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di Guido Michelone

1968: At Folsom Prison di Johnny Cash
Il cosiddetto Man In Black (uomo in nero, per via degli abiti ai concerti) torna in carcere quale musicista per un recital epocale, da cui è tratto questo disco altrettanto ‘storico’: il cantautore ribadisce la potenza, l’ironia, la rabbia, la comunicativa di un sound a metà fra folk, country, rockabilly.

1968: Odessey Oracle degli Zombies
Il Sessantotto produce anche una vera e propria rivoluzione culturale persino nella musica beat inglese dominata dai Beatles e Rollins Stones, Who e Kinks, Animals e Them. Ma il quintetto di Rod Argent e Chris White non è da meno con questo terzo e postumo album che prefigura gli sviluppi del pop in senso barocco con la canzone finale fortunatissima.

1968: Songs of Leonard Cohen di Leonard Cohen
Lugubre e sensuale, il carismatico ebreo errante canadese lascia definitivamente la letteratura stampata (poesie e romanzi) per dedicarsi, con questo primo album, in pieno Sesantotto, a una folk song dalla tendenza mistica, lirica, onirica, con un pugno di ballate destinate a fare epoca e scuola per moltissime generazioni.

1969: Crosby Still & Nash di Crosby Still e Nash
Il primo album di questo supertrio (al quale s’aggiungerà Neil Young in un paio di splendidi dischi) è già un manifesto ideologico per tutta la canzone d’autore americana degli anni Settanta: un folk-rock acustico, più o meno giustamente denominato West Coast, ma dagli ottimi impasti vocali, con testi che parlano di amori, gioventù, viaggi, politica.

1969: Scott 3 di Scott Walker
Cantante americano ma di stanza in Inghilterra, fa parte dell’onda beat con i Walker Brothers, per debuttare quindi da solista con quattro album in cui sviluppa un vocalismo baritonale (al meglio qui nel terzo) dai contesti romantico-sinfonici grazie a uno stile definibile pop barocco.

1970: Fun House degli Stooges
È dal 1967 che tale James Newell Osterberg (il futuro Iggy Pop) porta avanti una trovata geniale, scrivendo, cantando e dimenandosi sul palco: suonare il rock molto forte, molto duro, molto secco. Con il quintetto, al secondo album, firma il capolavoro, prefigura l’heavy metal, anticipa la cultura punk, diventa esempio per tanti giovani arrabbiati.

1970: Get Yer Ya-Ya’s Out! dei Rolling Stones
Secondo live per la miglior rock band dal vivo, questo LP, registrato a Baltimora e New York a fine novembre 1969, presenta alla chitarra il nuovo chitarrista Mick Taylor che, con quattro brani recenti e tre vecchie cover, impara subito la lezione della front line di Jagger e Richards e la ritmica di Wyman e Watts.

1973: For Your Pleasure dei Roxy Music
Sotto l’impulso di due brillanti studenti, il cantante Brian Ferry e il tastierista Brian Eno, non senza dimenticare il chitarrismo magico di Phil Manzanera o il sassofono vintage di Andy McCay, in totale controtendenza propongono una miscela rock+sexy, guardando alla cultura dandy britannica, fino a ribaltare il glamour modaiolo in un gioco al contempo kitsch e avanguardista.

1973: Grievous Angel di Gram Parsons
Lasciato il gruppo The Byrds, lo sfortunato cantautore diventa il padre spirituale del country rock, con questo secondo e ultimo album (prima di morire per overdose) in soli dieci brani, venati però di folclore e modernità, anche in controtendenza rispetto agli intimismi o alla politica del west coast style.

1973: Opera buffa di Francesco Guccini
A dimostrazione del carattere indipendente, alternativo, imprevedibile, il ‘menestrello’ emiliano al quinto album propone un live dai soli brani comici, di cui è un maestro nella scrittura e nell’interpretazione, nonostante il maggior affetto riservato da parte degli ammiratori verso il folksinger serio e impegnato. Ma l’ascolto è uno spasso anche oggi.

1974: Kimono My House degli Sparks
Una singolarissima anomalia nel panorama rock statunitense: il duo dei fratelli Ron e Russel Mael sviluppa un pop eccentrico tra melodramma glamour e musicaccia sperimentale. Attivi dal 1970 a oggi [2018] questo è il secondo (e il migliore) dei venticinque album sinora pubblicati, via via tra synth pop e new wave.

1975: Blood On The Tracks di Bob Dylan
Dopo qualche passo falso a inizio decennio, ecco il primo dei tanti capolavori dei Seventies dylaniani, grazie a un long playing amaro e introspettivo, con qualche ritorno acustico. La melanconia pregnante viene qui sviluppata in mezzo ad allegorie e confessioni.

1976: The Sun Sessions di Elvis Presley
Uscito quando la salute di Elvis è ormai in crisi, quest’album raccoglie le prime canzoni incise sotto l’egida della Sun Records fa il luglio 1954 e il luglio 1955: la nascita del rock’n’roll bianco e persino l’essenza del rock (e forse della cultura pop) è già tutta qui.

1977: 77 dei Talking Heads
L’esordio dei quattro newyorkesi in piena era punk prefigura già la new wave e gli anni Ottanta; il quartetto capitanato dal geniale David Byrne mescola disinvoltamente eterogenee sonorità legate comunque da un’iniziale artistica foga punteggiante: seppur qui ancora in embrione, sarà poi il mix di funk psicopatico e di ritmi africani a prevalere.

1977: Burattino senza fili di Edoardo Bennato
In Italia, nell’anno del punk, si continua a fare un’ottima canzone d’autore, come si evince anche da quest concept album del folksinger partenopeo, in cui il Pinocchio di Carlo Collodi è riscritto attraverso otto brani impostati musicalmente su blues e rock and roll, mentre i testi offrono una duplice letture, guardando sia al passato sia metaforicamente all’attualità.

1977: Marquee Moon dei Television
È un album di ardua collocazione stilistica nel senso che risulta ancora un po’ grezzo per la New wave, ma al contempo troppo raffinato per il punk nudo e crudo. Il leader sembra quasi un ideale continuatore della beat generation nel riservare sofisticate perversioni intellettuali in una musica “che spacca”.

1978: This Year’s Model di Elvis Costello
Si tratta, in ordine cronologico, del primo dei tanti capolavori del cosiddetto Mr Songwriter; aderendo in apparenza al punk, in realtà perpetua la tradizione o il “classicismo” attraverso brevi canzonette dal pop lucido e collerico, meravigliosamente interpretate dal proprio gruppo The Attractions.

1979: Rust Never Sleeps di Neil Young & Crazy Horse
È un cantautore, già nei Buffalo Springfield, che abitua i propri fans ad album belli e brutti o a svolte imprevedibili. Qui coesistono le ballate acustiche e suoni folk accanto a rock grintosi e chitarre furenti, rivelando le due facce della stessa medaglia di vecchio hippie, nonché padrino riconosciuto del futuro grunge.

1980: Seventeen Seconds dei Cure
Si tratta dell’atto fondativo della cold wave, l’ala più creativa dell’intera new wave inglese. Ipnotico e claustrofobico, il secondo album del quintetto, tra post-punk e gothic rock, si tuffa dentro i sogni oscuri del leader Robert Smith, artista genuino di rara integrità.

1982: Nebraska di Bruce Springsteen
Registrato fra The River et Born in the USA (due album dai successi pop internazionali, come del resto le omonime tournée) il Boss si ritira in casa per riposarsi e per concepire e realizzare questo eccellente lavoro acustico, con struggenti decisive ballate in cui racconta, tra impegno e sensibilità, la vita degli ultimi e la fine del sogno americano.

1986: The Queen Is Dead degli Smiths
Terzo dei cinque album del quartetto di Manchester, offre Morrissey e Johnny Marr all’apice della loro arte, cantando l’Inghilterra degli anni Ottanta, tra sogni persi e frustrazioni oggettive, in uno stile post-punk che intelligentemente va del pop con il rock e viceversa.

1991: Achtung Baby degli U2
Registrato a Berlino a pochi mesi dalla caduta del Muro, il decimo album del quartetto dublinese in undici anni viene ritenuto da molta critica il capolavoro assoluto dell’irish sound, per l’indiscutibile maestria di Bono Vox e compagni di coniugare tradizione e modernità, il rock inglese è quello americaneggiante grazie ad arrangiamenti sofisticati e melodie incisive.

1992: Automatic For The People dei R.E.M.
Forse la definizione di folk rock intellettuale per il quartetto di Antehs qui calza a pennello, giungendo addirittura a una dimensione superiore, per via di una serie di brani via via cupi, oscuri, magnificenti, in cui la voce del leader-simbolo Michael Stipe brilla come una stella al crepuscolo.

1993: Jazzmatazz Volume 1 di Guru
Primo CD di una lunga serie, concepita e prodotta dal rapper statunitense Guru (alias Keith Edward Elam, 1966-2010) del duo Gang Starr è anche il primo tentativo di conciliare il jazz all’hip hop, grazie alle preziose collaborazioni di celebri solisti, giovani e anziani, come Bradford Marsalis, Lonnie Liston Smith, Roy Ayers, Ronnie Jordan, che improvvisano sui tipici ossessivi campionamenti.

1993: So Tonight That I Might See dei Mazzy Star
Se si pensa a Los Angeles come alla megalopoli tutt’a lustrini e paillettes, questo disco urla esattamente il contrario, grazie alla bella voce nera di Hope Sandoval e alla ossessiva chitarra scura di David Roback, in uno stile alla Velvet Underground, per un gruppo di Pasadena fra dream pop, alt rock, new psycho, con soli quattro CD in vent’anni.

1995: To Bring You My Love di PJ Harvey
Tra le migliori sorprese degli anni Novanta c’è soprattutto quest’inglesina che in alcune foto appare molto sexy in altre decisamente sciatta. E il bello e il brutto sono quasi il perno della bilancia musicale per questa legittima ereditiera artistica della grande Patti Smith: dall’eloquenza all’androginia, le canzoni dell’album appaiono persino più delicate e in questo la cantautrice supera se stessa.

 

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