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Ottima annata, il 2018, per gli appassionati italiani di Proust. Basterebbe, a renderla tale, il ritorno in libreria – in una bella, nuova traduzione – del giovanile Jean Santeuil, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Si aggiungono ora due preziosi volumetti, particolarmente adatti a scivolare nello zaino delle vacanze, dove non occuperanno più spazio di un taccuino moleskine. Il primo sedurrà in particolare i lettori affetti, per usare il termine coniato da Roland Barthes, da marcellisme, cioè da un’irresistibile attrazione per la vita dell’autore della Ricerca; il secondo offrirà ai frequentatori dei libri maggiori di Debenedetti la sorpresa di un discorso critico in forma teatrale, la cui scintillante mobilità non toglie nulla alla profondità dell’interpretazione.
C’è una scoperta imprevista all’origine delle Lettere al duca di Valentinois (a cura di Jean-Lettere al duca di Valentinois Proust Mariolina Bertini Verri blog.jpgMarc Quaranta, prefazione di Jean-Yves Tadié, traduzione di Francesco Bergamasco, Archinto, Milano 2018), che in Francia sono state pubblicate da Gallimard. Alla morte di Ranieri III di Monaco, marito di Grace Kelly e padre del sovrano attuale, nell’archivio personale del principe sono state ritrovate quattro lettere inedite di Marcel Proust. Erano lettere al padre del principe Ranieri, il conte Pierre de Polignac, che fu insignito del titolo di duca di Valentinois nel marzo del 1920, quando sposò l’erede al trono del principato, Charlotte de Monaco. Proprio al 1920 risale la breve ma significativa corrispondenza tra Pierre de Polignac e il romanziere, corrispondenza di cui già i biografi di Proust avevano notizia, ma soltanto in modo indiretto e frammentario. È uno scambio epistolare di cui ci resta una voce sola, quella di Proust, impegnata in un monologo appassionato; la figura dell’interlocutore resta silenziosa, nell’ombra, avvolta da una cortina di reticenza e di imbarazzo. Di quattordici anni più giovane di Proust, Pierre de Polignac gli era stato presentato nel 1917. Bello e aristocratico, – come ci viene incontro dal quadro riprodotto in copertina del volumetto Archinto – era stato giudicato “affascinante” dallo scrittore, ma non era entrato a far parte della sua cerchia perché era partito proprio allora, come diplomatico, per Pechino. È agli inizi del 1920 che il giovane conte comincia a frequentare il romanziere, che riunisce spesso gli amici più cari intorno al suo letto di malato. La prima lettera di Proust al neo-duca che ci è stata conservata, del luglio del 1920, ha una caratteristica singolare: è scritta su una bozza di stampa che ha al centro la riproduzione eliografata del più famoso ritratto del giovane Proust, quello di Jacques-Émile Blanche. Tradendo una certa civetteria, Proust precisa in un poscritto: “non ho mai avuto quel naso nero e peloso, creazione dell’eliografista”. Non ha nulla di anodino quell’invio all’amico della propria immagine, circondata da fitte righe di scrittura un po’ febbrile; la lettera successiva, di inusuale lunghezza, ci conferma che Proust aspira, nei confronti di Pierre de Polignac-Valentinois, a un ruolo di mentore letterario, di maestro, di guida, del tutto analogo a quello che il barone di Charlus vorrebbe rivestire nei confronti del protagonista della Ricerca. Il fascino del breve scambio epistolare sta soprattutto in questo: nel mostrarci quanto fitti e complessi siano i rapporti, in Proust, tra vita e scrittura. “L’opera di Proust, – ha scritto Roland Barthes in uno dei suoi ultimi corsi – non appartiene al genere biografico (Diario, Memorie), ma è completamente intessuta di lui, dei suoi luoghi, dei suoi amici, della sua famiglia”. Anche la storia del bel Pierre finirà effettivamente per confluire nel romanzo a cui Proust sta lavorando, filo impercettibile di un tessuto che sfiderà il tempo. Profondamente ferito da un’omissione del duca – che trascura di ordinare uno dei cinquanta esemplari dell’edizione di lusso di All’ombra delle fanciulle in fiore, in cui sono state inserite alcune pagine originali delle bozze, con le correzioni d’autore –, il romanziere traspone sul piano della creazione letteraria la propria delusione e la fine di un’amicizia. Fa così la sua comparsa nel romanzo il principe di Nassau che, avendo sposato l’erede al trono del principato del Lussemburgo, dà non poche prove di ingenua e ridicola vanità; un double ben riconoscibile del duca di Valentinois che, incapace di accettare l’avvolgente protezione di Proust, scivola alla fine del 1920 fuori dalla sua vita, cercando di rabbonire l’amareggiato romanziere – come ci raccontano queste lettere – con un paniere di grappoli di splendido moscato.

Un altro Proust di Giacomo Debenedetti, l’elegantissimo librino curato da Eleonora Marangoni per Sellerio, a differenza delle lettere a Pierre de Polignac non è un testo Un altro Proust debenedetti mariolina bertini verri blog.jpginedito. Scritto nel 1952 per la radio, fu allora mandato in onda e pubblicato con il titolo Radiorecita su “Jean Santeuil”, per esser poi incorporato alla terza serie dei Saggi debenedettiani nel 1959. Questa nuova presentazione, che ce lo offre come un testo letterario a sé stante, lo valorizza straordinariamente e sollecita il lettore a prenderlo per quello che davvero è: non un saggio tra gli altri, come gli altri, ma un gioco sperimentale innovativo, in cui emergono e si incrociano le voci interiori con le quali il critico abitualmente si confronta in segreto, prima di dar forma pubblica al proprio pensiero.
L’occasione della stesura è la pubblicazione, nella primavera del 1952, del romanzo giovanile di Proust, inedito e incompiuto, Jean Santeuil. Debenedetti è stato tra i primi a scrivere di Proust in Italia, già negli anni Venti; durante la guerra ha tradotto Un amore di Swann; nel 1946-’47 ha cercato, in splendide pagine che verranno pubblicate soltanto dopo la sua morte, di sintetizzare che cosa significhi Rileggere Proust nel nuovo contesto storico dell’Europa uscita dal secondo conflitto mondiale. La scoperta di Jean Santeuil, nel 1952, cambia tutto quel che si credeva di sapere sulla vocazione letteraria di Proust: dimostra che il futuro autore della Ricerca non è stato un frivolo dandy, tardivamente folgorato dal demone della scrittura, ma l’autore precoce e laboriosissimo di un’opera mancata, che ha coraggiosamente messo da parte per ripartire da nuovi presupposti. Come spiegare al pubblico tutto questo, come introdurlo ai misteri di Jean Santeuil, che per un verso anticipa tutti i temi della Ricerca, ma per l’altro ne è immensamente lontano, perché è teso verso la definizione di un destino (quello del protagonista, alter ego di Proust) indefinibile perché non ancora compiuto? In un primo tempo Debenedetti abbozza un saggio in forma tradizionale, che non pubblicherà mai e che figura con il titolo L’interrogatorio della gelosia e le intermittenze del cuore nel volume Proust uscito presso Bollati Boringhieri nel 2005. Da questo breve saggio nasce, ben più seducente nella forma dialogica che ne ravviva straordinariamente i contenuti, la Radiorecita, che viene trasmessa il primo ottobre del 1952.
Nella Radiorecita, da Marangoni suggestivamente reintitolata Un altro Proust, si alternano, a volte in conflitto tra loro, diverse voci: quella del pubblico, desideroso di spiegazioni chiare e un po’ semplificatrici; quella del critico, che cerca di illustrare attraverso brillanti metafore la complessità della poetica proustiana; quella di due lettori perplessi e finalmente una sofistica voce femminile, amante delle complicazioni e dei paradossi. Il risultato è doppiamente illuminante: da un lato ci fornisce la miglior guida possibile alla lettura di Jean Santeuil, dall’altro ci offre una sorta di concentrato del metodo di Debenedetti. Nessun testo, infatti, dimostra più di questo quanto l’elemento dialogico sia nel cuore della critica debenedettiana, ne costituisca propriamente, come ha precisato Alfonso Berardinelli, l’essenza:

Perché il critico è certo un conoscitore e uno scienziato, ma compie le sue operazioni al cospetto di una comunità. Senza un pubblico, un podio, un teatro della comunicazione, Debenedetti non sarebbe quell’artista dell’intelligenza mediatrice che conosciamo. Artista della parola razionale e riflessiva che corre in aiuto agli artisti inventori di miti, perché niente del loro messaggio vada perduto o si volatilizzi nell’ambiente.

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