Libri tanto amati Heinrich Böll e Roberto Todisco Verri blog.jpeg

Fotografia di Roberto Todisco

Ti accorgi che un libro è veramente importante quando ti viene in soccorso. E può farlo in un solo modo, un libro. Fornendoti le parole giuste, appropriate. Già, perché è questo che fanno i grandi scrittori: cesellano l’unica frase, fra tutte le infinite combinazioni di lettere che si possono mettere una dietro l’altra, che esprima esattamente quel sentimento, quella sensazione, un attimo, oppure semplicemente la maniera che ha di richiudere il tubetto di dentifricio la donna che ami. Non ce ne è un’altra al mondo. E quando la trovi in un libro, la frase che cercavi da anni e che riesce come un amo ad acchiappare quella cosa che tenevi dentro e non riusciva a diventare neanche pensiero, figuriamoci parole, e invece la porta in superfice e la fa vedere al mondo, allora sì che quel libro ti è venuto in soccorso.
A me una cosa del genere è capitata con Opinioni di un clown, di Heinrich Böll (trad. di Amina Pandolfi). Naturalmente, a prescindere da questo, si tratta di un bellissimo libro, stilisticamente inappuntabile, sorretto da profondissime (e attualissime) riflessioni sulla cosiddetta società del benessere e sui risultati che produce nell’animo delle persone. È pervaso da un’ironia acuminata e da una dolorosa malinconia. E ha un protagonista che ti resta nel cuore. Per provare a capire il povero Hans Schnier dovete immaginare di essere messi proprio male. E per male intendo drammaticamente in bolletta, con una carriera di clown (sì, un clown) che sta precipitando verso il pubblico dileggio, anche per colpa delle grandi quantità di alcol che mandate giù prima di andare in scena. Con una famiglia di industriali che a malapena viene a rispondervi al telefono, perché voi gli avete sbattuto sulla faccia tutti i loro soldi e la loro buona educazione di facciata e vi siete messi a fare il saltimbanco, scappando con una ragazza molto giovane, compromettendola, come si dice, senza sposarla e attirandosi in questo modo anche tutti gli strali della comunità cattolica della città. Ma non basta. Già, perché dopo cinque anni di vita insieme, passata fra una recita e l’altra, per tutta la Germania, in alberghi di quart’ordine e con i soldi contati per il biglietto del tram la sera dopo lo spettacolo, la ragazza vi molla, per sposare un rispettabile membro della comunità di Bonn.

Solo che io non sono affetto soltanto da malinconia, mal di testa, indolenza e dalla mistica facoltà di sentire gli odori per telefono. Il più terribile dei miei mali è la predisposizione alla monogamia; c’è una sola donna con cui posso fare tutto quello che gli uomini fanno con le donne: Maria. E da quando lei se n’è andata, vivo come dovrebbe vivere un monaco, con la differenza che io non sono un monaco.

Adesso vi è chiaro il quadro? Tutto si svolge in 3 ore, tre ore che Hans passa a rimuginare sulla propria vita e a fare telefonate a destra e a manca, nel tentativo, nell’ordine, di: raccattare uno straccio di contatto umano; regolare i conti con mezza popolazione di Bonn; farsi prestare del denaro; e, soprattutto, scoprire dove diavolo sia andata a cacciarsi Maria, la donna che ama. Neanche a dirlo rimediando insuccessi su tutti i fronti.
Una delle telefonate più difficili per Hans è quella al fratello Leo, che intanto si è convertito al cattolicesimo, da protestante che era, come tutta la famiglia, ed è entrato in seminario. Leo si offre di portargli del denaro, poco in realtà, ma tutto quello che è riuscito a racimolare. Solo il giorno dopo però, perché si è fatto tardi. Questa cosa irrita Hans. “Una presenza umana mi farebbe bene”, gli dice. Niente da fare, le regole del seminario sono rigide. Mano a mano che parlano vengono fuori le vecchie durezze, le incomprensioni sepolte per anni. Persino la morte della loro sorellina. Fino a quando a Leo scappa di bocca che ha incontrato Maria e l’uomo per cui lo ha lasciato. Questa cosa manda Hans su tutte le furie. Rifiuta l’aiuto di sua fratello.

«Ma cerca di capirmi» supplicò lui.
«Maledizione» esclamai «ti capisco. Ti capisco anche troppo bene».
«Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?» domandò Leo.
«Sono un clown» risposi «e faccio raccolta di attimi. Ciao». E riattaccai.

Eccoci al punto. Questa è la frase. L’amo che ti scende dentro e che afferra. Quando l’ho letta per la prima volta ero su un autobus. Cambiai posizione sul sediolino di plastica. Guardai fuori dal finestrino, fino a rendermi conto di aver saltato da un pezzo la mia fermata. Che tipo di uomo ero, in conclusione? Contrariamente a quanto si possa immaginare non è la bellissima risposta di Hans a essermi rimasta dentro, ma la domanda di Leo. È quel “in conclusione” che la rende speciale. Come a dire, al netto di tutte le inutili cianfrusaglie che ci portiamo addosso, le maschere sociali, il lavoro che facciamo, la maniera in cui abbiamo scelto di vivere. Sotto il cerone delle nostre esistenze preconfezionate, chi siamo, veramente? È una domanda a cui possiamo rispondere in piena sincerità se ci ritroviamo come il povero Hans, dopo aver perso tutto, a parte una bottiglia di brandy nel frigorifero. Forse è per questo che da quando l’ho letta mi si è accesa nella testa come una spia, un allarme che periodicamente si suona e mi riporta alla memoria, da chi sa quale angolo in cui si erano andate a cacciare, le perfettissime parole di Böll. Che tipo di uomo sei, in conclusione? Non è la risposta a questa domanda, forse, il senso dello stare al mondo?
E poi ti può succedere che la frase che hai trovato nel libro diventi così parte di te, che te la ritrovi sulle labbra all’improvviso, come parte del tuo proprio bagaglio emozionale, magari parlando con una persona che a stento conosci. Che tipo di uomo sei, in conclusione? Gli fai. E quello inaspettatamente butta giù le difese e ti mostra ogni cosa. L’amo funziona anche per lui. Sono così, così e così. Ecco te l’ho detto. L’anima delle persone messa a nudo un poco spaventa, ma tu hai fatto quella domanda, e ora devi ascoltare la risposta. Ecco la vera forza delle parole ben dette, l’utilità ultima della letteratura. Darci linguaggio, comprensione, capacità di stabilire connessioni con l’altro, perché la letteratura, quella vera, tocca sempre il nocciolo della questione.
E tu, sì, tu che hai avuto la pazienza di leggere queste righe, che tipo di uomo, o di donna, sei, in conclusione?

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Roberto Todisco (Napoli, 1982) è uno scrittore. Il suo romanzo Jimmy l’americano ha ricevuto la menzione speciale della giuria alla 30° edizione del Premio Italo Calvino ed è stato pubblicato dalla casa editrice Elliot.

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