Ritratto Emanuela Color Verri blog

Emanuela Canepa, romana per nascita e padovana di adozione, vive e lavora in mezzo ai libri. Ha conseguito prima la laurea in Storia Medievale, poi quella in Psicologia e ad oggi lavora come bibliotecaria presso l’università di Padova.
Nel mio immaginario, le bibliotecarie somigliano tutte a quella che ha frequentato la mia infanzia: donne asciutte, con lo sguardo severo, la voce sussurrata e la punta del naso perennemente cavalcata da occhiali rigidi, che ti scrutano per indovinare se sei degno di ricevere uno dei loro preziosi volumi, o se lo sporcherai con le manine appiccicose di gelato. E invece no, lei è tutt’altro. Emanuela è una donna che sa ciò che vuole, sa dove andare e percorre la sua strada con coraggio, consapevolezza e quel pizzico di leggerezza sorridente che non guasta mai.
Il suo primo romanzo, intitolato L’animale femmina, le è valso la vittoria della 30° edizione del Premio Italo Calvino; approdato per direttissima nelle fucine della casa editrice Einaudi, è uscito in libreria il 30 aprile. L’animale femmina, animato da personaggi incisivi, ben disegnati e indagati con cura, racconta la storia di una donna che attraverso un percorso tutto personale impara a conoscere se stessa. È un libro che molte donne dovrebbero leggere; ma ancora di più, mi permetto di dire andando controcorrente, dovrebbero leggerlo gli uomini.
Anche Emanuela, come Roberto Todisco e altri autori del PIC, sarà ospite del Salone del Libro di Torino venerdì 11 maggio.

Partiamo subito da lei, Rosita, la protagonista: chi è “l’animale femmina”?

Nel pensare alla storia sono partita da un’idea precisa: immaginare un personaggio, Rosita, intrappolato nell’educazione ricevuta per amore e compiacenza. Rosita crede di essere il prodotto della sua educazione, crede cioè che il suo confine, il confine delle esperienze che si permette di praticare, debba necessariamente coincidere con la ristretta ecologia del sistema da cui proviene. E questo pur essendo consapevole che non le corrisponde e che la rende infelice. Fin dall’inizio prova a forzare qualche varco allentato (si allontana da casa contro il parere della famiglia per studiare, ha una relazione con un uomo sposato) ma vive queste piccole sortite disperate come una violazione della norma, che quindi deve scontare con il fallimento su tutto il resto.

E di conseguenza lui, l’uomo: l’avvocato Lepore. Quale ruolo ricopre il suo personaggio? Può essere letto come “antagonista”? O addirittura, in qualche modo, come “maestro”?

Dal suo punto di vista, Lepore non intende essere nulla di tutto questo. Non antagonista, perché si ritiene troppo superiore per abbassarsi al livello del conflitto, e meno che mai aiutante o maestro, ruoli che presuppongono un’attitudine alla cura che non si sogna nemmeno. Non ha alcuna finalità se non quella di divertirsi e provocare, oltre all’amara soddisfazione di vedere confermate le sue teorie. L’animale femmina, il titolo, fa riferimento proprio a questo: per lui le donne sono organismi prevedibili, facilmente catalogabili. Non possono stupirlo.

Leggendo il romanzo viene spesso da chiedersi cosa sia il potere che si sperimenta all’interno delle relazioni umane, e dove risieda.

Quale sia la natura del potere nelle relazioni è una domanda impegnativa. Forse ho le idee più chiare se invece di qualità proviamo a parlare di quantità. In una relazione c’è sempre tanto potere quanto decidi di metterne, né più né meno. E puoi esercitarlo solo nella misura in cui la controparte te lo permette. In altre parole, esercitare il potere o subirlo è una scelta. A volte consapevole, molto più spesso inconscia. È facile convincersi di non avere alcuna autorità se viviamo tutta la vita di rimessa, magari perché ce l’hanno insegnato. Raggiungere la consapevolezza che non è così, ridimensiona la pressione esercitata dagli altri su di noi senza bisogno di gesti particolarmente eclatanti. In definitiva siamo animali, no? La comunicazione non è necessariamente un fenomeno verbale. A volte non c’è bisogno di parlare per capire che gli equilibri sono cambiati.

Per quale motivo hai deciso di raccontare proprio questo tipo di storia, con questo tipo di personaggi?

Mi interessava indagare il ruolo dell’educazione femminile nella costruzione della personalità e della biografia di un personaggio: in che misura siamo culturalmente addestrate a farci da parte, o a delegare all’amore e alle relazioni la totalità del nostro potere creativo? L’amore è fondamentale, ovviamente, ma non più della piena realizzazione di sé. E invece è quasi sempre sottinteso che una donna che ha una relazione piena e felice, o una famiglia accogliente, in fondo non ha altro da chiedere alla vita. Ribadisco che sono la prima a credere che amore e famiglia siano fondamentali. Ma per quale motivo siamo così spesso scoraggiate dal chiederci: a parte questo, perché sono venuta al mondo? Cosa sono chiamata a realizzare?

Il tuo romanzo, benché centrato sul rapporto tra Rosita e l’avvocato Lepore, contiene anche altre storie collaterali che si diramano dai personaggi principali. Il passato “amoroso” dell’avvocato e la relazione che Rosita intraprende con Maurizio, ad esempio. Che ruolo hanno queste “storie nella storia”?

Ognuna ha una sua funzione, diversa dalle altre. Avevo indubbiamente un’idea in testa, come ho cercato di spiegare, ma scrivere un romanzo solo perché vuoi dimostrare una teoria secondo me è sempre piuttosto limitante. C’è una frase molto citata e variamente attribuita da Selznick a Billy Wilder che recita: “Se vuoi mandare un messaggio, spedisci un telegramma”. Non volevo spedire telegrammi, volevo raccontare una storia con personaggi e vicende articolate.

Cover L'animale femmina Verri blog

C’è un altro importante rapporto che hai deciso di indagare: quello di Rosita con sua madre, la loro relazione e l’eredità valoriale che alla fine Rosita raccoglie, adattandola a se stessa.

“Adattare” mi pare un verbo molto appropriato. È proprio questo l’arco del personaggio di Rosita nel romanzo. Capisce che può scegliere da sola la scala di valori a cui aderire, e che questo non solo non è un peccato che va scontato con la sottomissione e il fallimento, ma al contrario determina la creazione di un nuovo scenario, all’interno del quale può esercitare un’autorevolezza che in quello d’origine era invisibile e inaccessibile. Insomma, fare esperienza di sé tramite il fallimento. Trovo che i fallimenti abbiano una straordinaria potenza didattica. Se neghiamo il loro potenziale, finiranno solo per confermare la peggiore versione di noi. Ma se li attraversiamo a occhi aperti e senza negarne le implicazioni, impariamo a intravedere una nuova versione che ha sempre il potenziale per cambiare il segno della nostra biografia.

Nella costruzione del testo hai voluto intrecciare due strutture diverse: i capitoli e la narrazione in prima persona per Rosita, gli inserti e la narrazione in terza persona per l’avvocato Lepore. Come mai questa tecnica mista?

È il mio omaggio all’avvocato Lepore. Nella prima versione del romanzo non aveva un passato, e questo lo rendeva monocorde. Poi ho pensato che in qualche modo era ingiusto. Che doveva avere una storia, qualcosa che rendesse ragione della sua rabbia. Il suo passato mi serviva anche per costruire una biografia intorno a un altro tema che mi sta molto a cuore. Conosco tante persone che congelano le loro esistenze intorno a un trauma o un abbandono, come se il tempo si fermasse al momento dell’evento. L’abbandono diventa il contenuto sostanziale dell’Io. Tolto quello, non sanno più nemmeno chi sono. È il caso di Lepore, e mi sembrava che il passato dovesse essere reso con una lingua più oggettiva e distante. Per questo ho scelto il narratore in terza persona. Rosita invece, che cade, sbaglia e soffre, ma vive in presenza e senza chiudere gli occhi, parla in prima persona.

Veniamo al percorso editoriale del tuo romanzo: perché hai scelto di inviarlo proprio al Premio Italo Calvino invece di tentare altre strade?

Molto banalmente perché è il premio per inediti più importante che abbiamo in Italia. Sapevo che mi avrebbe garantito possibilità impensabili altrove, cosa che è puntualmente accaduta, e non solo a me. Su nove finalisti, a meno di un anno dal premio, siamo già in sei ad aver firmato un contratto editoriale importante, e c’è ampio margine anche per i rimanenti. Quello che invece non sapevo, e che ho scoperto direttamente, è che si tratta di un’équipe di persone straordinarie. Sembra quasi impossibile. Almeno statisticamente uno o due sotto la media dovrebbero esserci. E invece sono tutti di cortesia ed efficienza straordinarie. Soprattutto mi ha colpito la loro generosità. Il modo in cui si spendono per i finalisti e per i segnalati e continuano a seguirli per anni è impagabile.

Tu sei stata la vincitrice della 30° edizione del PIC e ora Einaudi ti ha portato in libreria. Come vivi il passaggio da scrittrice amatoriale a scrittrice riconosciuta?

Faccio ancora un po’ di fatica a razionalizzare. Ho frequentato una scuola di scrittura nel 2015, la Palomar che ha sede a Rovigo, diretta da Mattia Signorini. È lì che ho costruito il primo impianto del romanzo. La scuola mi ha permesso di conoscere diverse persone dell’ambiente, soprattutto editor, che hanno avuto la generosità di leggermi e darmi dei consigli, fra tutte Giulia Belloni e Laura Liberale. Poi c’è stato l’invio al Calvino e i mesi di attesa. Infine la scoperta di essere fra i finalisti. La sera della finale, per una serie di considerazioni cervellotiche, mi ero convinta che non avrei mai potuto vincere, ma non mi preoccupavo affatto. Sapevo che essere lì mi avrebbe garantito comunque delle possibilità enormi, e avevo già ricevuto una proposta importante la sera prima della finale, quindi ho vissuto tutta la cerimonia con una serenità olimpica. Ci siamo anche molto divertiti: gli altri otto finalisti sono tutti ragazzi splendidi, tant’è che siamo ancora regolarmente in contatto e quando ci incontriamo in giro per l’Italia è sempre una gioia. Per inciso, si tratta di un gruppo di talenti piuttosto raro. Insomma è stato tutto magnifico e sostanzialmente privo di tensione, ma, proprio perché non me lo aspettavo, la notizia della vittoria mi ha davvero tirata giù dalla sedia. Mio marito mi prende ancora in giro. Poi sono seguiti i contatti con i professionisti. Prima ho incontrato quella che è diventata la mia agente, Vicki Satlow, e infine diversi editori. Einaudi era un sogno, sia per il valore dell’editore in sé, sia per la presenza di Rosella Postorino, che è stata la mia editor, con cui sognavo di lavorare anche molto prima che tutto iniziasse. Oltretutto La redazione di Stile Libero è a Roma, la mia città, anche se purtroppo da vent’anni non vivo più lì. Era destino.

Ora che il lavoro è finito e il tuo testo è diventato un oggetto concreto e reale, cosa speri e cosa temi per lui e per te stessa?

Nei limiti del possibile cerco sempre di tenermi distante dalla aspettative. Sono rischiose e soprattutto fuorvianti. Rimango aperta a ogni possibilità, soprattutto quelle che ora non riesco a immaginare. Coltivare aspettative significa rischiare di essere delusi. Preferisco avere a che fare con la sorpresa.
Il timore invece è uno solo, e suppongo sia lo stesso di chiunque scriva con uno scopo: che la storia possa essere fraintesa. Volevo raccontare una vicenda che fosse piacevole per qualsiasi lettore, ma soprattutto consentisse alle donne di riflettere sulle implicazioni della loro forza, e sui contenuti impliciti che l’educazione porta con sé rispetto a questa dimensione. Perché è un dato di fatto che in linea di massima tutte veniamo educate a diffidarne. Le etichette che fanno da deterrente sono le più diverse: vergogna, discredito, inadeguatezza, esclusione sociale, per dire le prime che mi vengono in mente, per cui il suo esercizio ci provoca quasi inevitabilmente sentimenti di disagio. È un disagio che va indagato, perché restringe i nostri confini e incide in modo pesante sulla possibilità di essere felici.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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