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Per passare una buona estate musicalmente possiamo riascoltare quattro decadi di classici dischi – disposti in ordine cronologico per titolo dell’album – attraverso venticinque scelte alquanto significative di una musica globale ed eteroclita che geograficamente simboleggia, oltre gli Stati Uniti (Joan Baez, Country Joe And The Fish, Bo Diddley, Billie Holiday, Joan La Barbara, Jerry Lee Lewis, Prugne Elettriche, Gil Scott-Heron, Nina Simone, Bob Zentz), il Brasile (João Gilberto), il Canada (Anne & Kate McGarrigle e Bruce Palmer), la Gran Bretagna (Beatles e Billy Bragg), l’Egitto (Umm Kulthum), la Francia (Serge Gainsbourg, Edith Piaf, Alan Stivell), la Germania (Amon Düül II), il Giappone (Riuchi Sakamoto), l’India (Ravi Shankar) e l’Italia (B.M.S., Dario Fo, le Stelle di Mario Schifano).

Aoxomaxoa dei Grateful Dead, 1969:
E la band per antonomasia dell’acid rock californiano con questo terzo album in studio, che odora di sperimentalismo psichedelico e che, fin dalla copertina, riporta indietro nel tempo sino ai figli dei fiori del San Francisco sound, in un tripudio di suoni dalle funamboliche influenze artistico-culturali. Senza nulla togliere agli altri cinque membri il disco vive sulla genialità del chitarrista, leader, compositore Jery Garcia,che in quegli anni incuriosisce persino Luciano Berio.

Aux armes et cétera di Serge Gainsbourg, 1979:
Il cantautore forse più trasgressivo nell’ambiente pop-rock francese, dopo svariati attraversimenti citazionisti, approda momentaneamente al sound caraibico con un disco giamaicano in cui si diverte con ironiche ballate in stile reggae, non senza una contestatissima versione in tema dell’inno nazionale.

Banco del Mutuo Soccorso del B.M.S. (Banco del Mutuo Soccorso), 1972:
Celebre per la copertina a forma di salvadanaio – oggetto ricercatissimo dal collezionismo vinilico – è l’album d’esordio per il sestetto romano, impostosi con un prog rock originalissimo dalle influenze musicali dotte e dal trend onirico-surreale.

Beatles In Italy dei Beatles, 1965:
Edito per il mercato italiano in occasione della mini-tournée dei Fab Four a Milano-Genova-Roma non è un live, ma un’antologia senza inediti, che però all’estero diventa subito una chicca per collezionisti. Sono, ovviamente, ancora i Fab Four del primo periodo tutti yé-Yé dalla beat music chiassosa e trascinante.

Black Gold di Nina Simone, 1970:
Registrato alla Philarmonic Hall di New York, è il classico live della grande pianista/vocalist che in uno stile, come sempre, personalissimo, tra pop, jazz, soul, folk, alterna brani propri a cover strepitose, con un imprinting generale ormai votato a un impegno sociopolitico in linea con le rivolte nere.

Chega de saudade di João Gilberto, 1959:
Con questalbum la bossa nova fa letteralmente il proprio esordio, nonché l’ingresso nella pop music che conta sul piano internazionale. Il sound inventato da questo raffinato cantautore (voce e chitarra) assieme al pianista Antonio Carlos Jobim e al paroliere Vinicius de Moraes restituisce al Brasile un’immagine meno cartolinesca e più moderna.

Ci ragiono e canto n°2 di Dario Fo, 1973:
Spartano, autoprodotto e venduto soprattutto durante gli spettacoli, è il classico esempio di folk politico e canzone impegnata, che si rifanno, a muso duro, alla protesta operaia e contadina del XX secolo. Con testi nuovi su melodie antiche, questo vinile rimanda proprio a un’epoca irripetibile in cui persino un disco costituisce un’arma di battaglia.

Dedicato a delle Stelle di Mario Schifano, 1967:
Il gruppo rock creato dal celebre artista visivo – pittore della scuola romana di pop-art – è la risposta autarchica ai Velvet Underground di Andy Warhol, sia nella musica sia nella copertina e nel prodotto-immagine in genere. Le prime cinquanta copie del 33 giri vengono stampate in vinile rosso e oggi valgono più una litografia del pittore stesso.

Edith Piaf Récital 1961 di Edith Piaf, 1961:
Per l’ugola insanguinata di un passerotto, le migliori canzoni arrivano a fine carriera quando la salute è ormai minata e ogni concerto a rischio. Tuttavia, quando riesce a portare a termine uno show, come in questo caso, la voce risulta ancora più drammaticamente intensa ed espressiva: la chanson francese è servita!

Electric Music For The Body And Mind di Country Joe And The Fish, 1967:
Album e autori oggi rimossi dall’immaginario pop, ma allepoca tra i più quotati per essere protagonisti del movimento hippie, fino a condurre una rivoluzione acustica nel cosiddetto San Francisco Sound, a base di acid folk e psichedelia sognante, tra utopia e pacifismo.

Entre la jeunesse et la sagesse di Anne & Kate McGarrigle, 1980:
Il Canada è musicalmente parlando succube degli Stati Uniti, tranne il Québèc, regione francofona che propone un neo folk originale: in questo caso però a farsi notare sono le belle voci di due sorelle di origine irlandese nel loro unico French Album come viene altresì chiamato in una discografia tutta english.

From South Africa to South Carolina di Gil Scott-Heron, 1975:
Per questo autentico intellettuale del pop nero, antesignano della cultura hip-hop, ecco un concept (cofirmato da Brian Jackson) tra soul, funk, jazz-poetry, che narra un metaforico viaggio fra il pesante razzismo sulle due sponde dellOceano.

Go Bo Diddley di Bo Diddley, 1959:
Ecco un grande personaggio del rock and roll (cantante, chitarrista, compositore) e il secondo grintoso album che però non è ancora valorizzato come meriterebbe: il sound infatti risente positivamente delle profonde radici nere all’insegna di un aggiornamento elettrico del tipico Chicago Blues.

In London di Ravi Shankar, 1964:
Per molti critici, il più grande musicista indiano, per altri, meno retoricamente, quello più vicino ai giovani occidentali, grazie a uno stile al sitar che fa tesoro delle moderne improvvisazioni jazzistiche, influenzando o mandando in visibilio, come in questo caso, molte rock star Inglesi dopo luscita dellalbum.

In Italy di Joan Baez, 1967:
Anche per lei, come per i Beatles, un disco in Italia, ma stavolta tratto da un veto recital, introdotto fra laltro da un giovane Furio Colombo: bella rassegna di canzoni popolari (americane e non), spesso politiche, con voce angelica e chitarra acustica in puro stile folksinger.

Lady In Satin di Billie Holiday, 1958:
Tra le jazz singer, da tempo riveste, anche storicamente, il ruolo di star per il grande contributo offerto al canto femminile novecentesco. Grazie al successo, a standard celebri e alluso degli archi, questo può definirsi un album pop, da unartista ormai allo stremo (alcool e droghe) benché sempre commovente.

Life’s a Riot With Spy vs Spy di Billy Bragg, 1984:
L’unico folksinger marxista (almeno in Inghilterra) impegnato, fin da questo esordio discografico, in taglienti ballate per sola voce e chitarra elettrica, in uno stile tra Woody Guthrie e i Clash, per sfatare l’improbabile England Dream thatcheriano.

Mirrors And Changes di Bob Zentz, 1974:
Seguace, fuori tempo massimo, del primo Bob Dylan, è lesordio del cantautore/insegnante di Norfolk (Virginia) per sola voce e chitarra, da una storica label, con una ballad di trenta minuti. L’album dimostra come, in questo caso, persino un debutto discografico può condurre il proprio autore verso altri lidi culturali, ovvero, per lui, la ricerca musicologica.

Ongakuzukan di Riuchi Sakamoto, 1984:
Ripubblicato nel 1986 in tutto il mondo con il titolo Illustrated Musical Encyclopedia, mostra le qualità di una pop star giapponese seguita e apprezzata ovunque, grazie alla padronanza sonora dal trend cosmopolita, pur mantenendo una forte personalità in grado di coniugare l’elettronica di partenza con i ricordi o gli echi melodici del Sol Levante.

Phallus Dei degli Amon Düül II, 1969:
Esordio discografico e primo capolavoro del rock tedesco che apre le porte a un nuovo movimento pop oggi definito kraut rock, all’epoca più correttamente kosmike muzik da parte di un ottetto (anche molto politicizzato) di Monaco che mescola prog, psichedelica, folk, elettronica soprattutto nella lunga omonima suite dai risvolti spazialisti.

Renaissance de la harpe celtique di Alan Stivell, 1971:
Il titolo dice già tutto (o quasi): il musicista bretone riscopre lo strumento dei propri misteriosi antenati: larpa celtica in apparenza non è per nulla pop, ma nelle sue mani diventa il simbolo di un certo folk revival regalando a tantissimi giovani entusiasti dolci note profumate di arcano fiabesco.

The Cycle Is Complete di Bruce Palmer, 1971:
Concept rock-blues-jazz, con lunghe parti strumentali, vinile ricercatissimo dopo linserimento di Riccardo Bertoncelli nel suo primo libro ormai di culto dal titolo Pop Story Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni (1973) tra i grandi LP di allora, tra a End Of An Ear di Robert Wyatt e Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Unico disco a proprio nome dell’ex Buffalo Springfield, svolto in quattro lunghe jam session dallo stile davvero inclassificabile (in senso buono).

The Session… di Jerry Lee Lewis, 1973:
Molto amato dai giovani inglesi anche fuori tempo massimo, dopo un primo exploit in era rock’n’roll, un secondo in epoca beat, il grintoso cantante/pianista americano torna a Londra in session con grandi chitarristi dal british blues o dallhard rock: il risultato giova sia all’uno sia agli altri, dimostrando non solo la forza del revival, ma la maturità di un rock, all’epoca non ancora maggiorenne.

The Twinkling Star di Umm Kulthum (Oum Kalsoum), 1961:
La cantante preferita da Lenny Kaye (chitarrista elettrico e produttore rock) è chiamata la Callas d’Oriente non tanto per la bella voce, quanto piuttosto per la vasta popolarità dal nativo Egitto a tutto il Medio Oriente e il Nord Africa grazie a uno stile arabo, tra classico e moderno, dal forte pieno lirismo.

Underground delle Prugne Elettriche, 1967:
Assurdità discografiche italiane: il nome del gruppo americano (Electric Prunes) viene letteralmente tradotto in copertina e questa anomalia fa dellalbum un pezzo assai ricercato dai cultori della psichedelia. A livello artistico si tratta di una delle tante garage band che suonano un rock selvaggio per molti antesignano del punk stesso.

Voice Is The Original Instrument di Joan La Barbara, 1976:
Altro straordinario esordio per unetichetta minore di una performer tra Cathy Berberian e Meredith Monk, con il coraggio di incidere un intero album per sola voce all’insegna dellavanguardia e del minimalismo. Per molti critici è la prima a rendere quasi pop un nuovo linguaggio musicale caratterizzato da sussurri, lamenti, gemiti, sospiri, polifonie.

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