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di Domenico Fina

Nel maggio del 2013, nella mia unica gita al Salone internazionale del libro di Torino, vidi una presentazione in cui Letizia Muratori (Roma, 1972) illustrava un romanzo appena uscito, non suo. Il discorso finì per soffermarsi sulla rete, sull’uso vivificante della rete. Per Letizia Muratori una coppia che pur abitando nella stessa casa decide un giorno di comunicare attraverso chat, quando non diventa abitudine, ma gioco, poteva essere uno dei tanti modi di nutrire una relazione. Tenendo a mente le finora pubblicazioni migliori (a mio avviso) di Letizia Muratori – con Adelphi Animali domestici (2015), Sole senza nessuno (2010), Il giorno dell’indipendenza (2009) e il volume di racconti appena pubblicato da La nave di Teseo, dal titolo Spifferi (2018) – si può meglio comprendere il recondito discorso che alimenta la sua narrativa, cioè la fatica delle relazioni e allo stesso tempo la loro salutare necessità. In Animali domestici la protagonista, Letizia, nata a Roma nel quartiere Parioli, ora quarantenne, tenta un resoconto della sua vita. L’amicizia da adolescente con una ragazza che ama gli animali e ai quali dedicherà la sua vita da adulta, il suo matrimonio finito con un uomo al quale non si è mai legata del tutto, l’amicizia negli anni con un giornalista, Edi Sereni, che è un continuo conflitto di stimolanti pareri, la sua vita prima a Roma e in seguito a Milano con un uomo col quale vive una relazione altalenante. Tutto avvicinamento e distanziamento di vite e sentimenti senza evidente costrutto. Sente l’eco della voce di sua madre che l’accusa di essere immatura e “priva di quelle esigenze personali che riempiono veramente la vita alle persone”.
Ama restare a casa a leggere libri e a guardare film tuttavia non vuole perdere il brio selvatico della vita, non vuole trasformarsi in un animale addomesticato, da tappeto in salotto. Il problema è che quel brio selvatico che provava da ragazza ora non sa più precisamente dove sia, se non per lampi improvvisi. Deve andare a Londra per un breve periodo ma si affatica nel pensare alla scomodità, l’aereo, la lingua, i bagagli. Viaggiare le pesa. Queste contraddizioni di apparente poco conto rendono, per un complesso di cose, la narrativa di Letizia Muratori una narrativa sottilmente, intrinsecamente irritante perché forse è sempre stato così, ma oggi ancor di più, nei libri ci si avvicina ai personaggi che soffrono per motivi tangibili ma quelli che soffrono per motivi intangibili suscitano dapprima uno sdegno trattenuto e con il tempo degnazione, la degnazione di chi li osserva come dei viziati della vita comoda.

Ho chiesto ad alcuni avveduti lettori (su Anobii e Goodreads) perché un libro secondo me molto bello come Animali domestici ha avuto pochi apprezzamenti sentiti e perlopiù commenti risentiti o indifferenti. Un’amica mi ha risposto ipotizzando: “L’ambientazione nei suoi libri può sembrare un po’ di maniera, la rappresentazione di sé come figlia della buona borghesia decaduta ma non troppo, di bohémienne che rischia poco”.
Eppure credo che nel caso di Letizia Muratori ci sia un malinteso di fondo, o meglio un non inteso di fondo: le sue figure femminili appaiono come malinconici ironici personaggi che nelle vesti maschili siamo più abituati a incontrare, ma come personaggi femminili che girano a vuoto con ostinazione, be’ forse risultano essere ancora atipicamente marginali. Le donne di Alice Munro sbagliano, risbagliano scattando in avanti, non si soffermano troppo a lungo e dolentemente su un amore che potrebbe raggelarle, anche Lalla Romano che è una scrittrice eminentemente contemplativa sembra evolvere nelle vite dei suoi personaggi, che sono spesso la sua traslazione letteraria. I personaggi di Letizia Muratori invece vivono di brividi di passaggio e tornano a rintanarsi, come delle eccentriche Oblomov contemporanee. Tutt’al più raggiungono conclusioni provvisorie di questo genere:

Spesso concludeva che l’amore in fondo è tutto uguale, ha a che fare con la tenerezza, ma sono in pochi ad ammetterlo. (Animali domestici).

Oppure osservazioni meno rassicuranti come:

Io non sono mai stata derubata, né mi sono persa […] mi ha ucciso l’infingardaggine pavida e mesta da animale domestico (Animali domestici).

Nel volume di racconti Spifferi, appena pubblicato da La nave di Teseo, vi sono tre notevoli racconti (su un totale di sei) di una perfezione formale irrequieta, che è l’aspetto più originale della scrittura di Letizia Muratori, la sua capacità di creare tensione in tranquilli interni domestici, con speciale ironia e con finali inattesi. Uno dei racconti, Questa è la rosa bulgara, prende spunto da una scena del film Ida diretto da Paweł Pawlikowski (lo afferma in un’intervista recente), la sua narrativa risente molto dell’influsso del cinema, le dà la possibilità di inserire l’esotico in scene di rilassante routine domestica.
Quelli di Spifferi sono racconti di persone che soffrono di fisime che non possono essere considerate trascurabili, sorreggono la loro intera impalcatura. Nel secondo racconto due amici in adolescenza, una ragazza e un ragazzo, si ritrovano a vivere insieme dopo più di vent’anni. Lui ospita lei nella sua casa, a Roma, lei vive ormai da tempo all’estero.
Lui ha fissazioni igienistiche ed ecologistiche, non si lava col sapone, è appassionato di storia romana e di sceneggiati RAI degli anni ’70, quelli in cui vi erano spettri e medium tra le mura domestiche. Quelli con Ugo Pagliai. Entrambi si definiscono una solida coppia di zitelli. Lei un tempo lo sopportava ma adesso lo guarda con irritazione, allo stesso tempo capisce che anche lei, come persona, è abbastanza spaiata e sa che non bisogna farla troppo lunga a una certa età, con le compulsioni degli altri: starebbero peggio ambedue. Ma dopo aver visto un documentario sull’Antartide lui…

Nel primo racconto, inquietante anch’esso, un tale non ben identificato Dimitri, chiama da anni al telefono di casa i genitori della protagonista, che non riesce a spiegarsi come possano starlo a sentire sproloquiare mentre si lamenta del brutto tempo o gli parla di un film che ha visto alla tv. Loro spiegano il fatto con la sua non invadenza e poi, dicono, ci potrebbe rimanere molto male se lo scacciamo. La protagonista decide di intervenire cercando di stanare il fantomatico Dimitri, se esiste davvero.

Sole senza nessuno (2010) è la storia di una sessantenne, Emilia, modella in gioventù, della sua relazione con sua figlia (fotografa di successo) e con sua madre (un tempo sarta di alta moda) e in generale con gli altri. Emilia come dichiara l’autrice stessa (in un’intervista) non è una perdente perché quando gioca non gioca per vincere, sua figlia e sua madre indirettamente la rimproverano di non aver combinato niente nella vita, le dicono di fare così e cosà. Ma Emilia ha qualcosa che loro non hanno, la naturalezza di saper essere se stessa e non cercare appigli che non sente pienamente suoi; in fondo è l’unica che sa orientarsi e indirettamente gli altri la osservano come fosse una bussola, ma non glielo diranno mai.

Si rivolgeva a quella materia estranea che ognuno di noi sente di abitare nella sua stessa testa.

Non si avvicinerà alla fede quando le capiterà una disgrazia in famiglia, anche se avverte intorno come una pressione tutta scritta sul come vivere, come consolarsi, come se il suo mondo di conoscenze avesse una decisione scritta per ogni ventura e sventura. Quando si trova a parlare con gli altri si stupisce di come ognuno parli automaticamente e senza ascoltare. Di una donna scrive questa frase perfetta:

Toglieva di mezzo qualsiasi cosa le dicessi. Trattava le mie parole come banchi di moscerini.

Sole senza nessuno non è un romanzo di solitudine e indifferenza – la protagonista sta divorziando da suo marito, sua madre vive sola, sua figlia pure – è anzitutto una lezione di leggerezza e di vitalità a saper vivere senza imposture.

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