Anna Foa La famiglia Mariolina Bertini Verri blog

di Mariolina Bertini

Anna Foa, La famiglia F.,

In Caro Michele Natalia Ginzburg racconta gli anni Settanta del Novecento attraverso la vita e la morte di un giovane, che restano enigmatiche anche agli occhi di chi lo ha conosciuto bene. Morendo per mano dei fascisti, alla fine di una manifestazione, Michele pone una sorta di suggello luttuoso al disgregarsi della sua famiglia; ed è l’idea stessa di famiglia che, alla fine del romanzo, sembra perdere senso in un mondo di gelida e caotica precarietà. Dell’infanzia di Michele sopravvive però, isolato, un ricordo che per sua madre è straordinariamente importante: una gita in montagna, durante la quale avevano cantato insieme una canzone dei repubblicani spagnoli, la canzone del Quinto Reggimento. Quella canzone che riannoda un filo tra generazioni drammaticamente lontane mi è tornata in mente mentre leggevo le prime pagine del libro in cui Anna Foa ricostruisce la storia della sua famiglia. In quelle pagine, Anna ricorda che a sette anni si proponeva di andare in Spagna, appena fosse stata abbastanza grande, a uccidere il generale Franco. Era un progetto che faceva di lei l’erede, la continuatrice di una figura centrale della memoria famigliare: lo zio Renzo Giua, fratello di sua madre Lisetta, morto a ventiquattro anni, nel 1938, combattendo per la repubblica spagnola, dopo un periodo di esilio a Parigi trascorso militando prima in Giustizia e Libertà, poi nella piccola cerchia libertaria di Andrea Caffi.
L’evocazione di Renzo che apre La famiglia F. (pp. 175, 16 €, Roma-Bari, Laterza , 2018) – e che ce lo fa sentire vivo in modo struggente, con tutta l’ironia e l’impazienza dei suoi vent’anni – ha un significato particolare per chi, come l’autrice del libro e come me, si sia formato all’indomani della seconda guerra mondiale (Anna Foa è nata nel 1943, io nel 1947). Mette a fuoco un paradosso della nostra visione infantile e adolescenziale del passato. Quelli che, secondo la bella formula di Felice Balbo, erano stati nel loro tempo “uomini senza miti” – Giaime Pintor e Eugenio Colorni, Piero Gobetti e Leone Ginzburg –, ai nostri occhi avevano, dopo la guerra, inevitabilmente, un’aura mitica. Come vivere senza retorica il rapporto con la loro leggenda? La sola risposta possibile mi pare espressa implicitamente dalla canzone dei repubblicani spagnoli che risuona nelle ultime pagine di Caro Michele: attraverso la memoria, non la memoria celebrativa delle enfatiche cerimonie ufficiali, ma la memoria paziente che recupera i frammenti del vissuto e li ricompone con la cura dell’archeologo chino sui reperti portati alla luce dal suo lavoro di scavo.
È questa la memoria che vediamo all’opera nel libro di Anna Foa.
Il grande fascino del suo racconto nasce da un equilibrio complesso tra ricerca storica, testimonianze famigliari e ricordi personali; la ricostruzione che ci viene proposta ha un valore oggettivo, ma anche una dimensione soggettiva forte. E si impone non soltanto per le figure che richiama in vita, ma anche per la sua lucidità, la sua delicatezza e il suo riserbo.
Centrali sono naturalmente, in questo memoir, i genitori di Anna: Lisa, ribelle e appassionata, che nel 1943 si getta nella Resistenza con un entusiasmo e uno sprezzo del pericolo impressionanti, e il pragmatico e vitalissimo Vittorio, che sa trasformare gli otto anni nelle carceri fasciste in un periodo di straordinaria crescita intellettuale, discutendo e studiando con amici come Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e Massimo Mila, dei quali scriverà: “la loro compagnia era uno splendore di bontà, di intelligenza, di ironia”. La Resistenza sarà poi “il punto più alto”, l’apogeo della vita di Vittorio e di Lisa. Ma è appassionante anche seguirli dopo, attraverso i decenni del dopoguerra, e osservare come perfino i momenti di crisi si trasformino comunque per loro in “punti alti”: ad esempio i periodi in cui Vittorio si ritira dalla politica attiva, restando però un maestro insostituibile per chiunque si occupi di lavoro e diritti sociali, o quelli nei quali Lisa, ripensando le proprie coordinate ideologiche e politiche, abbraccia la lotta per i diritti civili nei paesi dell’Est con la stessa intransigenza e la stessa determinazione con cui sfidava i nazisti e i torturatori della banda Koch.
Alle spalle di Lisa e di Vittorio ci sono i diversi mondi dai quali provengono, ricostruiti da Anna con scrupolo e con amore. Émile Zola vi avrebbe rintracciato con sicurezza l’origine dei loro destini, dei loro caratteri, delle loro “scelte di vita”. Le sue certezze non ci appartengono più, ma è impossibile non cogliere il filo di continuità che percorre queste storie famigliari: l’impegno di Lisa nella Resistenza è il naturale proseguimento dell’antifascismo di suo padre, lo scienziato socialista Michele Giua, arrestato nel 1935 e liberato soltanto dopo il 25 luglio; la generosa dedizione di Vittorio ai problemi del lavoro, alla causa degli sfruttati, conserva in sé qualcosa del sentimento di solidarietà così vivo nella comunità ebraica piemontese nella quale è cresciuto. Le figure femminili, forse più difficili da cogliere perché in genere meno partecipi della vita pubblica rispetto ai padri, ai mariti, ai figli, sono riportate in vita da Anna Foa con particolare attenzione. Si profilano così, dietro Lisa e Vittorio, due madri dai tratti memorabili. Clara Lollini, laureata in chimica e collaboratrice del marito Michele Giua, affronta durante la sua detenzione la morte dei due figli maschi, l’amatissimo Renzo e il più fragile Franco, e si batte coraggiosamente contro tutte le difficoltà della vita dei perseguitati politici. Lelia Della Torre, la madre di Vittorio, trasmette al figlio il suo salutare scetticismo di libera pensatrice e la fede nella scienza, e iscrive nella memoria famigliare una serie di deliziose battute un po’ alla Woody Allen: “La montagna? Un ruscello, molti alberi, tanti antifascisti e tantissimi ebrei.” Altri personaggi di grande rilievo sono lo zio Natale Della Torre e la nonna materna di Lisa, Elisa Agnini; le loro biografie ci portano in un primo Novecento ricco di fermenti, speranze e promesse di emancipazione che due guerre contribuiranno ad affossare.
Natale Della Torre, fratello del nonno materno di Vittorio Foa, spicca per la sua passione militante in un mondo, quello degli ebrei piemontesi, più attento al lavoro e agli affari che alla politica. Di lui ha scritto Vittorio che “diversamente dai socialisti del suo (e del nostro tempo) voleva vivere praticamente le sue idee”. Questo impegno che coinvolgeva la sua intera esistenza lo portò a redigere e stampare da solo giornali rivoluzionari, come “La Miseria”, e ad emigrare in Francia per sfuggire alle persecuzioni della polizia. “Alto, biondo e bellissimo” da giovane – così lo descrive Anna in base alle tradizioni orali della famiglia –, da vecchio aveva una gran barba bianca, che nel quartiere di Parigi dove viveva lo aveva fatto soprannominare Père Noël e lo rendeva simile, in maniera impressionante, a Tolstoj. Meno pittoresca, ma non meno simpatica, la nonna materna di Lisa, Elisa Agnini, condivide nella Roma di inizio secolo gli ideali del fratello e del marito, entrambi combattivi avvocati socialisti. È in prima fila nelle battaglie per il suffragio femminile, per i diritti delle lavoratrici e dei figli illegittimi; non è certo un caso se, in una società in cui soltanto pochissime donne accedono all’istruzione superiore, le sue figlie si laureano tutte e quattro, una in legge, una in chimica e due in medicina.
Nel romanzo di Georges Perec La Vita istruzioni per l’uso il pittore Valène, che in un quadro diviso in 179 riquadri rappresenta la vita di un intero caseggiato, riserva per sé un angolo minuscolo, in cui si ritrae nell’atto di dipingere. Lo spazio che Anna Foa ritaglia per sé nella sua narrazione è di poco più ampio, anche se indispensabile alla completezza del racconto: il suo giovanile impegno politico, la successiva profonda riappropriazione dell’identità ebraica sono tappe di un percorso certo individuale, ma anche significativo nel contesto di una famiglia in cui la capacità di cambiare idea, di riconoscere gli errori, di correggere il proprio percorso è stata sempre considerata un valore. D’altronde la presenza di Anna è anche costante grazie alla sua voce che ci accompagna dall’inizio alla fine del libro e sa trarre dalla sua incursione nel passato considerazioni sul presente che ci coinvolgono con molta forza:

Nella vita di mio padre e di mia madre, ma anche di molti dei miei antenati – direi di tutti quelli che, fra loro, vissero una qualche passione politica – le emozioni del cuore e quelle della politica andavano insieme, intrecciandosi in nodi difficili da decifrare. Era allora abbastanza comune nel mondo in cui vivevano, ora invece colpisce. Evidentemente fino a non troppi decenni fa l’amore per la politica era una passione a sé, non finalizzata a ottenere qualsiasi genere di vantaggi. Aveva insomma tutte le caratteristiche di un amore: la dedizione, il disinteresse. Come tutti gli amori, generava una visione totalizzante del mondo e del proprio io, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comportava.

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