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Oggi presentiamo il nono testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro divertito palinsesto su La scommessa di Prometeo firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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L’anno 833275 del regno di Giove, il collegio delle Muse stampò e fece affiggere, nei luoghi pubblici della città e dei borghi d’Ipernéfelo, diversi manifesti, nei quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri abitanti della detta città, che di recente o più anticamente avessero progettato qualche lodevole invenzione, a proporla, realizzata o disegnata o descritta in relazione, ad alcuni giudici, scelti appunto dal collegio delle Muse. E, scusandosi che per la sua nota povertà non poteva mostrarsi generoso quanto avrebbe voluto, prometteva in premio a quello la cui invenzione fosse giudicata più bella o più fruttuosa, una corona di alloro, col privilegio di poterla portare in capo il dì e la notte, in privato e in pubblico, in città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, o modellato in metallo, rappresentato in qualunque modo e materia, con quella corona in testa.
Parteciparono a questo premio non pochi fra gli dei, per passatempo, cosa non meno necessaria agli abitatori d’Ipernéfelo che a quelli di altre città, senza alcun desiderio di quella corona che in sé non valeva un berretto di stoppa; e in quanto alla gloria, se gli uomini, da quando sono filosofi, la disprezzano, si può intuire che stima ne facciano gli Dei, tanto più sapienti degli uomini, anzi soli sapienti secondo Pitagora e Platone. Pertanto, con esempio unico e fino allora inaudito, in simili casi di ricompense proposte per i più meritevoli, questo premio fu attribuito senza intervento di sollecitazioni, né di favori, né di promesse segrete, né di trucchi. E tre furono i vincitori, cioè Bacco, per l’invenzione del vino; Minerva, per quella dell’olio, necessario alle unzioni delle quali gli Dei fanno quotidianamente uso dopo il bagno; e Vulcano, per aver inventato una pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere qualunque cosa con poco fuoco e rapidamente. Così, dovendosi fare il premio in tre parti, restava a ciascuno un ramoscello di alloro, ma tutti e tre rifiutarono sia la parte che il tutto; perché Vulcano osservò che, stando quasi sempre presso il fuoco della fucina faticando e sudando, gli sarebbe stato fastidiosissimo quell’ingombro alla fronte; oltre che lo avrebbe messo in pericolo di bruciarsi o scottarsi, se per disgrazia qualche scintilla, appiccandosi a quelle fronde secche le incendiasse. Minerva disse che, dovendo sostenere sul capo un elmo tale, come scrive Omero, che può coprire tutti insieme gli eserciti di cento città, non le conveniva aumentarsi simile peso con null’altro. Bacco non volle scambiare la sua mitra e la sua corona di pampini con quella di alloro, benché l’avrebbe accettata volentieri se gli fosse stato permesso di porla come insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non acconsentirono a dargliela per quest’uso, cosicché essa restò a loro.
Nessuno degli altri competitori provò invidia per i tre Dei che l’avevano vinta e rifiutata, né si lamentò dei giudici, né criticò la sentenza; salvo uno, Prometeo, che aveva partecipato al concorso inviando il modello di terra che aveva fatto e usato per formare i primi uomini, e allegandovi uno scritto che dichiarava le qualità e gli uffici del genere umano, stato trovato da esso. Meraviglia non poco il rincrescimento dimostrato da Prometeo per un concorso che da tutti gli altri, vinti e vincitori, era considerato un giochino. Così, investigandone la motivazione, si è inferito ch’egli in realtà desiderava, non già l’onore, bensì il premio che gli sarebbe venuto dalla vittoria. Alcuni pensano che intendesse usare l’alloro per difender il capo dalle tempeste; come si narra di Tiberio, che appena sentiva tuonare, si poneva la corona in testa, giacché si crede che l’alloro non venga colpito dai fulmini. Ma nella città d’Ipernéfelo non cade fulmine e non tuona. Altri più verosimilmente affermano che Prometeo, a causa dell’età, comincia a perdere i capelli; la quale sventura sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o non essendone persuaso, che è più credibile, come Cesare dittatore, voleva nascondere la calvizie sotto il diadema.
Ma per tornare al fatto, un giorno, parlando Prometeo con Momo, si lagnava aspramente che il vino, l’olio e le pentole fossero stati anteposti al genere umano, ch’egli diceva essere la migliore opera degl’immortali apparsa nel mondo. E parendogli di non riuscire a persuadere abbastanza Momo, il quale adduceva non so quali ragioni contrarie, gli propose di scendere tutti e due insieme sulla terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in ciascuna delle cinque parti d’essa scoprissero abitato dagli uomini, scommettendo con parere opposto se in tutti e cinque i luoghi, o nella maggioranza d’essi, avrebbero trovato argomenti evidenti o no che l’uomo sia la più perfetta creatura dell’universo. Accettata la scommessa da Momo, e accordatisi sulla sua entità, cominciarono senza indugio a scendere verso la terra, indirizzandosi prima al nuovo mondo, che per il nome stesso, e per non avervi posto piede sino allora nessuno degl’immortali, stimolava maggiormente la curiosità. Si fermarono nel paese di Popaian, dal lato settentrionale, poco distante dal fiume Cauca, in un luogo dove apparivano molte vestigia di abitazione umana: resti di colture nella campagna; parecchi sentieri, tuttavia con tronchi sparsi in molti luoghi, e per la maggior parte ingombri; alberi tagliati e abbattuti; e particolarmente resti che parevano sepolture, e di tanto in tanto ossa d’uomini. Tuttavia, i due celesti, porgendo gli orecchi, e guardando ovunque, non riuscirono a udire una voce né a scoprire un’ombra d’uomo vivo. Andarono, camminando o volando, per molte miglia, passando monti e fiumi e trovando dappertutto gli stessi segni e la stessa solitudine. “Come mai questi paesi, – diceva Momo a Prometeo – che pure mostrano con evidenza di essere stati abitati – sono ora deserti?” Prometeo ricordava le inondazioni del mare, i terremoti, i temporali, le piogge violente, che sapeva essere consuete nelle regioni calde: e difatti nello stesso tempo udivano, da tutte le boscaglie vicine, i rami degli alberi che, agitati dall’aria, stillavano continuamente acqua. Sennonché, Momo non riusciva a capacitarsi come quella regione poteva essere sottoposta alle inondazioni del mare, tanto lontano da lì, che non si vedeva da alcun lato; e ancor meno comprendeva per qual destino i terremoti, i temporali e le piogge avessero fatto estinguere tutti gli uomini del paese, risparmiando i giaguari, le scimmie, i formichieri, i cerigoni, le aquile, i pappagalli, e cento altre specie di animali terrestri e volatili, che andavano per quei dintorni. Infine, scendendo in una valle immensa, scoprirono, come un piccolo mucchio di case o capanne di legno, coperte di foglie di palma, e circondata ognuna da una recinzione del tipo di steccato: dinanzi a una delle quali stavano molte persone, parte in piedi, parte sedute, intorno a un vaso di terra posto su un gran fuoco. Presa forma umana, due celesti si accostarono, e Prometeo, salutati tutti cortesemente, volgendosi a uno che appariva essere il capo, lo interrogò: “Che si fa?”
Selvaggio “Si mangia, come vedi.”
Prometeo “Quale buon cibo avete?”
Selvaggio “Questo po’ di carne.”
Prometeo “ Carne domestica o selvatica?”
Selvaggio “Domestica, anzi del mio figliuolo.”
Prometeo “ Hai forse per figliuolo un vitello, come Pasifae?”
Selvaggio “Non un vitello, ma un uomo, come tutti noi qui.”
Prometeo “Dici sul serio?! Mangi la tua stessa carne?!”
Selvaggio “Non proprio la mia, ma quella di chi solo per quest’uso ho messo al mondo e nutrito.”
Prometeo “ Per mangiartelo?”
Selvaggio “Quale meraviglia? E anche la madre, che ormai credo non sia più in grado di fare altri figli, penso di mangiarla presto.”
Momo “Come si mangia la gallina dopo averne mangiate le uova, dunque!”
Selvaggio “E le altre mie donne, appena saranno divenute inutili per partorire, le mangerò allo stesso modo. E questi miei schiavi che vedete, li terrei forse vivi, se non per avere di quando in quando figli loro da mangiare? Ma poi, quando saranno invecchiati, se campo, me li mangerò anche loro uno a uno.”
Prometeo “Dimmi: codesti schiavi sono della tua stessa nazione o di qualche altra?”
Selvaggio “D’un’altra.”
Prometeo “Molto lontana da qua?”
Selvaggio “Lontanissima: tanto che tra le loro case e le nostre, ci correva un rigagnolo.” E, additando un piccolo colle, soggiunse: “Ecco là dov’era; ma i nostri l’hanno distrutta.”
A quel punto, a Prometeo parve che non so quanti di quelli lo stessero contemplando con un certo sguardo amorevole, come quello del gatto verso il topo: sicché, per non essere mangiato dalle sue proprie creature, si levò subito in volo; e allo stesso modo con lui Momo, e fu tanto il timore di entrambi, che, nel partire, corruppero i cibi dei barbari con quella sorta d’immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense troiane. Ma quelli, più famelici e meno schifiltosi de’ compagni di Enea, continuarono il loro pasto. E Prometeo, del tutto insoddisfatto del mondo nuovo, si volse subito al più vecchio, voglio dire all’Asia: e percorso quasi in un attimo lo spazio tra le nuove e le antiche Indie, scesero ambedue presso Agra, in un campo pieno di un popolo numerosissimo, adunato intorno a una fossa colma di legna, sull’orlo della quale, da un lato, si vedevano alcuni con torce accese, in procinto di appiccarle fuoco; e da altro lato, sopra un palco, una donna giovane, coperta di vesti sontuosissime e di ogni tipo di ornamenti barbarici, che danzando e gridando, dava segni di grandissima allegrezza. Prometeo, vedendo questo, immaginava tra sé quella fosse una nuova Lucrezia o nuova Virginia, o qualche emulatrice delle figliuole di Eretteo, delle Ifigenie, de’ Codri, de’ Menecei, dei Curzi e dei Deci, che seguendo la fede in qualche oracolo, s’immolasse volontariamente per la sua patria. Intendendo poi che la ragione del sacrificio della donna era la morte del marito, pensò che quella, poco dissimile da Alcesti, volesse, col prezzo di sé, riscattare la vita di colui. Ma saputo che ella non s’induceva a bruciarsi se non perché questo usavano fare le vedove della sua setta, e che quella donna in particolare aveva sempre odiato il marito, che era ubriaca, e che il morto, invece di risuscitare, doveva essere arso in quel medesimo fuoco, voltata subito la schiena a quello spettacolo, prese la via dell’Europa; dove, mentre che andavano, ebbe col suo compagno il seguente colloquio.
Momo “Avresti pensato quando rubavi, con tuo grandissimo pericolo, il fuoco dal cielo per donarlo agli uomini, che questi se ne sarebbero serviti alcuni per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, altri per bruciarsi spontaneamente?”
Prometeo “No di certo. Ma considera, caro Momo, che quelli che fino a ora abbiamo veduto sono barbari: e non è dai barbari che si deve trarre il giudizio sulla natura degli uomini, bensì da quelli inciviliti, dai quali ora ci rechiamo. E sono convinto che tra loro vedremo e udremo cose e parole che ti parranno degne, non solamente di lode, ma di ammirazione.”
Momo “Per quanto mi riguarda, non comprendo, se gli uomini sono il più perfetto genere dell’universo, come mai sia necessario che siano inciviliti perché non si brucino da sé e non mangino i propri figliuoli, considerato che gli altri animali sono tutti barbari, e, tuttavia, nessuno si brucia volutamente, fuorché la fenice, che non si trova; pochissimi mangiano il loro simile, e molto più rari sono quelli che si cibano dei loro figliuoli, e avviene per qualche accidente insolito, non certo per averli generati a quest’uso. Considera pure che delle cinque parti del mondo una sola, neppure tutta intera, né paragonabile per grandezza a nessuna delle altre quattro, è dotata della civiltà che tu lodi, e poi lo sono alcune piccole regioni di un’altra parte del mondo. E già tu stesso non vorrai dire che questa civiltà sia compiuta, e che oggi gli uomini di Parigi o di Filadelfia abbiano di solito tutta la perfezione cui può pervenire la loro specie.
Ora, questi popoli, per giungere al presente stato di civiltà non ancora perfetta, quanto tempo hanno dovuto penare? Tanti anni quanti si possono numerare dall’origine dell’uomo sino ai tempi recenti. E quasi tutte le invenzioni che erano o di maggiore necessità o di maggior profitto al conseguimento della civiltà hanno avuto origine non da ragione, ma da casi fortuiti: cosicché la civiltà umana è opera della sorte, più che della natura: e dove tali casi non si sono verificati, vediamo che i popoli sono ancora barbari, benché siano antichi quanto i popoli civili. E dunque: se l’uomo barbaro mostra di essere inferiore di molto a qualunque altro animale; se la civiltà, che è l’opposto della barbarie, è anche oggi patrimonio solo di una piccola parte del genere umano; se inoltre, questa parte non è potuta pervenire al presente stato civile, se non dopo una quantità innumerabile di secoli, e per lo più per beneficio del caso, piuttosto che di alcun’altra ragione; in ultimo, se la detta condizione di civiltà non è comunque perfetta; considera un poco se forse la tua sentenza circa il genere umano fosse più vera messa così: dicendo cioè che esso è veramente sommo tra i generi, come tu pensi, ma sommo nell’imperfezione, invece che nella perfezione, pure se gli uomini, nel parlare e nel giudicare, scambiano continuamente l’una coll’altra; argomentando da certi presupposti che si sono costruiti loro e che giudicano verità evidenti. Certo che gli altri generi di creature fino nel principio raggiunsero la perfezione a loro possibile. E quando pure non fosse chiaro che l’uomo barbaro, rispetto agli altri animali, è meno buono di tutti, io non mi persuado che l’essere naturalmente imperfettissimo nel proprio genere, come pare che sia l’uomo, si debba considerare il migliore di tutti gli altri. Aggiungi che la civiltà umana, così difficile da ottenere, e forse impossibile da condurre a compimento, non è neppure stabile sì da non poter decadere: come in effetti è avvenuto più volte, e in diversi popoli che ne avevano acquistato una buona parte. Insomma, concludo che, se tuo fratello Epimeteo avesse recato ai giudici il modello che deve aver adoperato quando formò il primo asino o la prima rana, forse ne avrebbe riportato il premio che tu non hai conseguito. Ma ad ogni modo io ti concederò volentieri che l’uomo sia perfettissimo, se tu ammetterai che la sua perfezione assomiglia a quella che Plotino attribuiva al mondo: il quale, egli diceva, è ottimo e assolutamente perfetto; ma, perché il mondo sia perfetto, bisogna che abbia in sé, tra le altre cose, anche tutti i mali possibili; perciò infatti si trova in lui tanto male quanto ve ne può entrare. E in questo senso forse io concederei pure a Leibniz che il mondo attuale sia il migliore di tutti i mondi possibili.”
Non si dubita che Prometeo non avesse pronta una risposta in forma distinta, precisa e dialettica a tutte queste ragioni; ma è anche certo che non la diede: perché in quello stesso momento si trovarono sopra la città di Londra: dove scesi, e veduta gran moltitudine di gente correre alla porta di una casa privata, messisi tra la folla, entrarono nella casa. E trovarono sopra un letto un uomo disteso supino, che aveva nella destra una pistola: aveva una ferita in petto, ed era morto. E accanto a lui giacevano due bambini, pure morti. Nella stanza c’erano parecchie persone della casa, e alcuni giudici, i quali le interrogavano, mentre un ufficiale scriveva.
Prometeo “ Chi sono questi sciagurati?” chiese.
Un servitore “ Il mio padrone e i suoi figli.”
Prometeo “Chi li ha uccisi?”
Servitore “Il padrone. Tutti e tre. “
Prometeo “Tu vuoi dire i figli e se stesso?”
Servitore “Appunto.”
Prometeo “E cosa è mai questo caso! Doveva averlo colpito una sventura immensa!”
Servitore “Nessuna, ch’io sappia.”
Prometeo “Ma forse era povero, o disprezzato da tutti, o sfortunato in amore, o in corte?”
Servitore “Anzi, era ricchissimo, e credo che tutti lo stimassero; di amore non se ne curava, e in corte aveva molto favore.”
Prometeo “Dunque, com’è caduto in questa disperazione?”
Famiglio “Per noia della vita, secondo quanto ha lasciato scritto.”
Prometeo “E questi giudici che fanno?”
Famiglio “S’informano se il padrone era impazzito o no: e in caso non fosse impazzito, il suo patrimonio andrà allo Stato per legge. E in verità è cosa che non si potrà evitare.”
Prometeo “Ma, dimmi!, non aveva nessun amico o parente, a cui potesse raccomandare questi piccini, invece d’ammazzarli?”
Famiglio “Sì, ne aveva; e tra gli altri uno che gli era molto intrinseco, al quale ha raccomandato il suo cane.”
Momo stava per congratularsi con Prometeo per i buoni effetti della civiltà, e per la gioia che appariva ne venisse alla vita di noi umani; e voleva anche ricordargli che nessun altro animale, fuorché l’uomo, si uccide volontariamente, né per disperazione della vita uccide i figli: ma Prometeo lo prevenne e, senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.

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