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Il 28 settembre del 1952, sulla stessa memorabile pagina della Voce di Cuneo, comparivano tre articoli, la cui firma era quella di tre giganti della Resistenza italiana: Pietro Chiodi, Cino Moscatelli e Beppe Fenoglio.

Il primo scriveva dell’orgoglio partigiano; con una piccola chiosa, Cino Moscatelli suggellava le parole dell’amico Chiodi e, per finire, al centro della pagina, Beppe Fenoglio regalava al pubblico uno dei suoi primi racconti partigiani.

Il periodico La Voce, nato nell’aprile del 1951, e poi uscito con cadenza prima settimanale, poi quindicinale e mensile, fu un foglio ricco di stimoli, dotato di uno sguardo critico su molte faccende che allora caratterizzavano la situazione politica e culturale, specie quella del territorio cuneese. A partire dal 1958 divenne il giornale ufficiale della Federazione cuneese del Partito Comunista Italiano.

Il racconto di Fenoglio, Novembre sulla collina di Treiso (elaborazione del primo capitolo di Appunti partigiani), venne pubblicato in occasione della cerimonia di consacrazione della cappella nel comune di Treiso (quella che vediamo rappresentata nella parte alta della pagina) dedicata alle vittime dei feroci rastrellamenti antipartigiani del novembre 1944, ed è dedicato alla memoria di un partigiano caduto.

Il testo di Pietro Chiodi, che qui invece proponiamo per festeggiare questo settantatreesimo 25 aprile, è un vero e proprio inno all’impareggiabile sapore di libertà che ha intriso la vita di chi ha fatto la Resistenza.

Ed è un inno di tutti i partigiani.

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di Pietro Chiodi

L’orgoglio non è una virtù. Non si dovrebbe mai essere orgogliosi. Tanto meno poi di aver fatto qualcosa, come il partigiano, che mirava proprio a ricostituire l’uguaglianza morale fra gli uomini, fra i cittadini, come membri di una collettività priva di discriminazioni e di “meriti” e di “orgoglio” patriottici. Ma alle volte, dentro di me, mi succede di sentirmi pieno di un infinito orgoglio e sempre solo per una sola cosa: di aver fatto il partigiano.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando vedo gli uomini e le donne, i democristiani e i comunisti, i forti e i deboli, che vanno a votare: perché so che un popolo degno di questo nome non può obbedire che a coloro che egli stesso si è scelto con libere e genuine elezioni.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando dico quello che penso, senza preoccuparmi di chi mi possa sentire, ma soprattutto quando qualcuno sostiene liberamente il contrario di ciò che io penso e dico: perché so che la libertà di pensiero è la sostanza stessa dell’uomo.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando vedo un democristiano che legge l’Unità o un comunista che legge il Popolo Nuovo: perché so che la libertà di stampa è la condizione fondamentale per l’educazione di un popolo civile.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando i lavoratori scendono in sciopero per difendere il pane dei loro figli e la loro dignità di uomini: perché so che l’educazione alla tutela dei propri diritti ed il riconoscimento di quelli altrui si ottiene solo attraverso la libertà.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando incontro l’Ebreo senza triangolo giallo ed il negro a braccetto con una bianca: perché so che gli uomini, a differenza dei cavalli, non si dividono in razze.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando vedo le fotografie dei campi di Dachau e di Buchenwald: perché so di aver contribuito a cancellarli dalla faccia della terra.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando tocco con mano che i nemici della nostra causa coincidono con i nemici della libertà umana, dell’elevazione degli umili e dei poveri, con gli esaltatore della violenza e dell’oppressione.

Sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando penso che coloro che ci vilipendono hanno avuto anche da noi la possibilità di stampare liberamente i loro giornali e di scegliersi non più obbligatoriamente i loro padroni.

Sono orgoglioso di aver fatto il Partigiano quando mi accorgo che alcuni Partigiani hanno compiuto azioni indegne della causa per cui combattevano: perché so che questo non tocca né la validità della causa né la gloria dei 70.000 che si immolavano per essa.

Ma soprattutto sono orgoglioso di aver fatto il partigiano quando qualcuno mi dice che non dovrei esserne orgoglioso: perché penso che sono io che combattendo per la libertà gli ho conferito il diritto di dirmelo.

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Da sinistra: Pietro Chiodi, Cino Moscatelli e Beppe Fenoglio

 

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di Cino Moscatelli

Sono in tutto d’accordo con l’amico Chiodi e, proprio per quella libertà di poter dire ognuno la sua, se egli mi permette, aggiungerei un altro “motivo” per cui mi sento orgoglioso di aver fatto il partigiano: perché ciò implica come necessaria conseguenza il dovere morale e civile di intervenire con lo stesso spirito e slancio di allora in difesa dei diritti del cittadino, in quanto considerati patrimonio fondamentale della Resistenza.

Solo così l’orgoglio non rimane un fatto psicologico o uno stato d’animo, ma diventa orientamento, organizzazione e lotta, cioè Resistenza contro ogni ingiustizia così come vuole essere questo nostro modesto giornale.

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