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Oggi presentiamo l’ottavo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro divertito palinsesto sul Dialogo d’Ercole di Atlante firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Ercole. Padre Atlante, Giove mi manda e vuole che ti saluti da parte sua e, in caso tu fossi stanco di codesto peso, che me lo caricassi io per qualche ora, come feci non mi ricordo quanti secoli fa, fino a quando tu avessi ripreso fiato e ti fossi riposato un po’.
Atlante. Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi dichiaro anche obbligato alla maestà di Giove. Ma il mondo è diventato così leggero, che questo mantello che porto per ripararmi dalla neve mi pesa di più; e se non fosse perché la volontà di Giove mi obbliga a stare qui fermo e a tenere questa pallottola sulla schiena, me la metterei sotto al braccio o in tasca, o me l’attaccherei come un ciondolo a un pelo della barba e me n’andrei per le mie faccende.
Ercole. Come può essere che sia tanto alleggerita? Vedo che ha cambiato forma e che è diventata come una pagnotta, e che non è più tonda come quando studiai la cosmografia per compiere quella grandissima navigazione cogli Argonauti, tuttavia, non mi spiego come faccia a pesare meno di prima.
Atlante. Non so perché. Ma della leggerezza ti puoi accertare subito, prendendola in mano per un momento e provandone il peso.
Ercole. In fede mia, se non avessi provato, non ci avrei mai creduto. Ma che è quest’altra novità che vi scopro? L’altra volta che la sostenni mi batteva forte sul dorso, come fa il cuore degli animali; ed emetteva un certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora, quanto al battere, assomiglia a un orologio con la molla rotta; e quanto al ronzare, non odo nulla.
Atlante. Anche di questo non ti so dire altro, se non che già da molto tempo il mondo ha smesso di fare qualsiasi movimento e rumore percepibile: e a lungo sospettai fortemente che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e pensavo come e in che luogo lo potessi seppellire, e quale epitaffio dovessi porgli. Ma poi, visto che non marciva, mi convinsi che da animale fosse divenuto pianta, come Dafne e tanti altri; e che da ciò derivasse che non si muoveva e non fiatava: e ancora adesso dubito che fra poco non mi getti le radici sulle spalle e non vi si abbarbichi.
Ercole. Io piuttosto credo che dorma, e che questo sonno sia come quello di Epimenide, che durò un mezzo secolo e più; o come si dice di Ermotimo, che l’anima gli usciva dal corpo ogni volta che voleva, e stava fuori molti anni, andando a spasso per diversi paesi, e poi tornando, finché gli amici per finirla con questa storia, bruciarono il suo corpo; e così lo spirito, ritornato per entrare, trovò che la sua casa era disfatta, e che, se voleva alloggiare al coperto, gli conveniva affitarne un’altra o andare all’osteria. Ma perché il mondo non dorma in eterno, e qualche amico o benefattore, pensando che sia morto, non gli dia fuoco, voglio che tentiamo qualcosa per risvegliarlo.
Atlante. Bene, ma cosa?
Ercole. Io gli darei un bel colpo con questa clava: ma dubito che finirei di schiacciarlo e che ne farei una cialda; o che la crosta, visto che è così leggero, non gli si sia tanto assottigliata, che mi scricchioli sotto il colpo come un uovo. E poi dubito che gli uomini, che al tempo mio combattevano corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, tramortiscano dalla percossa in un istante. Sarà meglio ch’io posi la clava e tu il pastrano e giochiamo insieme a palla con questa sferuzza. Mi dispiace ch’io non ho portato i bracciali o le racchette che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o nel giardino: ma i pugni basteranno.
Atlante. Appunto; così tuo padre, vedendo il nostro giuoco e venutagli voglia di entrarci in mezzo, colla sua palla infocata ci precipiterà tutti e due non so dove, come Fetonte nel Po!
Ercole. Vero, se io fossi, com’era Fetonte, figliuolo di un poeta, e non figliuolo suo; e se non fossi anche tale che, se i poeti popolarono le città col suono della lira, io mi sento di spopolare il cielo e la terra a suon di clava! E la sua palla, con un calcio che le tirassi, la farei schizzare di qui fino all’ultima volta dell’empireo! Ma sta’ sicuro che quand’anche mi venisse la fantasia di schiodare cinque o sei stelle per giocare alle castelline, o di tirare al bersaglio con una cometa, come con una frombola, pigliandola per la coda, oppure di servirmi del sole per fare il lancio del disco, mio padre farebbe finta di non vedere. Oltre al fatto che la nostra intenzione con questo giuoco è di far bene al mondo, e non come quella di Fetonte, che fu di mostrarsi agile alle Ore che gli tennero il montatoio quando salì sul carro; e di farsi ammirare come buon cocchiere da Andromeda e Callisto e dalle altre belle costellazioni, alle quali si dice che nel passare gettasse mazzolini di raggi e pallottoline di luce confettate; e di fare bella figura con gli Dei del cielo a passeggio in quel giorno, che era di festa. Insomma, della collera di mio padre non te ne dare altro pensiero, ché io m’impegno, in ogni caso, a ripagarti i danni; e senza più esitare togliti il cappotto e lancia la palla.
Atlante. O di buon grado o per forza, mi converrà fare a tuo modo, perché tu sei forte e armato, e io disarmato e vecchio. Ma guarda almeno di non lasciarla cadere, che non le si aggiungano altri bernoccoli, o qualche parte le si ammacchi, o si spezzi, come quando la Sicilia si separò dall’Italia e l’Africa dalla Spagna; o non ne salti via qualche scheggia, cioè una provincia o un regno, tanto che ne possa nascere una guerra.
Ercole. Sta’ tranquillo!
Atlante. A te la palla! Vedi che zoppica, perché la forma s’è storpiata.
Ercole. Via, lancia più forte, ché i tuoi tiri non arrivano!
Atlante. Qui la forza della botta non conta, perché come sempre ci tira garbino, e la palla viene portata dal vento, perch’è leggera!
Ercole. Questo è un suo vecchio difetto, di andare a caccia del vento.
Atlante. In verità non sarebbe male se la gonfiassimo, ché vedo che non rimbalza sul pugno più che un cocomero.
Ercole. Codesto è difetto nuovo, ché anticamente balzava e saltava come un capriolo.
Atlante. Corri presto in là! Presto ti dico! Guarda, per Dio!, che cade! Maledetto il momento che sei venuto!
Ercole. Me l’hai rimessa così sghemba e bassa, che non potevo arrivarci a tempo pure se fossi corso a rotta di collo! Ohimè, poverina, come stai? ti senti male da qualche parte? Non s’ode un fiato e non si vede muovere un’anima e sembra che tutti dormano come prima.
Atlante. Dammela, per tutte le corna dello Stige!, ché me la rimetta sulle spalle. E tu ripiglia la clava e torna subito in cielo a scusarmi con Giove di questo fatto ch’è successo a causa tua!
Ercole. Così farò. È molti secoli che sta in casa di mio padre un certo poeta, di nome Orazio, ammesso come poeta di corte su istanza di Augusto, che era stato deificato da Giove per riguardo alla potenza dei Romani. Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l’altre una dove dice che l’uomo giusto non si muove neppure se cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini siano giusti, perché il mondo è caduto, e nessuno s’è mosso.
Atlante. Chi dubita della giustizia degli uomini? Ma tu non stare a perder più tempo, e corri su presto a discolparmi con tuo padre, ché io m’aspetto da un momento all’altro un fulmine che da Atlante mi trasformi in Etna!

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