di Ella May

Nell’attesa di scoprire quale sarà il destino dei testi finalisti, abbiamo pensato di curiosare un po’ tra i pensieri dei tre autori che hanno meritato il podio della 31° edizione.
Per farlo abbiamo rivolto loro tre domande, realizzando quella che è a tutti gli effetti la prima “intervista tripla” della rubrica.
Non un vero ritratto quindi, ma qualche rapida pennellata per iniziare a intuire la loro forma e il loro colore.

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Adil Bellafqih, Il grande vuoto: menzione speciale per “l’originale capacità di mescolare tra loro generi diversi come il noir e la distopia, con un suggestivo uso di cliché e di citazioni provenienti da un immaginario visivo squisitamente contemporaneo.” (La Giuria)

Per te questa è stata la seconda finale, visto che avevi già partecipato alla 29° edizione del Premio. Com’è stato vivere una tale emozione per due volte?
Più o meno come vivere per due volte un principio d’infarto miocardico. Solo che la seconda è stata ancora peggio. Durante la prima finale hanno detto il mio nome quasi subito, stavolta invece sono stato il penultimo. Strizzavo la mano di Natasha e le ripetevo: «Mo tocca a me, mo tocca a me», ma il mio nome non arrivava. E, come scrisse Agatha Christie, alla fine “due soli ne restar”. Scherzi a parte, è stato magico.

Cosa hai pensato ascoltando il caloroso commento della giurata Teresa Ciabatti sul tuo lavoro?
Tutto facevo meno che pensare. Più Teresa parlava, più il calore alla bocca dello stomaco si diffondeva. È strano: tu hai scritto qualcosa e qualcuno là fuori l’ha letta davvero. Prima eravate solo tu e la roba che avevi schiaffato su carta, poi quella roba prende la sua strada, diventa parte della vita degli altri. In quel momento mi sono detto: è QUESTO che voglio fare nella vita. Raccontare storie che scatenino QUESTA emozione, QUESTO entusiasmo. Che si può volere di più?

Alla fine del tuo intervento hai dedicato il romanzo alla tua ragazza, un gesto molto significativo.
Credo che l’espressione più giusta per definire Natasha sia “metà”. O “palla al piede”, dipende. Scherzo, Natasha è la mia metà migliore. Comunque sia, faccio il paraculo e mi permetto di citare qualcuno che (a differenza mia) sa quasi sempre trovare le parole più giuste: “Il suo appoggio era una delle poche costanti di cui andare certo. E quando vedo un primo romanzo dedicato a una moglie (o a un marito), mi dico con un sorriso: ecco qualcuno che sa. Scrivere è un mestiere solitario. Avere vicino una persona che crede in te costituisce un’enorme differenza. Non sono necessari tanti discorsi. In genere crederci basta e avanza.” Stephen King, On Writing, pag. 64.

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Filippo Tapparelli, L’inverno di Giona: vincitore della 31° edizione del Premio Italo Calvino per “la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento.” (La Giuria)

Cosa si prova assistendo alla presentazione di tutti i colleghi, mentre si resta seduti ad aspettare il proprio turno? Via via che loro venivano chiamati, tu ti avvicinavi alla vittoria.
Semplicemente non ci credevo. Ero, con assoluta certezza, convinto che prima avrebbero chiamato tutti quanti, che avrebbero letto qualche brano, che avrebbero assegnato le menzioni speciali e che solo dopo, molto dopo, avrebbero decretato il vincitore. Gli altri finalisti sghignazzavano e mi davano di gomito, mentre io continuavo a ripetere loro, con tutta la calma concessami dal caso, che non era affatto detto che fossi io il vincitore. Gliel’ho ripetuto anche quando il presidente Mario Marchetti mi ha chiamato sul palco, ma loro niente: duri come noci di cocco e testardi come muli! Non volevano proprio capirlo che essendo stato l’ultimo chiamato, la giuria avrebbe ricominciato daccapo, ma in senso inverso e che solo alla fine si sarebbe saputo il nome del vincitore. Mi sembrava molto sensato. Sono felice di essermi sbagliato.

Perché durante il tuo intervento hai ringraziato una penna rossa?
Sì, ho ringraziato una penna ma, soprattutto, una crocetta. Anzi, un mucchio di crocette. Tempo fa lessi un brano di Dino Buzzati. Lo trovai così illuminante che lo appesi sopra una specie di calendario di trecentosessantacinque caselle. Uno di quelli che si vedono ogni tanto nelle serie tv, e per ogni giorno – domeniche e feste comandate comprese, senza alcuna eccezione o scusa – mi sono imposto di metterci una “X” sopra. Per farlo, dovevo aver scritto qualcosa: non rivisto, revisionato o corretto: scritto. E l’ho fatto fino a quando il foglio non è diventato una specie di cimitero delle incognite e il romanzo non è stato finito.
Dino Buzzati diceva questo: “Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi.”

Qual è la cosa più bella che ti è stata detta riguardo al tuo testo e com’è cambiato il tuo rapporto con il protagonista Giona?
Credo che la cosa più bella che mi sia stata detta è che il romanzo è onesto. Ho lavorato molto perché lo fosse il più possibile, anche quando era molto difficile farlo, visti i temi trattati. Non so se sono orgoglioso di quello che è finito sulla carta, ma di certo lo sono per come ci è finito. Qualcuno in passato scrisse che la scrittura è sempre un atto doloroso. Per me è stato liberatorio e, come a volte succede quando ci si libera di qualcosa, si può provare anche dolore.
Giona? Lui ormai ha preso la sua strada. È andato dove doveva andare e lo ha fatto, come al solito, nella maniera più silenziosa possibile. Ogni tanto mi capita di riconoscerlo negli occhi di qualche ragazzo per strada, ma per la maggior parte del tempo so che se ne sta zitto in un luogo tutto suo, a guardare il mondo mentre gioca con una bambina squinternata con la passione per i sassi.

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Riccardo Luraschi, Il Faraone: menzione speciale per “l’inedita prospettiva e l’eccellente scrittura dall’amplissima e perfettamente dominata tastiera di registri e di lessici.” (La Giuria)

Cosa hai provato quando hai sentito l’annuncio della menzione speciale assegnata al tuo romanzo?
Un po’ di delusione… Volevo vincere! Dopo, incassato il colpo, ho provato soddisfazione e orgoglio.

La giuria ha speso molte parole presentando il tuo testo. Ti ha sorpreso questo sentito apprezzamento?
No. Ero consapevole di aver scritto qualcosa di buono. Per questo ho partecipato al Calvino.

Qual è stata la prima cosa che hai fatto subito dopo la telefonata che ti annunciava di essere in finale?
Ho dato la notizia alla mia compagna e a un amico, le prime persone che hanno letto il mio libro.

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