Ward Salvare le ossa Canepa Verri blog.jpg

di Emanuela Canepa

Nella Nota del traduttore di Salvare le ossa, Monica Pareschi fa un’osservazione interessante. Dice che in Italia siamo abituati a un certo tipo di letteratura americana, quella che lavora per sottrazione e ombre, per allusioni impercettibili, all’interno di spazi ridottissimi, descrivendo l’infimo limbo di esistenze ai margini. Una iota cade in terra e risuona come la tromba del Giudizio. Bisogna saperlo fare, ma resta comunque una iota che cade in terra, e che obbedisce alla precisa scelta stilistica di individuare il senso della vita, o la sua assenza, in un microcosmo quotidiano ristretto tra tinello e cucina, al massimo in fondo al bancone di un bar. Non cita alcun autore in particolare perché suppongo pensi a molti. A me, per dire, è venuto in mente Carver, ma certo non è una descrizione circoscritta al suo lavoro. La Ward invece, si dice sempre nella Nota del traduttore, non appartiene a questa scuola. La Ward non ci va nemmeno vicina. La Ward prende la Lousiana alla vigilia di Katrina e spalanca la terra a forza di parole che dissodano il terreno come una mototrebbia. Ti piazza in mezzo a questo gruppo di ragazzetti di Bois Sauvage – una famiglia di quattro fratelli orfani di madre, un padre omerico, cani e galline che girano intorno alla casa – e li cannibalizza in profondità rovesciandone le interiora con la stessa potenza del mito. Il mito infatti viene evocato direttamente, ed è quello di Medea, con tutti i rimasugli di sangue e frattaglie che si portano dietro solo quegli eroi che vengono dalla notte dei tempi e che per puro caso sono sopravvissuti fino a lambire le pendici delle narrazioni olimpiche, all’interno delle quali sono colati come magma, ripuliti ma non domati. Gente come Medea, la strega del Caucaso, straniera e profondamente disturbante perfino per i Greci. Esch, la voce narrante, l’unica donna in un universo di uomini primordiali, legge di Medea e si identifica con lei, prima, durante e dopo Katrina. E con lei si trasfigura in una creatura simbolica che genera il caos e poi gli sopravvive.
Ora, prendendo per buona questa lettura della Pareschi che colloca la letteratura lungo un continuum in cui un estremo è rappresentato dalla letteratura minimale e l’altro da quella barocca, che poi, come diceva Longhi, è la polarità di base con cui a spanne possiamo farci un’idea di massima di qualsiasi fenomeno d’arte, io penso questo: la letteratura essenziale mi piace. Quando è fatta bene, com’è appunto il caso di Carver, ne ammiro i margini taglienti. Conosco il potere della voce che sussurra, il gusto del sangue in bocca che senti prima ancora di accorgerti di esserti tagliato, il dolore sterilizzato. Ma non è letteratura che parla la mia lingua. Io per essere felice ho bisogno di questa cosa qui: che uno scrittore si metta a urlarmi nelle orecchie come un uragano, che mi insegua per la stanza mentre tutto quello che desidero e buttare il libro contro il muro e andarmi a rifugiare in qualche genere di conforto – chenesò, una copertina, o un pezzo di cioccolato – che mi costringa a guardare sapendo che starò male, e che mi faccia stare male quando non guardo. Io ho bisogno di uno scrittore che mi rompa le ossa ma senza mai rinunciare, neppure per un momento, alla vertigine della lingua. Voglio scrittori che siano stregoni. Voglio Medea. E cazzo che libro.

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