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Oggi presentiamo il settimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro divertito palinsesto sul Dialogo di un folletto e di uno gnomo firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Folletto. Oh sei tu, figliuolo di Sabazio? Dove vai?
Gnomo. Mio padre m’ha fatto venire per capire che diamine stanno macchinando questi furfanti degli uomini; è venuto in sospetto perché è un pezzo che non ci dànno grattacapi, e in tutto il suo regno non se ne vede uno. Sospetta che stiano complottando qualcosa di grosso, magari che sia tornato in uso vendere e comprare a pecore, non con oro e argento; o che i popoli civili non siano tornati a usare polizzine come moneta, come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o che magari siano tornate in auge le leggi di Licurgo, che gli pare la possibilità meno credibile.
Folletto. Li aspettate invano: sono tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
Gnomo. Che intendi?
Folletto.Che gli uomini sono tutti morti, e la loro specie è perduta.
Gnomo. Oh, ma è un caso da prima pagina!Ma finora non s’è visto giornale che ne parli.
Folletto. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano più giornali?
Gnomo È vero. Ora come faremo a conoscere le nuove del mondo?
Folletto. Quali nuove? che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o è tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si è tolta la benda, ha inforcato gli occhiali e, attaccata la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più intervenire; non si trovano più regni né imperi che si gonfino e scoppino come bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro come uovo a uovo.
Gnomo. Neanche si potrà sapere che giorno sia del mese, perché non si stamperanno più calendari.
Folletto. Non sarà gran male, ché non per ciò la luna sbaglierà strada.
Gnomo. E i giorni della settimana non avranno più nome.
Folletto. E allora? Hai paura che se non li chiami per nome non vengano? o forse pensi, se sono passati, di farli tornare indietro col chiamarli?
Gnomo. E non si potrà tenere il conto degli anni.
Folletto. Così ci spacceremo per giovani anche quando non lo saremo più; e se non misureremo il passato, ce ne daremo meno pena, e quando saremo vecchissimi non attenderemo ogni giorno la morte.
Gnomo. Ma come si sono estinti quei monelli?
Folletto. Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte non piccola suicidandosi, parte marcendo nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; infine studiando tutti i modi di andar contro la propria natura e di finir male.
Gnomo. Ad ogni modo, non riesco a credere che un’intera specie di animali si possa perdere di colpo, come tu dici.
Folletto. Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere che non è un caso nuovo, e che anticamente esistevano specie che oggi non si trovano più, salvo pochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono nessuno dei tanti artifizi che, come ti dicevo, hanno usato gli uomini per andare in perdizione.
Gnomo. Sia come dici. Avrei molto caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitasse, e vorrei sapere che penserebbero i risuscitati vedendo che le altre cose, pur dileguato il genere umano, ancora durano e vanno avanti come prima, quando gli uomini credevano che il mondo intero fosse stato fatto e si reggesse per loro soli.
Folletto. E non volevano capire che è stato fatto e viene retto per i folletti.
Gnomo. Tu davvero dici cose folli, se parli seriamente.
Folletto. Perché? Certo che parlo sul serio.
Gnomo. Eh, buffoncello, ma va’. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?
Folletto. Per gli gnomi, che stanno sempre sottoterra? Oh, questa è la più bella che si possa udire. Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l’aria, il mare, le campagne?
Gnomo. Che fanno ai folletti le cave d’oro e d’argento, e tutto il corpo della terra eccetto la superficie?
Folletto. Suvvia, o che facciano o che non facciano le cose, lasciamo stare questa contesa, ché io sono convinto che anche le lucertole e i moscerini credano che tutto il mondo sia fatto apposta per uso loro. E tuttavia ciascuno resti del suo parere, ché tanto nessuno lo convincerebbe che è sbagliato: e per me ti dico solamente che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.
Gnomo. Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo. Ora io vorrei proprio sapere cosa direbbero gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra l’altre cose che facevano a questo e a quello, s’inabissavano migliaia di braccia sotterra e ci strappavano la roba nostra, dicendo che apparteneva al genere umano, e che la natura gliel’aveva nascosta e sepolta per giuoco, volendo vedere se sarebbero riusciti a trovarla e a portarla in supeficie.
Folletto. Che maraviglia? quando non soltanto si persuadevano che le cose del mondo non avessero che il compito di essere al loro servizio, ma ritenevano che tutte insieme, rispetto al genere umano, fossero una cosa da poco. E perciò le loro vicende le chiamavano rivoluzioni del mondo, e quelle delle loro genti, storie del mondo: benché si potessero contare, anche solo nei confini della terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma pure solo di animali, quanti uomini vivi: i quali animali, che erano fatti espressamente per l’uso degli uomini, non si accorgevano però mai che il mondo si rivoltasse.
Gnomo. Anche le zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini?
Folletto. Sì; cioè per esercitarli nella pazienza, come essi dicevano.
Gnomo. In verità, se non fosse stato per le pulci, sarebbe mancata loro occasione di esercitar la pazienza…
Folletto. Ma i porci, secondo Crisippo, erano pezzi di carne preparati dalla natura apposta per le cucine e le dispense degli uomini, e, perché non imputridissero, erano conditi di anime invece che di sale.
Gnomo. Io credo invece che se Crisippo avesse avuto nel cervello un po’ di sale invece dell’anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile.
Folletto. E anche quest’altra è divertente; che infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini loro padroni; o perché esse vivono in luoghi dove quelli non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in nessun modo riuscivano a scoprirle. E di moltissime altre specie non si accorsero prima degli ultimi tempi. Lo stesso si può dire sulle piante, e su mille altre cose della natura. Ugualmente ogni tanto, attraverso i loro cannocchiali, scoprivano qualche stella o pianeta, che sino ad allora, per migliaia e migliaia d’anni, non avevano mai saputo che esistesse; e subito lo segnavano fra i loro possessi: perché credevano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassù in cielo per far lume alle signorie loro, che la notte avevano grandi impegni.
Gnomo. Sicché in estate, quando vedevano cadere quelle fiammelle che certe notti precipitano dal cielo, avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per rendere un servigio a loro uomini.
Folletto. Ma ora che essi sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di scorrere, e il mare, benché non debba più servire alla navigazione e al traffico, non accenna a seccare.
Gnomo. E le stelle e i pianeti non cessano di nascere e di tramontare, e non hanno indossato il lutto.
Folletto. E il sole non ha coperto il suo viso di ruggine, come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della quale io credo che si addolorasse tanto quanto la statua di Pompeo.

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