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di Silvia Nugara

Samuela Salvotti vive e lavora a Desenzano del Garda. Dopo il liceo si è laureata in Scienze delle Comunicazioni ma, sostiene, ha avuto la sua vera formazione da bambina con le favole di Italo Calvino: “Mi sono fatta l’orecchio leggendo le antiche fiabe raccolte dallo scrittore più musicale ed elegante che ci sia. Da ragazzina ero e ancora oggi sono un’onnivora in fatto di libri. Ciò che non sopporto nella letteratura, ma anche nella saggistica, è la sciatteria, il semplicismo, la parola banale, non precisa, ecco, le parole devono essere precise. Certe volte, poiché si è indovinata una trama avvincente, non si pensa allo stile, al linguaggio. Errore gravissimo per me. La forma è tanto importante quanto il contenuto”. È stata amica e allieva di Emilio Tadini, conosciuto a Torino in occasione del Premio Calvino: “Emilio mi salutava sempre dicendomi scrivi, scrivi, non perdere tempo, scrivi sempre!”.

Il tuo romanzo Concepiti in ventri di regine ha vinto la 9° edizione del premio letterario Italo Calvino nel 1996: com’eri venuta a conoscenza del Premio e qual è stata la tua esperienza di partecipazione?

Nel 1996 vivevo in un piccolo e laborioso paesino mantovano, Castel Goffredo, ero appena sposata e con bambini piccoli. Si sa che i bambini piccoli chiedono dedizione, ma, per fortuna, dormono e giocano lungamente quindi avevo molto tempo per leggere. Ero un’assidua frequentatrice della biblioteca. Inoltre, mi abbonai alla rivista L’Indice dei libri del mese per essere informata sulle ultime novità librarie. Un giorno ho letto su questa rivista che era stato indetto un bando di concorso per il Premio Italo Calvino. Ho voluto partecipare perché avevo appena concluso un romanzo.

Il romanzo è appena uscito per i tipi di Liberedizioni, editore bresciano: raccontaci l’avventura che ti ha condotta alla pubblicazione a vent’anni dal riconoscimento ottenuto al Premio Calvino.

Tra le mie attività favorite c’è quella di andare, ogni volta che posso, alle presentazioni di libri nelle biblioteche o nelle librerie. In una di queste occasioni, ho conosciuto l’editora Rosalba Albano, una bella signora raffinata, di grande cultura e di una empatia eccezionale. Mi ha proposto di mandarle copia del romanzo vincitore del premio Italo Calvino. Temevo un rifiuto, la mia scrittura è particolare, invece mi ha chiamato lodando il mio stile, il mio linguaggio e mi ha detto che avrebbe avuto piacere di pubblicarlo.

Avevi già provato a dare alle stampe il romanzo? Che pareri di lettura avevi ricevuto?

La vincita fu per me la vera felicità, perché capii in quel momento che la mia scrittura e le mie trame surreali non erano frutto di un incomunicante e allucinato scrittore, il mondo mi capiva e, incredibile, mi apprezzava anche. I problemi vennero dopo la vincita. Iniziai a rivolgermi ad alcune case editrici. Non ricevetti molte critiche o disapprovazioni da parte degli editori, ma il discorso tra uno scrittore e un editore non verte quasi mai sulla bravura nello scrivere o sull’autenticità dell’ispirazione, ma sul target molto ristretto dei lettori che potrebbero apprezzare un testo, secondo loro. Ricordiamoci sempre che gli editori sono imprenditori, devono conciliare il piacere della lettura con gli interessi economici. A quanto pare le due esigenze sono inconciliabili se non per piccole case editrici come Liberedizioni, piccola ma piena di tesori. Non mi sono mai pentita di aver comprato un libro editato da loro, che fossero saggi, gialli o romanzi. Possiamo allargare la mia esperienza a livello nazionale: sono molti i romanzi che vengono lanciati dalle grandi case editrici e sono davvero gradevoli, piacevoli, si leggono con facilità e divertono molto. Ma se vogliamo davvero una chicca letteraria particolare, che emozioni e stupisca nel profondo, bisogna andarla a cercare in piccole librerie che sopravvivono a fatica o conoscerne il nome, ordinarla, ecc… È quello che succede anche nel cinema: i film che vengono proiettati nelle multisale, su Sky o su Netflix, vale a dire su televisioni private in abbonamento, sono di un livello medio-buono, ma se si vuole il capolavoro, bisogna cercarlo in vecchie sale di periferia il cui gestore s’intenda davvero di cinema.

Regina, la protagonista e voce narrante del tuo romanzo, è un personaggio complesso che guarda al mondo da una zona di confine tra vita e morte, tra povertà e ricchezza, tra odio e amore. Ne emerge un ritratto sfaccettato e originale di “vecchia signora indegna”, direbbe Brecht: come l’hai concepito?

Noi scrittori siamo un po’ i nostri personaggi, possediamo parte degli aspetti dei personaggi che creiamo. Quando ho scritto Concepiti in ventri di regine ero giovane, ma ero più assomigliante a questa vecchia signora acida, terribile, intelligente, implacabile e sogghignante, nonché assolutamente dignitosa, che all’altra protagonista del romanzo, la figlia. Ricordo che Emilio Tadini, giurato l’anno in cui vinsi il Premio, quando mi vide per la prima volta, dopo aver letto l’opera, mi disse: “Pensavo che tu fossi una signora anziana, alta e cisposa”. Infine, è stato un grande piacere immaginare come sia l’essere sull’orlo del baratro di una vita, alla fine totale di un’esistenza, nel momento in cui un’atea deve lasciare i suoi beni materiali, il suo corpo e i suoi affetti; ecco, è stato davvero divertente nel senso più alto del termine. È stata una catarsi, un bagno in alte riflessioni.

Il titolo del libro allude a un testo del poeta quattrocentesco francese François Villon, citato anche in esergo, spiegaci questo riferimento.

Adoro Villon. La ballata degli impiccati ha la stessa atmosfera del mio libro: medioevale, cupa, piena di umori sotterranei, di giudici e ballerine, di dolore ed estasi, di chiacchiere sotterranee, di rifiuto verso le persone nuove che arrivano nel paese e che possono minacciare le tradizioni consolidate. Ho abitato in campagna, come ho detto, per qualche anno e amavo quel paese isolato in mezzo ai campi, ma mi immaginavo sempre di essere caduta in una sorta di medioevo: le donne anziane erano come io m’immaginavo fossero le donne nel Seicento, con quella mentalità, sottaciuta ma evidente, un po’ maschilista e patriarcale, la religiosità esasperata, la vita contadina durissima e anche quel sedersi a mangiare tutti assieme, varie famiglie intere. Quello che vivevo allora mi induceva a pensare moltissimo a quel tempo. In tutti i miei romanzi ci sono la campagna da una parte e la città dall’altra: rappresentano due mentalità, due modi di vivere, due esperienze diverse.

Samuela-Salvotti-Concepiti-in-ventri-di-regine verri blog ritratti dal calvino

Il titolo del romanzo fa anche riferimento agli otto figli di Regina, solo due dei quali sopravvivono a una sorta di maledizione che li condanna a morire in tenerissima età. L’amore di Regina investe quasi incondizionatamente i figli morti mentre i vivi sono oggetto di sentimenti più contrastanti. La tua è dunque una riflessione sulle contraddizioni dei rapporti affettivi e, in particolare, della maternità. Come hai lavorato su quest’oggetto d’indagine?

Può succedere che a una madre non scatti la genitorialità: per motivi psicologici che io ho cercato di spiegare nel romanzo, può succedere che una madre non ami i propri figli. Può succedere. Regina, la protagonista, è stata tradita dal destino: ha partorito una figlia voluta ed è morta. La sofferenza è stata tale e tanta, ripetuta per sei volte, che più o meno inconsciamente ha deciso che non avrebbe più amato i figli venuti dopo per non soffrire più. Ma molti possono essere i motivi per cui una madre non ama i propri figli, uno è anche la povertà. Un’eccessiva povertà può far scegliere d’amare un figlio a discapito degli altri. Ma anche un carattere estremamente razionale e anaffettivo, oppure quando è presente la depressione. Ho immaginato che Regina fosse talmente ribelle al dolore che lo volesse sfidare e affrontare più intellettualmente che esistenzialmente. Intraprendere gli studi le servirà per uscire dal lutto. Ma la figlia vuol essere amata da sua madre, anche lei è ribelle al suo destino e riuscirà a riconciliarsi con la madre proprio nel momento estremo. Amo le trame, gli argomenti non battuti: qualsiasi mio romanzo fa discutere per lo stile anche se a mio avviso è “strano” come racconto, per la trama sbalorditiva. Nel caso di Concepiti in ventri di regine ho cercato, passo passo, di far emergere un innamoramento. La madre piano piano cede all’amore per una sua creatura, il suo arido pessimismo si trasforma in un allegro affetto poche ore prima di morire.

I figli adulti della protagonista sono rispettivamente un prete pavido e una dottoressa arrivista: possiamo interpretare questi personaggi come delle allegorie di poteri/saperi verso cui il romanzo esprime una forte critica?

Prete e medico sono due attività molto prestigiose e distinte. Un tempo in campagna il prete e il medico erano le due figure più importanti, rispettate e omaggiate. Immaginare due personaggi ossequiati dalla società ma derisi da una vecchia, casualmente loro madre, è stato irresistibile per me. Inoltre, queste due “missioni”, come si diceva un tempo, rappresentano la cura dell’anima e quella del corpo, come dire: “Medice, cura te ipsum!”

Concepiti in ventri di regine è un romanzo filosofico per come si rapporta a temi altissimi quali il rapporto tra sofferenza e fede, tra sapere e potere, tra morte e speranza ma le situazioni narrate delineano talvolta il profilo di una fiaba nera: quali sono state le tue principali fonti d’ispirazione filosofica e letteraria?

Io amo la letteratura del Novecento e “del Nord”. Vi regalo un García Márquez, ma lasciatemi Kafka. Vi regalo un Hemingway, ma lasciatemi Poe. Datemi un Dostoevskij, vi lascio Tomasi di Lampedusa. Sono convinta che il clima condizioni molto la scrittura. Mi sembra che il freddo concili un certo tipo di approfondimento più filosofico, più meditativo e si presti ad ambientazioni più claustrofobiche, intimistiche, torve e, se posso dire, trasgressive.

Ciò che colpisce nella tua scrittura inventiva e magmatica è il gusto per il grottesco e la capacità di infondere ironia anche alla più nera delle situazioni, come dimostrano gli epiteti che Regina rivolge al figlio (per esempio, “mastodontico tacchino”). Che ruolo gioca l’ironia nel tuo rapporto con la scrittura?

Adoro l’ironia, sia nelle persone che nella scrittura, sia nel parlato che nello scritto. La caratteristica principale della protagonista è una superba intelligenza e quindi l’ironia ne è figlia. E poi se immaginassimo questa “fiaba nera” senza ironia sarebbe terribilmente cupa. L’ironia, inoltre, dimostra che lo scrittore non partecipa alle vicende, crea rispetto ad esse un distacco sano. Detesto accorgermi che l’autore si commuove mentre scrive. Per commuovere non bisogna commuoversi. Bisogna essere duri, freddi e specifici nel descrivere il dolore. Com’è stato detto nelle motivazioni con cui si attribuì il premio al romanzo, io non ho prestato “nessuna concessione al sentimentalismo”, che detesto. L’ironia raffredda, spiazza e la amo nei miei romanzi. Mi devo sempre molto controllare: so che troppa ironia può nuocere quanto la sua assenza.

Il libro è scritto in una lingua straordinariamente inventiva, poetica, ricca di riverberi letterari eterogenei ma anche molto vivida sotto il profilo visivo. Che ruolo giocano nella tua pratica di scrittrice le arti figurative?

Io reputo che la poesia, anche in un romanzo, debba essere espressa in immagini. Amo la poesia visiva, come quella di Wisława Szymborska o di un altro premio Nobel letterario come Tomas Tranströmer, ma anche il nostro Pascoli è simbolico e descrittivo. Non userei mai la parola “amore” in un mio testo ma farei vedere l’amore. Ho scritto un libro, Le prostitute mi porteranno sulle braccia, che è fatto solo d’immagini. Ho perfezionato ed esasperato il mio intento di scrivere per immagini. La descrizione fisica dei personaggi è importante in quel libro, ma non minuziosa come si faceva nell’Ottocento, solo abbozzata nei tratti più importanti. Oltre alla descrizione fisica per spunti, mi interessa far vedere l’emozione. Mi si creda, è questo il vero divertimento per uno scrittore: poter descrivere in modo personale, con il proprio stile e la propria sensibilità, ciò che tutti provano, l’ovvio. Nobilitare anche il quotidiano attraverso immagini realistiche e indimenticabili. Se qualche personaggio sta soffrendo, mi domando che cosa  è quello che poi scrivo.

Dopo Concepiti in ventri di regine hai dunque scritto altri romanzi?

Sì, prima e dopo. Dopo ho scritto Adesso e nell’ora della nostra morte, Le prostitute mi porteranno sulle braccia, La gioia più grande di un immortale e tanto ancora… Posso passare dieci ore su una tastiera e, flaubertianamente, scrivere solo un paragrafo ma, al contrario di lui, per me questo è divertimento.

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