio nefando, spiegare come ha tentato la redenzione degli assassini di cui era diventato l’unico amico! O partecipare in modo potente alla lotta contro la pena di morte?
Vi fu un altro caso in cui uno scrittore fece di un fatto di cronaca nera, l’argomento di un suo chiamiamolo anche noi romanzo della realtà. Il fatto era avvenuto a Chicago, nel 1924, e aveva fatto più scalpore dell’assassinio dei Clutter. Due giovani appartenenti all’alta società ebraica, Riccardo Loeb e Nathan Léopold di diciotto e diciannove anni, figli di miliardari, sani e belli — uno dei due sembrava un angelo — entrambi studenti all’Università di Chicago, dove erano tutti e due considerati dei prodigi d’intelligenza, ammirati perfino dai professori, strinsero fra loro una grande amicizia. Erano entrambi abitati dal genio del male, le perversità li inebbriavano come una prova di potenza. Alla fine, per dimostrarsi superuomini e senz’altro scopo che quello di compiere un delitto perfetto, rapirono e uccisero un ragazzo di quattordici anni, Bobby Franks, anche lui figlio di miliardari. I due erano certissimi di passarla liscia, ma, come dice l’ispettore Rock della Televisione, commisero un errore, uno di essi non si accorse di avere smarrito i suoi occhiali sul luogo del delitto. Da quel paio di occhiali la polizia risalì ai due assassini e li arrestò.
L’impressione e lo scandalo furono enormi. L’opinione pubblica era scatenata, si parlava di linciaggio, senza pensare al dramma scoppiato nelle famiglie dei due giovani, famiglie rispettabili e onorate, dove le madri agonizzavano di disperazione.
Quando poi si seppe che l’avvocato difensore era una celebrità, famoso per salvare sempre dal patibolo i suoi difesi, il furore del pubblico non ebbe più limiti. Se ne interessò il Ku Klux Klan, che accese sotto le finestre dell’avvocato una croce di fuoco in segno di protesta e di minaccia. Con tutto ciò i due salvarono la vita; per merito del grande avvocato, furono condannati all’ergastolo. Il tumulto in sala fu enorme. Molti scommettevano che i due non sarebbero mai arrivati vivi al luogo di pena, in qualunque modo sarebbero stati linciati.

Diversi destini

Il convoglio che portava i prigionieri s’incamminò nella notte a andatura folle. Le guardie erano armate fino ai denti, coi revolver in pugno e le pistola sulle ginocchia. Un camion di guardie precedeva la macchina dei prigionieri, due la seguivano. Come Dio volle, giunsero in porto, al carcere, per l’eternità… Uno dei due, quello bello, morì poco dopo, ucciso da un compagno per gelosia, l’altro diventò un tal modello di serietà, di lavoro, di buon contegno, che forse la grazia gli fu a un certo punto concessa.
Da questa triste vicenda un giovane scrittore, compagno di studi dei due assassini, Meyer Levin, scrisse Compulsion, il suo romanzo della realtà, che ebbe un grande successo in America. In Italia, salvo errore, non fu tradotto (in realtà, a quell’altezza cronologica, c’era già in circolazione la versione di Renato Prinzhofer del 1959, per Mursia; n.d.r.), in Francia sì, col titolo Crime. Però anche da noi giunse il film di Darryl F. Zanuck col titolo Il genio del male, dove Orson Welles interpretò magistralmente la parte dell’avvocato difensore.

 

Certo, esistono dei capolavori che hanno preso come punto di partenza un dramma, un delitto vissuto. Tale Delitto e castigo di Dostoievsky, Il rosso e il nero di Stendhal, Una tragedia americana di Dreiser, libri in cui si condensava l’atmosfera di tutta un’epoca, in cui il tormento delle anime, una maggior comprensione della natura umana e delle sue colpe, e una nuova luce su certi delitti inesplicabili, facevano salir la febbre del pensiero sociale in quelle società ancora dominata dalla tirannia o dai pregiudizi. Ma gli autori di quei libri eran dei giganti della letteratura. E del resto quanti sono! Bastano le dita di una mano a contarli e ancora ne avanza.
Concludendo, come Alessandro Manzoni disse che «una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza», così si può aggiungere che nessun proposito realistico e sociologico, come neppure nessun pregio d’arte, bastano a riscattare la bruttura del contenuto di un libro.

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