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Sono forse un unicum nella storia delle arti, perché diventati famosi con un film magistrale Leningrad Cowboys Go To America (1989), che porta il loro stesso nome: per la band di Helsinki prima di allora c’è un solo disco, 1917-1987, a cui segue Go America a nome Leningrad Cowboys e altri CD imprevedibili come i due Total Balalaika Show (1993) e Global Balalaika Show (2003) assieme al coro dell’Amata Rossa ormai ex sovietico, ma ancora impostato sul realismo socialista musicale. I ‘Cowboys’ sono formati attualmente da nove orchestrali, due cantanti e due ballerine, ma è piuttosto un collettivo aperto, nel quale dal 1985 a oggi si alternano ben trentotto personaggi. Questo nuovo album (SPV, 2011) aggiunge al proverbiale rockabilly (venato spesso di citazioni blues, r’n’b, jazz, folk) un pizzico di esotico kitsch latinoamericano, suonato come sempre con glaciale ironico distacco, tra Bertolt Brecht e Johnny Cash o meglio, come avverte il sottotitolo, tra Mexico e Siberia.

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