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di Mariolina Bertini

Baudelaire avrebbe voluto chiudere I fiori del male con una sorta di dedica-ringraziamento a Parigi, che li aveva in parte ispirati. “Mi hai dato il tuo fango, e io l’ho trasformato in oro”, voleva dire alla città di cui aveva cantato le albe e i tramonti, gli straccivendoli e i cantieri, le prostitute e le mendicanti. Rimase un testo incompiuto, nel quale ricordava le fogne intasate dal sangue delle battaglie di strada e celebrava le barricate: i “magici pavés” che nel cuore della rivolta trasformavano le strade in fortezze. Da quando Napoleone III aveva preso il potere, Baudelaire si sentiva “fisicamente spoliticizzato” e si riconosceva più nel pessimismo radicale di Joseph De Maistre che nelle speranze dei democratici; eppure la Parigi a cui voleva rendere un estremo omaggio, quella per lui più vera, era la Parigi rivoluzionaria, quella dove spesso i cortei funebri si trasformavano in turbolente manifestazioni per la giustizia, dove studenti e operai sfidavano i gendarmi, dove Gavroche era morto cantando allegramente tra il fischiare delle pallottole. Per le generazioni successive, quella Parigi diventerà un mito: mito caro ai “poeti maledetti” e ai simbolisti, agli chansonniers anarchici, agli esteti, a tutte le avanguardie. È attraverso le metamorfosi di questo mito che ci accompagna in Cospiratori e poeti. Dalla Comune di Parigi al Maggio ’68, Neri Pozza, 2018, pp. 283) Diego Gabutti, nel suo personalissimo stile in cui si fondono l’epica dell’avventura e il più ironico disincanto, la fascinazione per le utopie e lo humour del più antiretorico senso comune.
Non è la storia di una città che Gabutti ci invita a percorrere insieme a lui, ma la storia di molte, diverse città che esistono l’una accanto all’altra, come i mondi paralleli ipotizzati dal socialista Louis-Auguste Blanqui in L’eternité par les astres, “fantasia da brivido metafisico” redatta in prigione. C’è la città dei cospiratori, che tramano nell’ombra delle osterie, e quella degli avventurieri adolescenti alla Rimbaud; la città degli anarchici che preparano sanguinosi attentati e quella dei teorici con gli occhialini tondi alla Proudhon. Sono mondi che a volte sconfinano l’uno nell’altro.

Il nostro Montmartre, il Montmartre degli anarchici – scrive un memorialista di cui Gabutti riprende una pagina suggestiva – confinava con quello dei cabaret d’artisti, dei bar frequentati dalle signore con cappelli piumati, che portavano abiti stretti sui calcagni, fauna del Moulin Rouge. Noi non ammettevamo che il Lapin Agile, cabaret in cui si cantavano vecchie canzoni francesi, alcune forse ancora dei tempi di François Villon, che fu vagabondo, poeta e ribelle come noi.

Su questa Parigi dei bohémiens non plana soltanto l’ombra di Villon ma anche quella, più inquietante, del genio criminale posto da Balzac al centro della Commedia umana, il grande trasgressore Vautrin, di cui Gabutti censisce impeccabilmente la discendenza: «Vautrin ispirerà il Dottor Moriarty a Conan Doyle, il Barone di Charlus al Narratore e Fantômas, roi de la terreur in cilindro e calzamaglia nera, a Marcel Allain e Pierre Souvestre» .
Proprio Fantômas rappresenta, in qualche modo, l’anello di congiunzione tra la Parigi degli utopisti e dei cospiratori ottocenteschi e quella novecentesca delle avanguardie storiche. Per un verso, è l’ultima reincarnazione del Grande Criminale da mélodrame e da feuilleton; per l’altro verso, è un’inafferrabile creatura di sogno. È il suo carattere onirico a stregare i surrealisti che, oscillando tra Freud e Gérard de Nerval , cercano nel mondo del sogno una via di fuga alla piatta banalità della vita borghese. L’avventurosa e spesso esilarante epopea surrealista, divisa tra l’attrazione del paranormale e il fascino della rivoluzione, offre a Diego Gabutti , che ha il genio dell’aneddoto significativo e della citazione memorabile, moltissimo materiale di prima scelta. La mia predilezione va alla scena dell’incontro, nel 1935, di André Breton con il poeta russo Il’ja Ehrenburg, che portava a spasso sul Boulevard Montparnasse il suo bassotto. Poco prima Ehrenburg, a quel tempo “stalinista di ferro”, aveva coperto di insulti in un articolo Breton, rappresentante di un’avanguardia “decadente” e per di più trockista.

Breton attraversò la strada e si piantò davanti a Ehrenburg. “Permette?” disse il francese con la freddezza di Alain Delon in un noir di Jean-Pierre Melville. “Sono André Breton, pederasta.” E giù una sberla. “André Breton, feticista.” Altra sberla. “André Breton, che vive alle spalle delle donne. André Breton, esibizionista.” E giù, a pioggia, altre sberle, che il gazzettiere russo (egli stesso poeta, ma soprattutto un bolscevico per tutte le stagioni, futurista con Majakovskij, stalinista sotto Stalin, in futuro anche bandiera letteraria del “disgelo” krusceviano) incassò in silenzio, senza arrischiare una protesta, pallido e immobile.

Nemmeno il bassotto di Ehrenburg si levò in difesa del padrone, commenta Gabutti, a differenza di quanto certamente avrebbe fatto il bassotto del signor Bonaventura di fronte a un’aggressione del “losco Barbariccia”.
Anche i capitoli che ripercorrono, in Cospiratori e poeti, le gazzarre pittoresche dei futuristi o la nascita di quell’Internazionale Situazionista che sarà l’ala più radicale e interessante del Maggio francese, sono raccontati da Gabutti con lo stesso gusto alla John Ford per le scazzottate epiche e le bevute gargantuesche. Ma la ricostruzione del mondo dei surrealisti resta per me l’exploit più brillante di quest’operina d’altronde brillante in ogni sua parte. Perché non è il surrealismo dei manuali di letteratura o di storia dell’arte che Gabutti rievoca, ma quello, a ben più ampio raggio, del fantastico quotidiano e della letteratura popolare. Così, nel suo personale Museo delle Cere, Breton che pontifica al caffè, espellendo i confratelli in sospetto di eresia, non occupa uno spazio maggiore del grande giallista anarchico Léo Malet, creatore dei Nuovi Misteri di Parigi, e del suo alter ego Nestor Burma, détective de choc. Coinquilino di Prévert e del pittore Yves Tanguy, Malet incarna l’anima del surrealismo più congeniale a Diego Gabutti; ed è forse l’immagine più affettuosa dell’intero libro quella che ce lo mostra, ai tempi in cui campava facendo lo strillone, nel momento in cui vende Paris Soir all’amico Salvador Dalì, che si allontana in Rolls Royce, con un formichiere al guinzaglio.