Provo per Victor Hugo un affetto viscerale, qualcosa che sta tra il carnale e il paterno, con una componente incestuosa non trascurabile. Da una parte i suoi ritratti restituiscono un’immagine patriarcale, dall’altra è nota la passione per le donne, che lo innerva di sangue e vita e mi rende impossibile pensare a lui come icona disincarnata. Tutti i libri di Hugo che ho letto mi hanno acceso una febbre, però devo ammettere che in Notre-Dame de Paris, nell’Uomo che Ride, nei Lavoratori del Mare c’è una tendenza all’eccesso nella lingua e nella scelta delle immagini che in qualche modo sbilancia l’equilibrio della struttura, specie per la nostra sensibilità moderna che è stata educata a un uso narrativo molto più parco, per non dire minimalista.
I Miserabili invece è un romanzo animato dalla stessa ambizione immensa ma che non sbava mai. Nemmeno un minuto. Nemmeno una frase o una virgola. È una cattedrale perfettamente compiuta che si eleva verso il cielo capitolo dopo capitolo, e si muove come una marea che sale. E mano a mano che la vicenda si dipana, allarga il raggio dell’onda trascinando con sé un numero sempre più alto di storie e persone, rivoltandole nella profondità della loro miseria o nella determinazione a liberarsi del cappio del destino.
Mi sono dovuta fermare due volte nel corso della lettura perché sentivo il bisogno di piangere. Avevo un senso di oppressione che in qualche modo doveva essere sfogato: nella prima parte, quando Hugo racconta le vicende di monsignor Bienvenu, il vescovo di Digne, l’uomo dalla bontà perfetta e circolare, l’ultimo fra gli ultimi, e poi ancora verso la fine, sull’episodio della morte di Enjolras, inchiodato dalle fucilate contro la parete sudicia della taverna, l’ultimo eroe sulle barricate, che cade portandosi dietro il vortice di gioia visionaria che aveva animato i ribelli della rivolta di Parigi del 1832. Mi seduce la vibrazione vitale nella scrittura di Hugo, e l’adesione profonda alla vita e alle sue leggi che vengono accettate a affrontate a viso aperto, descritte nelle loro perversioni e mai messe in discussione, specie con scorciatoie moralistiche da quattro soldi. Gli eroi di Hugo sono sempre minuscoli e sballottati di fronte al destino, e immensi nelle scelte assolute che compiono, che siano condivisibili come quelle di Jean Valjean, o feroci e respingenti come quelle di Javertche non prova mai un’esitazione o un moto di pietà.
I Miserabili mi restituisce all’infanzia: è un romanzo che ha il potere di farmi immaginare seduta accanto a un fuoco. Le parole scorrono e i personaggi si sollevano davanti a te come giganti maestosi. Li osservi dal basso verso l’alto, pensi che la letteratura un tempo è stata così, e ti domandi se potrà tornare ad esserlo mai più.

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Emanuela Canepa è nata a Roma dove si è laureata in Storia Medievale, e vive a Padova dal 2000. Lavora come bibliotecaria per l’Università e si occupa di assessment in psicologia. Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo L’animale femmina, pubblicato da Einaudi Stile Libero ad aprile del 2018.

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