Shaun Bythell Una vita da libraio Einaudi Carla Palmieri Verri blog

Autori danzanti e parole traballanti: The Diary of a Bookseller di Shaun Bythell

Stavo uscendo dalla cucina con una tazza di tè quando un tizio
in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna più corti del normale
mi è rovinato addosso e me l’ha quasi fatta cadere.
«È mai morto nessuno qui? – mi ha chiesto poi. – Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta?»
«Non ancora, – gli ho risposto, – ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

Il mio primo incontro con Una vita da libraio di Shaun Bythell risale al maggio del 2017: una telefonata dalla redazione di Einaudi Stile Libero che descrive in due parole il libro e annuncia l’arrivo del pdf. «C’è anche un video molto divertente», dice la editor en passant. Io, quando ricevo un nuovo incarico, vado sempre su Internet a vedere che faccia ha lo scrittore: ebbene, Shaun Bythell è stato il primo dei miei autori che ho visto ballare sul marciapiede davanti al suo negozio, al ritmo di una versione di Rappers’ Delight rimaneggiata nel testo e ribattezzata Readers’ Delight [1].
Con poche eccezioni (le vacanze a pesca di salmoni o sulla barca di un amico, più i numerosi viaggi per prelevare grandi quantitativi di volumi a casa di chi vorrebbe liberarsene) Shaun Bythell vita da libraio carla Palmieri verri blogShaun Bythell trascorre le sue giornate lavorative nel labirinto di stanze, stanzette, corridoi e soppalchi che compone la più grande libreria dell’usato della Scozia, lapalissianamente chiamata The Book Shop. Intorno a sé ha un discreto numero di comprimari, tra cui Nicky (l’eccentrica commessa che nei mesi invernali si presenta al lavoro in tuta da sci), clienti e aiutanti vari, gli organizzatori e gli ospiti del Book Festival che si tiene ogni anno a Wigtown, e anche un gatto di nome Captain. Ma i protagonisti assoluti del diario sono due: il libraio e i libri. Antichi e nuovi, preziosi e futili, di ogni forma e dimensione. E il libraio, nonostante le apparenze, è un tipo molto serio, che ama con passione il suo lavoro ma detesta i clienti rompiscatole e respinge con sarcasmo le loro assurde pretese. L’ironia è senz’altro la nota dominante del testo: sotto uno stile curato ma privo di orpelli si nasconde una fitta rete di giochi di parole, allusioni, doppi sensi. Ho capito abbastanza presto, per esempio, di dover trasgredire alla norma che imponDire quasi la stessa cosa Carla Palmieri verri blog.jpge (almeno nelle opere non narrative) di lasciare in originale i titoli delle opere non tradotte: il rischio era che i lettori si perdessero il gusto di certe stravaganze editoriali, di certi libri che sembrano inventati ma esistono davvero, come Collectible Spoons of the Third Reich o Liquid Gold: The Lore and Logic of Using Urine to Grow Plants, o ancora The Reforming of Dangerous and Useless Horses. Per non parlare di Gay Agony, unico romanzo di Harold Alfred Manhood, autore inglese della prima metà del Novecento noto soprattutto per i suoi racconti di ambientazione rurale e di gusto talora un po’ macabro. La coppia autore-titolo sembra quasi un ossimoro, tuttavia non lo è: perché se manhood ha sempre significato virilità, all’epoca in cui uscì il romanzo (1931) una persona gay era semplicemente allegra e spensierata, senza alcun riferimento alle sue preferenze sessuali. Ma quel sornione di un libraio finge di non saperlo, e se ne approfitta al punto da far stampare la copertina del libro sulle tazze offerte in vendita ai soci del suo Book Club [1].

Sempre in tema di giochi di parole, il momento più intenso è arrivato ben oltre la metà del libro, sotto forma di due brevi citazioni da The Meaning of Liff di Douglas Adams (l’autore della famosa Guida galattica per autostoppisti) e John Lloyd. Sulle orme di un famoso scritto di Paul Jennings intitolato Ware, Wye and Watford, il libro di Adams e Lloyd è un surreale «dizionario delle cose per cui non esistono ancor parole» che utilizza come significanti i nomi geografici: Hastings, per esempio, corrisponde a «le frasi improvvisate con cui si vorrebbe spiegare che cosa si stava facendo a qualcuno che è entrato all’improvviso nella stanza». Anche in questo caso, il mio problema era trasmettere il senso del nonsense, per così dire, senza eccedere in spiegazioni. E così alla fine ho deciso di abbinare le definizioni di Adams e Lloyd a nomi di località diversi da quelli dell’originale, ma dotati, per il lettore italiano, di un suono il più possibile evocativo. In pratica ho passato un bel numero di ore a scorrere gli elenchi delle località inglesi su Wikipedia, fino a trovarne due che mi sembravano adatte: Harrowbarrow (un suono «traballante», una certa assonanza con arrovellarsi) a significare (in luogo di Moranjie) «che è in stato di lieve agitazione, poiché teme di aver imbucato una lettera importante in una cassetta postale dismessa», e Margaret Marsh, ovvero «l’ex fidanzata di un passato lontano e quasi del tutto dimenticato, per la quale vostra moglie nutre un’insensata gelosia (laddove il dizionario di Douglas Adams aveva Mavis Enderby).

In un libro fatto di libri è facile che ci siano molte citazioni: così è stato in effetti, ma per fortuna quasi tutte le opere erano reperibili in versione italiana. Solo in un caso ho chiesto aiuto all’autore: il saggio in questione era tradotto, ed ero persino riuscita a trovare un collega che lo possedeva in edizione italiana, ma il passo citato non saltava fuori (a buon diritto, ho scoperto poi, perché era preso da un’intervista). Prima di rendermene conto, tuttavia, ho scritto a Shaun Bythell per chiedergli lumi: e lui, con disarmante gentilezza, mi ha risposto che non poteva proprio aiutarmi, perché nel frattempo aveva venduto il libro. Del resto, cosa potevo aspettarmi da un libraio?

NOTE:

  1. Come me la sono cavata? Gay Agony è diventato Angoscia sull’altra sponda, mentre il significato del cognome dell’autore è stato brevemente spiegato in una N.d.T.: soluzione non ideale, certo, ma che scelta avevo?

 

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