I castelli di cannero Giuseppe Torelli Alessandro Manzoni Verri blog.jpg

Giuseppe Torelli è uno di quegli autori ‘minori’ dell’Ottocento piemontese di cui poco si sa e del quale poco si è scritto. Nasce nel 1816, vicino a Novara, ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. A nove anni è orfano di entrambi i genitori. Studia dai Somaschi a Casale, a Novara dai Gesuiti. Intraprende poi gli studi di medicina a Vercelli, seguendo le orme del padre, che fu un apprezzato chirurgo. Scrive, a Novara, sull’“Iride”, il periodico fondato da Angelo Brofferio. Nel 1839 esce il racconto l’Ettore Santo e nel 1843 il romanzo Ruperto d’Isola. Collabora alla “Rivista Europea” e stringe amicizia con scrittori e intellettuali, tra cui Giulio Carcano e Carlo Tenca, che lo introdurranno alla vita politica. Assiste alle giornate milanesi del 1848 e succede a Tenca nella direzione del “XXII Marzo”, il giornale ufficiale del governo provvisorio. Nelle Lettere politiche, che egli scrive sotto lo pseudonimo di Ciro D’Arco (assunto in seguito al ritorno in Milano degli austriaci e al conseguente ritiro di Torelli a Genova, lo pseudonimo verrà adottato anche per le opere successive), esplicita la propria visione sulla questione dell’Unità, facendosi strenuo sostenitore della causa nazionale attraverso precisi attacchi alle posizioni dei democratici, non ancora pronti a sacrificare gli ideali progressisti a favore dell’unità. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblicherà racconti e descrizioni paesaggistiche, confluite poi nel volume Paesaggi e profili pubblicato da Le Monnier nel 1861. Nel 1853 sposa la milanese Giuseppina Brambilla. Nel 1856 lascia la “Gazzetta Piemontese” e fonda, anche grazie a Massimo D’Azeglio (di cui è segretario), “Il Cronista”. Nel 1858 terminano le pubblicazioni del periodico per mancanza di fondi. Nel 1859 è a Bologna e nel 1860 viene eletto deputato e rientra a Torino. Degli ultimi anni sono i Ricordi politici, pubblicati postumi nel 1873, a Milano, a cura di Cesare Paoli. Tra gli ultimi suoi scritti troviamo due Commemorazioni, una stesa per la morte di Cavour, l’altra per quella di Massimo D’Azeglio. Del 1865 è il romanzo Emiliano. A soli cinquant’anni, nel 1866, si spegne a Torino, a seguito di una lunga malattia.
I Paesaggi e profili [1] raccolgono dunque alcune prose uscite sulla “Gazzetta Piemontese”. Qui ci si concentrerà sulla prima sezione dell’opera, dedicata ai paesaggi. Il titolo – va precisato – è ingannatore: non ci troviamo di fronte a semplici descrizioni, a quadri di maniera, a rappresentazioni sublimi del paesaggio. Certo c’è anche questo, sebbene le caratteristiche del descrittivismo romantico vengano stemperate in “cadenze più piane e ‘normali’” [2]. I Paesaggi di Torelli si sviluppano in realtà lungo più o meno movimentati percorsi narrativi, in cui il paesaggio a volte fa la parte del protagonista (come nel primo dei testi, L’orrido di Sant’Anna), in altri finisce per essere relegato sullo sfondo o risulta slacciato rispetto al filo narrativo che prende piede in maniera dominante (come a esempio in Cimitero e Parco. Torino dugento cinquant’anni fa, dove l’episodio dei contrasti tra Marino e Murtola suona slegato rispetto al paesaggio che fa da quinta). In questo senso il riferimento a ‘storia e leggende’ che compare come sottotitolo redazionale nell’edizione del testo curata da Giuseppe Zaccaria offre al lettore una indicazione più precisa di ciò che troverà sfogliando le pagine di Torelli.
Narrazioni, a tratti, vivaci, non sempre riuscite, quelle che si legano ai luoghi percorsi dall’autore nel suo libro. Una d’esse, la seconda nell’ordine, I castelli di Cannero, attira l’attenzione soprattutto per le caratteristiche che più o meno artificiosamente o superficialmente legano il racconto di Torelli ai Promessi Sposi di Manzoni [3]. La vicenda, prendendo avvio e pretesto dalla descrizione dei castelli che un tempo sorgevano a Cannero, e di cui oggi restano alcune affascinanti rovine, racconta la storia, nera e cupa, come richiedevano certe formule d’oltralpe, dei fratelli Mazzardi, signorotti di Cannero, che lì esercitarono le loro prepotenze e birbonerie nel primo decennio del secolo XV. La famiglia dei Mazzarda, come li chiama Torelli, era originaria di Ronco sopra Ascona, sulla sponda svizzera del Lago Maggiore [4] (e non di una “terra di Ronco sul lago di Como”, come scrive Torelli) [5]. Prosegue, l’autore, dicendo che i cinque fratelli Mazzarda erano “giovani arditi, di energica muscolatura […], presi al servigio del Rusconi, uno de’ tirannelli del Lario” (p. 17): dove è evidente la facilità di legare personaggi e vicenda a un luogo, il Lario (cioè il Lago di Como), che conduce per via diretta a Manzoni. Certo non è artificioso il gioco messo in piedi da Torelli, tolto un punto: la ghibellina famiglia Rusconi (o Ruscona) davvero prese il sopravvento, al principiare del XV secolo, sul territorio di Como, a discapito dei guelfi Vitana (o Vitani) [6]; è assai probabile che i Mazzardi furono al servizio del Rusconi ed è certo che intorno al 1403 invasero Cannobio e si impossessarono degli isolotti di fronte a Cannero, edificando i Castelli della Malpaga; improbabile è invece che fossero essi stessi originari del lago di Como.
Segue una descrizione fisica e morale di Carmagnola, quello dei cinque fratelli che assumerà il ruolo di capo:

Egli era avvenente nella persona; rotto ad ogni guisa di fatiche e di pericoli, non temeva né uomini in terra, né Dio in cielo. Volere era per lui ottenere. A poco a poco la fama del suo valore e de’ suoi delitti si allargò e gli acquistò una celebrità così terribile che il Rusconi pensò di trattarlo da pari a pari, e gli venne dato il soprannome di un valoroso ed infelice condottiero di quei tempi, il Carmagnola (p. 17) [7].

Degli altri fratelli, solo il Simonello, “l’anima dannata della famiglia”, è degno di ricevere due righe di descrizione: “subito dopo il Carmagnola nella brutta gerarchia de’ cinque fratelli veniva per ardimento e per ferocia Simonello […]: le imprese più ardite erano a lui affidate, e dividea se non superava la fama orribile del Carmagnola.” (p. 17) [8]. La storia ha per protagonisti il Carmagnola e la bella Cristina de’ Vitani, “in voce di bellissima fra le giovani di Como” (p. 18). A costei, come alla sventurata Lucia, capita di trovar per strada il Carmagnola. Egli se ne invaghisce:

La perseguitò, la fece ricercare, le tese agguati: ma non potè mai raggiungerla sia perché i Vitani erano in Como rispettati e potenti, sia perché Cristina, spaventata, aveva voluto ad ogni costo allontanarsi da Como, ed era fuggita presso alcuni parenti in Vigevano (p.18).

A Vigevano conosce Jacopo del Pozzo che se ne innamora e la sposa. Jacopo la conduce a Cannobio dove i Visconti lo avevano nominato vicario della giurisdizione. Anche i Mazzarda, “stanchi di vivere in un paese ove avevano troppi rivali in potenza, […] deliberarono di andare a stabilire la loro tirannia sul Lago Maggiore” (p. 19), erigendo il castello della Malpaga. Siamo nel 1412 quando il Carmagnola e Cristina tornano a incontrarsi su una delle viottole che conducono da Cannobio a Cannero. L’episodio è un florilegio che Torelli cava fuori da Manzoni:

Una sera dell’ottobre 1412 il giovane Carmagnola stava seduto sovra un piccolo muro posto a fianco di una stradicciuola che, serpeggiando sulla falda del monte, conduceva da Cannobio a Cannero. Egli era solo: pareva quasi che una nube di pentimento e di tristezza per la sregolata vita offuscasse la sua fronte. Guardava il lago e pensava. Di repente un grido male represso di donna, lo scosse: guatò intorno, balzò in piedi e corse a voltare l’angolo del monte dietro al quale aveva udito il rumore. Vide difatto una donna che fuggiva: raggiungerla e fermarla fu un punto.
– Perché fuggite? Chiede egli, chi siete?
La poveretta nascondeva il volto e non rispondeva: l’altro le si faceva più dappresso. Finalmente dopo un violento dibattere di braccia che s’allungavano e di braccia che si stringevano, un lembo del velo che copriva il volto alla fuggitiva fu sollevato…
Il giovane masnadiero sclamò commosso: – Ah!! era ben tempo ch’io ti rivedessi!!
Quella fuggitiva era la moglie di Jacopo del Pozzo (p. 19).

C’è di tutto un po’: la sera d’ottobre ricorda quella novembrina sul far della quale don Abbondio incontra i bravi. C’è la “stradicciuola” che in Manzoni è la “stradicciola”. C’è un po’ di don Rodrigo e un po’ di Innominato nella “nube di pentimento” che ci fa pensare alla tormentosa notte della ‘conversione’. Non solo, per tutto il racconto Torelli ci sventola sotto il naso la possibilità che il Carmagnola, prima o poi, si penta, ma ciò non avviene, non tanto per la determinazione di voler incarnare, a ogni costo, il Male, quanto, direi, per semplici esigenze narrative. Ma operare raffronti col testo di Manzoni in base a elementi così esteriori e grossolani è fin troppo facile. Vediamo allora in quale modo procede la vicenda. Come artificiosamente Cristina era giunta tra le braccia del Carmagnola, così riesce a divincolarsene. Egli, dapprima sconcertato, risolve poi di far ritorno al castello. La donna, invece, corre a casa e racconta tutto a Jacopo che la invita a non temere per la propria incolumità, essendo lei la moglie del Rettore e trovandosi entrambi sotto la protezione dei Visconti. Cristina, dotata di una certa lungimiranza nelle cose politiche, sa bene quanto i Visconti siano disinteressati alle vicende di quella giurisdizione o quanto, in esse, siano impotenti. Decide dunque di rifugiarsi presso il convento delle Umiliate e degli Umiliati, lì a Cannobio, presso il quale già era usa recarsi “nelle ore di ozio […], a tener compagnia alle suore ne’ loro lavori” (p. 21). Al convento è annesso uno stabilimento manifatturiero [9]. Il commercio tenuto da frati e monache

rendeva frequente e necessaria la presenza nel convento di individui estranei all’Ordine, e la clausura non poteva perciò essere estremamente rigorosa. Cristina si prelevava spesso della tolleranza del portinaio del convento. Quando il bisogno di luce e d’aria la consigliavano ad un breve diporto, ella soleva scegliere il viottolo che conduceva a Cannero, senza però mai allontanarsi di troppo da Cannobio (p. 22).

È durante una di quelle uscite che Cristina si imbatte nel Carmagnola. La storia prosegue: Cristina trova rifugio presso le monache e domanda alla priora di poter vestire l’abito per sottrarsi più facilmente a eventuali ricerche da parte dei suoi persecutori. Le precauzioni di Cristina risultano, tuttavia, vane poiché il Carmagnola riesce a scoprire il nascondiglio della fanciulla: il racconto non è chiaro in proposito, ma possiamo ragionevolmente supporre che a far la delazione sia proprio il marito di lei, Jacopo del Pozzo. Una sera delle seguenti al ritiro di Cristina in convento, il Carmagnola marca visita alla casa del rettore per il “desiderio che egli aveva di portarsi via Cristina del Pozzo nata Vitani” (p. 23). A fronte di tanta determinazione

Jacopo del Pozzo, giusta le istruzioni ricevute da Milano di chiudere un occhio su certe scappate, di stare in buona armonia coi potenti, non credette sicuramente opportuno di fare un diverbio morale col Carmagnola intorno ai diritti di un marito sulla propria moglie, ed agli inconvenienti inseparabili dai rapimenti, dalle passioni sregolate (p. 23-4).

Dove si vede che non tutti i mariti o i promessi sposi reagiscono come Renzo Tramaglino, il quale è pronto a pigliar a schioppettate chi insidia la sua donna, ma dove si vede anche che Torelli sa quanto possa essere divertente strizzare l’occhio al lettore e quanto il lettore possa divertirsi a veder rimescolate e ribaltate le carte che ben conosce. In ogni caso è legittimo pensare che il Carmagnola venga a sapere da Jacopo dove si trovi Cristina. La sera seguente, infatti, il Simonello avvicina Benvenuto, un frate laico che esercita la mansione di portinaio del convento. Costui

veniva innanzi […] canterellando sommessamente, traendosi dietro un somarello carico di pannilani. Giunto ad un rigagnolo che attraversava la via, frate Benvenuto vide una trista faccia d’uomo armato fino ai denti escir da una siepe. Subito lo riconobbe pel famoso Simonello; e ossequioso com’era il buon portinaio d’ogni podestà di fatto, lo riverì con aria devota ed affabile. Il Simonello per tutta risposta lo abbrancò, gli conficcò uno stilo in gola: quindi spogliatolo e gittatone il corpo fuor della via, ne vestì il gabbano (p. 23).

Simonello si dirige al convento, vi penetra senza destar sospetto e rapisce la bella Cristina. Il mattino seguente, a Cannobio, tutti credono che sia stata rapita una monaca e la popolazione si fa sotto alle finestre del palazzo della Ragione (abitazione del vicario) per esprimere la collera e l’indignazione di fronte al delitto subito dalla comunità. La folla tratteggia un’etopea cruda e tagliente del vicario; anonime voci gridano:

– Non vorrei più che gli assassini comandassero, ma bensì la brava gente: mandiamo a spasso questo stupido di Rettore che non sa proteggere né le famiglie né il convento!
– Ma! già! a che serve un vicario che non è buono a niente, salvo a far la corte ai prepotenti?
– Abbasso il Rettore! (p. 27)

E così via. Quando però la moltitudine viene a sapere che la rapita non è una monaca ma la moglie del vicario, nei cuori degli assalitori subentra una “subitanea compassione” (p. 27) che cala l’episodio nell’umore vischioso del deteriore feuilleton, se non fosse che Torelli chiude la scena con l’ironia d’un repentino abbassamento di tono. Il popolo vorrebbe recarsi in frotta alla Malpaga per ottenere giustizia, ma

alla buona volontà non corrispondendo i mezzi, prima della fine del giorno, tutto il tafferuglio si racquetò: ciascuno pranzò e cenò secondo le sue abitudini, e Jacopo del Pozzo se ne stette senza moglie a meditare nei libri di Accursio e Bartolo le applicazioni delle leggi nei casi pratici, a calcolare i gradi di enormità contenuti in un delitto di rapimento, con rottura di porta claustrale, e previo spargimento del sangue di frate Benvenuto (p. 27-8).

Jacopo chiede aiuto ai Visconti, ma da Milano la risposta è picche, tanto che “con un impeto per lui estraordinario” (p. 28) decide di farsi giustizia da sé. A questo punto ci si aspetterebbe di scorgere Jacopo divenire ardimentoso e deliberare un atto risolutore. In realtà riesce solamente ad assoldare una conventicola d’una ventina di uomini dalla quale spreme poco e niente: in capo a due settimane (tanto è lo zelo e la premura di Jacopo! In quindici giorni quante sevizie può avere già subito Cristina?) ottiene di avere “perfetta e regolare notizia della vita, delle angoscie, e perfino delle parole che si pronunziavano nella prigione di Cristina” (p. 28).
Nel frattempo la donna, che “nella notte sciagurata del rapimento” (p. 28) ha ricevuto e rifiutato l’ennesima dichiarazione d’amore da parte del Carmagnola, è rinchiusa nella torre del castello di Malpaga. Mentre viene condotta alla prigione, riesce a sottrarre allo sgherro che la precedeva uno stilo e quello mette innanzi alla faccia del Carmagnola ogni volta che questi si reca a trovarla. Nel registrare lo spazio che intercorre tra l’intraprendente Cristina e la posata Lucia Mondella,che tutto rimette nelle mani della Provvidenza, non è possibile ignorare l’ironico intervento del narratore, che così chiosa sul contegno della donna:

Jacopo del Pozzo, nell’udirsi riferite queste minute circostanze, protestò che pochi vicari di giurisdizione potevano vantare d’aver istillato migliori principii alla loro moglie (p. 29).

I giorni trascorrono senza che nulla di risolutivo accada. Il Carmagnola passa “dagli estremi della tenerezza a quelli della crudeltà” (p. 29): alla vittima viene centellinato il cibo e durante la notte è vegliata da uno sgherro e dal Carmagnola stesso, in attesa che essa si addormenti per poterle sottrarre lo stilo. Per due volte la donna si assopisce, e per due volte il tentativo di carpire l’arma fallisce miseramente: la prima volta Cristina si risveglia e la sua forza d’animo ha un cedimento che la porta a dire all’aguzzino: “Non mi potete vincere… Vincete voi medesimo; liberatemi!! liberatemi… liberatemi!!” (p. 30); la seconda volta, dopo che il Carmagnola “sulla punta dei piedi le si avvicinò tremando” (p. 30), lei, “prima di essere da lui toccata, guizzò, coll’energia della disperazione, lungo la parete, all’altro angolo della camera” (p. 30), come una bestia ferita, come un essere tolto dal consorzio umano e regredito allo stadio animale. Cristina si assopisce una terza volta e solo a questo punto il Carmagnola “le si slanciò addosso d’un colpo solo… e le rapì lo stilo” (p. 31). Come un animale infetto da rabbia, la donna “rialzossi furibonda, e gettò uno strido che echeggiò per tutto il castello della Malpaga” (p. 31). È la mattina di Natale quando il corpo di Cristina viene raccolto, sulla riva dirimpetto al castello, dai contadini delle vigne circostanti di ritorno dalla messa notturna.
Il narratore non svela se si tratti di omicidio o di suicidio; solo ci informa che “giusta il racconto fatto al vicario dalla guardia della Malpaga”, Cristina “si era gittata dall’alto della torre” (p. 31), ma si astiene dall’invitare il lettore a dar credito o meno alla testimonianza della guardia. Nessuna parola è spesa per dirci il dolore del marito (sempre che ci sia stato), ma laconicamente il narratore si limita a informarci che, dopo l’assassinio di Giovanni Maria Visconti e il fallito tentativo di presa del potere da parte del condottiero Facino Cane, l’erede al ducato, Filippo Maria Visconti

intento a ristaurare la propria autorità in tutta la Lombardia, volse l’occhio anche al lago Maggiore, e deliberò finalmente la distruzione del castello della Malpaga. Ci volle fatica, ma Jacopo del Pozzo visse abbastanza per vederne il mucchio di rovine (p. 31).

Questo il sunto della vicenda nel quale, peraltro, si sono tralasciati altri luoghi che gettano ponti al testo manzoniano: l’incipit che è un’entrata dall’alto, come nel modello, con alcuni rimandi intertestuali molto precisi, per i quali rinvio all’introduzione di Giuseppe Zaccaria [10]; gli excursus storici, qui più banali e meno documentati rispetto all’autore milanese. Pure uno sbiadito e vago riferimento all’espediente del manoscritto è da vedere in controluce in una delle affermazioni preliminari al racconto vero e proprio:

la tragica avventura che stiamo per narrare, è cosa storica, e non inventata: ché, forse anche un mediocre narratore potrebbe inventarla meglio. Perfino ne’ più ristretti compendi, o dizionari storici si veggono accennati i nomi, e di fatti che brevemente vogliamo esporre (p. 17).

Qui si salta a piè pari tutta la questione del verosimile e dei “componimenti misti di storia e d’invenzione”, asserendo subito che quel che si dirà è tutto vero e che, anzi, non si tratta di nulla di straordinario, tanto che un “mediocre narratore” avrebbe potuto far molto meglio. Se la vicenda che Torelli racconta affonda le radici nella storia, è pure vero – e il lettore anche più sprovveduto ne ha contezza – che l’autore ci mette mille zampini e quel narratore “mediocre” finiamo per identificarlo in lui stesso. Ma forse non gli accordiamo tutta questa mediocrità e, piuttosto, godiamo di prender sollazzo dalle sue continue strizzatine d’occhio, misurate intere nel raffronto che operiamo col modello di Manzoni. E allora, a lettura terminata, riandiamo al testo e mettiamo sotto la lente – anche una lente grossolana è sufficiente – i personaggi e i luoghi che ci sono passati sotto agli occhi: ne esce una galleria di personaggi e di motivi da teatrino o da feuilleton. Il Carmagnola è un mezzo don Rodrigo che fa il verso all’Innominato e finisce per essere un Conte del Sagrato depotenziato e, a tratti, ridicolo, come quando, rotto a ogni genere di delitto e di soperchieria, non riesce a sottrarre alla fanciulla (anche con l’aiuto di uno sgherro) lo stilo e deve aspettar che ella si assopisca per poterlesi avvicinare “tremando”.
Cristina, dal canto suo, è sì vittima come Lucia e come lei trova rifugio presso un convento, ma, altrimenti, quella del nostro racconto non è una umile ma una donna ricca e potente e soprattutto non affida il proprio destino a una pia e piena di speranza rassegnazione in Dio, ma fa assegnamento sulle sue personali risorse (fino al sacrificio della vita che, in ogni caso, non ci viene restituito come un atto eroico ma come una risoluzione istintiva e ferina di fronte al pericolo).
Jacopo del Pozzo corrisponde funzionalmente a Renzo, ma non ne possiede le virtù: là dove il promesso sposo di Lucia coltiva un moto di ribellione e l’ingenua convinzione che l’oppresso possa trovare nelle leggi giustizia o, più facilmente, farsela da sé, Jacopo è poco più che un pusillanime; suona ironica la presentazione che ne fa Torelli, partendo dall’affermazione “era uomo integerrimo”, se poi leggiamo il prosieguo:

alieno da’ partiti, compiangeva i furori, e le risse e le prepotenze che n’erano l’ordinaria espressione: sebbene guelfo, in fondo al cuore, lasciava che i Ghibellini la pensassero come volevano. Era geloso della propria autorità, ma sventuratamente non poteva farne uso; imperciocché alla buona voglia ed al buon diritto non poteva accoppiare anche la forza. Sui terrieri esercitava un imperio più di sembianza che di fatto: non parlava nelle radunanze che di rado, sentenziosamente, e con un piglio d’importanza: vestiva i suoi famigli con cappellaccio e brache differenti dall’uso comune. Quando per alcuna depredazione un terriero veniva a porgergli lagnanza, rispondeva asciutto asciutto:

– I Visconti hanno le braccia potenti: lasciate fare a me.
Ed intanto il povero depredato poteva aspettare a ricevere giustizia, fin Dio sa quando (p. 20-1) [11].

Jacopo del Pozzo è dunque un uomo che parla molto e agisce poco, e quando decide di agire ottiene ancora meno. Nella parte finale del racconto, allorché delibera di fare da sé e di non più attendere l’intervento dei Visconti, in altro non riesce che nell’ottenere un sorta di ‘bollettino’ ufficiale sulle condizioni della moglie rinchiusa nella torre del castello: e di quello si contenta. Intanto la moglie vive la propria tragedia e, infine, trova la morte. Il marito, perduta la chiacchiera che lo aveva contraddistinto, attende ‘burocraticamente’ l’intervento della giustizia e vive abbastanza a lungo per vederne i risultati. È uomo di piccolissime aspirazioni, senza troppe passioni e impetuosi ideali: aspetta l’intervento del Visconti con lo stesso ardore d’un capocantiere che attende l’abbattimento del vecchio rudere per costruire l’autostrada.
I castelli di Cannero appaiono in appendice alla “Gazzetta Piemontese” nel marzo 1852 e non penso di dir cosa peregrina asserendo che il quasi novarese Torelli avesse alla mente un modo di dire nato o riesumato appena tre anni avanti, proprio in Novara: “Nuara la bala”, Novara balla. Il detto popolare viene ribattuto per le strade della città dopo che il 23 marzo 1849, alla Bicocca, i Piemontesi sono sconfitti dagli Austriaci; la sera medesima, si sa, Carlo Alberto, scoraggiato, abdica, in una sala di palazzo Bellini, in favore del figlio Vittorio Emanuele, il quale firmerà l’armistizio. Novara resta in mano agli Austriaci fino al mese di agosto (fino al ritorno delle truppe piemontesi) e per le strade si comincia a dire: “Nuara la bala”, è in ballo e, se c’è da ballare, balliamo. Ma senza troppo entusiasmo, perché l’aspirazione più alta è quella di conquistare la bramata tranquillità. Anche il novarese d’adozione Sebastiano Vassalli fa riferimento al detto popolare quando parla della sua “pianura incantata” dove le

vicende umane, grandi e piccole, sembrano essere scivolate senza lasciare una traccia durevole di parole. […] Novara: dove, per secoli, tutti gli eventi bellici, e le lacrime e il sangue che si lasciavano dietro, sono stati riassunti una frase dialettale, che tradotta in italiano dice, all’incirca: «Novara balla». Che importanza poteva avere che a farla ballare fossero i francesi o i tedeschi o gli svizzeri, o magari anche i piemontesi delle valli di Torino e di Cuneo, come poi accade dopo un’altra, più famosa battaglia, quella del 23 marzo 1849 tra piemontesi e austriaci? [12]

Jacopo del Pozzo si trova nel ballo e balla senza troppo entusiasmo, come quello che aspetta che la festa finisca per tornarsene dritto a casa. Mancanza di passione che fa venire alla mente ciò che scriveva Lorenzo Montano di Giovanni Giolitti: “dinanzi a gente che per ore si è sgolata nelle più apocalittiche denunciazioni di patria e di pericolo, fallimenti, guerre civili, catastrofi, egli riesce a discorrere di non so che regolamento” [13]. Jacopo è dunque un uomo senza passioni, ma pure senza la virtù dei novaresi di Vassalli, del Giolitti di Montano: la straordinaria operosità, che non posa davanti a nulla, s’annichila qui in un burocratico contegno di fronte alla tragedia della moglie.
I paralleli col testo di Manzoni possono proseguire poi senza grossi intoppi: se il Simonello fa la parte del Griso, frate Benvenuto è una sorta di don Abbondio “ossequioso d’ogni podestà di fatto” e i Visconti, poco interessati alle vicende di Cannobio e comunque timorosi di fronte al potere dei Mazzardi, rappresentano la forza legale che non “proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura agli altri” [14]: insomma il negativo della storia con tutto il carico di ingiustizie e di aberrazioni. Inutile dire che Torelli non è Manzoni, e che nel racconto del piemontese le considerazioni sulla natura della storia (che nel lombardo sono notoriamente negative) risultano superficiali e generiche, forse anche e soprattutto perché mancano, come protagonisti, i grandi oppressi dalla Storia, cioè gli umili. Non solo: manca tra i personaggi di Torelli l’animo nobile, sia esso del povero o del ricco, del filatore di seta o del cardinale. Come scrive Zaccaria, a differenza di Manzoni, “Torelli non attribuisce colpe particolari alle autorità” quando elenca orrori e ingiustizie del passato e lo fa perché le vittime non sono vere vittime, oppresse e vessate dai potenti; nessuno è veramente nobile, non v’è un personaggio di eccezionale superiorità, né nel bene né nel male. Gli agenti del male non hanno nulla di straordinario e di ‘superiore’ (come è il caso dell’Innominato) ma sono la mera esemplificazione della grettezza e della violenta condotta di vita dei tipici signorotti del XV secolo. I personaggi positivi sono altrettanto gretti, ma depotenziati in campo sociale e politico.
Tuttavia, una volta stabiliti questi giochi di specchi col testo di Manzoni, cosa resta in mano al lettore? Ingenuamente si potrebbe rispondere che Torelli abbia voluto sfruttare la notorietà di una vicenda, quella dei Promessi sposi, per costruire un racconto che fosse di immediato effetto. Così facendo, tuttavia, cadremmo nell’equivoco di collocare l’autore piemontese nel novero degli epigoni che, in quanto tali, vanno alla ricerca di un lustro che già alla nascita è reso opaco dal modello a cui rendono onore.
In altra prospettiva e meno ingenuamente possiamo credere che l’autore della Storia naturale della buffoneria abbia voluto giocare con i lettori i quali, terminata la consultazione della “Gazzetta Piemontese”, potevano concedersi lo svago di trovar descritti i luoghi amati (per gli abitanti di Cannobio, Cannero e zone limitrofe) e di sorridere di una vicenda che profumava di conosciuto ma riusciva umoristicamente diversa dal modello.
Manzoni, diceva De Sanctis, legge il paesaggio dall’alto, come se si trovasse di fronte a un “plastico analizzato. Il concetto è ripreso da Eco:

Manzoni inizia a descrivere assumendo il punto di vista di Dio, il grande Geografo, e a poco a poco assume il punto di vista dell’uomo, che abita dentro il paesaggio. Ma il fatto che abbandoni il punto di vista di Dio non ci deve ingannare. Alla fine del romanzo – se non durante- il lettore dovrebbe rendersi conto che egli ci sta narrando una storia che non è solo la storia degli uomini, ma la storia della provvidenza Divina, che dirige, corregge, salva, e risolve. L’inizio dei Promessi sposi non è un esercizio di descrizione paesaggistica: è un modo di preparare subito il lettore a leggere un libro il cui principale protagonista è qualcuno che guarda dall’alto le cose del mondo [15].

Dunque, mentre in Manzoni incombe sulla testa dei personaggi la gran volta del cielo solcata dalla Provvidenza (presenza di cui si fa garante la voce del narratore), in Torelli il volo dall’alto che troviamo nell’incipit, se da un lato appare di maniera, dall’altro risponde a una visione differente, dove la Storia è fatta tutta dal basso e dove, alla Storia provvidenzialmente orientata, si sostituiscono gli atti di forza tutti umani, come se dai Promessi Sposi fossero stati tolti non solo i grandi potenti e nobili nell’animo, come il cardinal Borromeo, ma anche i puri di cuore come Frate Cristoforo, e gli ingenui e schietti come Renzo e soprattutto Lucia. Qui tutti sono pavidi o prepotenti e a nessuno interessa di “raddrizzar le gambe ai cani” [16]. L’unico spirito vagamente superiore è Cristina, ma d’una superiorità tutta istinto e forza singolare di donna che non solo si ribella [17] alle soverchierie degli aguzzini, ma si oppone pure al ruolo sociale che la tradizione affidava alle donne (tira fuori le unghie di fronte al Carmagnola, ma non obbedisce neppure al marito). E lo fa da sola, senza rimettere le proprie speranze a un consigliere né, tanto meno, a una forza superiore com’è la Provvidenza manzoniana. Ai grandi disegni della Storia s’oppongono qui i brevi calcoli dell’oggi e del domani, senza tuttavia arrischiarsi fino al dopodomani: un contegno che non va confuso col bruciante carpe diem, ma si precisa in una semplice rendicontazione del fare umano, senza troppi compromessi con i sentimenti e le passioni.
Le cose stanno così, o starebbero così, se la storia di Torelli fosse solo una storia. In realtà, il raffronto con Manzoni, oltre a determinare una visione del mondo quale è stata delineata, ha pure un risvolto umoristico e ironico, proprio là dove la citazione è più evidente. Non solo perché Torelli vuole fare il verso al romanzo di centinaia di pagine in un fascicoletto di poche cartelle (come a fare la tragedia greca col teatrino di piazza), ma soprattutto perché, offrendo chiari segnali di contatto col modello, vuole suggerire di prenderlo con distacco e con umorismo.
Allora, se di Giuseppe Torelli non sappiamo molto, poco importa: non è comunque Manzoni. Ma chi lo leggerà, troverà un modo per ridere o sorridere delle cose che si prendono troppo sul serio. E questo non è mai un male.

NOTE:
1. Paesaggi e profili, Firenze, Le Monnier 1861. In appendice il racconto Ettore Santo. Dei Paesaggi, il capitolo La statua di San Carlo Borromeo è stata ripubblicata a cura di Gian Vincenzo Omodei Zorini nel 1993 da Gandolfi, Arona. I Paesaggi sono ora riediti da Interlinea: Paesaggi. Storia e leggende in Piemonte. Presentazione di Giuseppe Zaccaria, Novara, Interlinea 2010. Si tratta di una ristampa anastatica del testo del 1861.
2. Giuseppe Zaccaria, Eclettismo di Giuseppe Torelli: Paesaggi e profili, in Id., Per una letteratura di confine. Autori, opere e riviste del Piemonte orientale, Novara, Interlinea 2007, pp. 21-41. Ora come prefazione a Giuseppe Torelli, Paesaggi. Storia…, cit., pp. V-XXIV.
3. Torelli rielabora la vicenda da un racconto, La Malpaga, scritto da Antonio Giovanola nel 1839. Tolgo l’informazione, che non ho potuto verificare, dal pagina web: http://www.portovaltravaglia.it/storia/storia5.html. La pagina è a cura di Alessandro Dumassi; il sito è allestito da Filippo Colombo. Malpaga è l’antico nome del castello di Cannero.
4. O, al più, della frazione Ronco di Cannobio, o del comune di Ranco in provincia di Varese.
5. Cito dalla ristampa anastatica edita da Interlinea, p. 17. Da ora le citazioni dal testo saranno segnalate col solo riferimento al numero di pagina tra parentesi.
6. Come si vedrà, Cristina de’ Vitani sarà una delle protagoniste del racconto.
7. Il corsivo è nel testo.
8. I corsivi sono nel testo.
9. L’ordine degli Umiliati fu poi soppresso dal cardinal Borromeo, quando i frati divennero più attenti ai guadagni che ai valori monastici. Lo stesso Torelli scrive: “era quello uno stabilimento più manifatturiero che claustrale” (p. 22).
10. Eclettismo di Giuseppe Torelli: Paesaggi e Profili, introduzione a G. Torelli, Paesaggi. Storia…, cit., p. X-XI.
11. I corsivi sono miei. Si noti come, nel costruire il periodo, Torelli faccia sovente seguire a una premessa positiva una conclusione negativa.
12. Sebastiano Vassalli, La mia pianura incantata, «Corriere della sera», 22 ottobre 2001. Pur non citato direttamente, il detto popolare “Nuara la bala” sembra riecheggiare in un altro ‘paesaggio’ di Torelli, Il castello di Novara, in Profili, cit., pp. 119-44, soprattutto nelle battute finali ove, come in un giro di danza, si elencano i vari conquistatori della città nel XVI secolo.
13. Cfr.: Lorenzo Montano, Commento alla cronaca. Esatta descrizione di Montecitorio, in “La Ronda” 1919-23, a cura di Giuseppe Cassieri, Torino, Rai-Eri 1969, p. 439.
14. Cfr.: il Capitolo I dei Promessi sposi.
15. U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano, Bompiani 1994, p. 90.
16. Cfr.: il Capitolo I dei Promessi sposi.
17. Cristina è il contrario di quel ritratto d’“animale senza artigli e senza zanne” col quale veniva tratteggiata la figura di don Abbondio, cap. I.

Annunci