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Oggi presentiamo il decimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro appassionato palinsesto sul Dialogo di Tristano e di un Amico firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

***

Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico, al vostro solito.
Tristano. Sì, al mio solito.
Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; è chiaro che questa vita vi sembra una gran brutta cosa.
Tristano. Che devo dirvi? Avevo fissa in testa quest’idea pazza che la vita umana fosse infelice.
Amico. Infelice sì. forse. Tuttavia, alla fine …
Tristano. No, no, anzi felicissima. Ora ho cambiato opinione. Ma quando scrissi questo libro avevo quella pazzia in capo, come v’ho detto. E n’ero convinto al punto, che tutto mi sarei aspettato, tranne sentir esprimere dubbi sulle osservazioni che facevo in proposito, parendomi che ogni lettore dovesse subito confermarne la veridicità. Mi attendevo soltanto che sarebbe sorta qualche disputa sull’utilità o il danno di tali osservazioni, ma non sulla loro verità: anzi credetti, poiché i mali sono comuni, che i miei lamenti sarebbero riecheggiati nel cuore di chiunque ascoltasse. E sentendo poi contestarmi non qualche affermazione particolare, ma tutto, e dire che la vita non è infelice, e che, se a me pareva tale, doveva essere effetto di malattia o di ragionamenti nati da qualche altro mio problema individuale, dapprima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo. Poi, tornato in me, mi sdegnai alquanto; poi risi, e dissi: gli uomini in genere sono come i mariti, che, se vogliono viver tranquilli, è necessario credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno anche quando la metà del mondo sa che la verità è tutt’altra. Chi vuole o deve vivere in un luogo, è bene lo creda fra i migliori della terra abitabile, e così fa. Gli uomini tutti, se vogliono vivere, è bene credano la vita bella e preziosa, e tale la credono e si adirano con chi la pensa diversamente. Perché, in sostanza, il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più conveniente a sé. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiaggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di esser nulla, né di non aver speranze. Nessun filosofo che insegnasse una di queste tre cose avrebbe fortuna o seguaci, specie tra il popolo: perché, non solo tutte e tre convengono poco a chi vuol vivere, dacché le due prime offendono la superbia degli uomini, ma tutte e tre per essere credute richiedono coraggio e forza d’animo. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo privo di nobiltà e gretto; sempre pronti all’ottimismo, perché sempre intenti a cambiare le opinioni sul bene secondo la necessità che al momento governa la loro vita; prontissimi a render l’arme, come dice il Petrarca, alla loro fortuna, rapidissimi e pienamente decisi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che è loro negato o di ciò che hanno perduto, ad adattarsi a qualunque condizione, la più ingiusta e più barbara, e quando siano privati d’ogni cosa desiderabile, a vivere di credenze false, forti e stabili come fossero le più vere o le più fondate del mondo. Quanto a me, come l’Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, esser quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’inganni della ragione, non di quelli dell’immaginazione. Non so se questi miei sentimenti nascano da malattia: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sopportare la privazione di ogni speranza, guardare intrepidamente il deserto della vita, non nascondermi nulla dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera, che, se non è utile ad altro, procura agli uomini forti il fiero compiacimento di veder strappato ogni manto alla crudeltà nascosta e misteriosa del destino umano. Dicevo queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse invenzione mia, visto ch’era rifiutata da tutti come si rifiutano le cose nuove e mai prima sentite. Ma poi, ripensandoci, mi ricordai ch’era nuova quanto Salomone, Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono colmi di immagini, favole, sentenze che parlano dell’estrema infelicità umana. E chi fra loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e, per chi è nato, morire in fasce; altri che uno caro agli Dei muore giovane, ed altri altre cose infinite su questo tono. E mi ricordai pure che da quei tempi fino a ieri o ieri l’altro, tutti i poeti, tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché di nuovo mi maravigliai: e così tra la maraviglia, lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché, studiando più profondamente la questione, compresi che l’infelicità dell’uomo era uno degli errori inveterati dell’intelletto, e che la falsità di questa opinione e la felicità della vita era una delle grandi scoperte del diciannovesimo secolo. Allora trovai pace e ammetto che avevo torto a credere quello che credevo.
Amico. E avete cambiata opinione?
Tristano. Sicuro. Volete che contrasti le verità scoperte dal diciannovesimo secolo? Amico. E allora credete tutto quello che crede il secolo?
Tristano. Certamente. Che maraviglia è mai?
Amico. Credete dunque alla perfettibilità indefinita dell’uomo?
Tristano. Senza dubbio.
Amico. Credete davvero che la specie umana migliori ogni giorno?
Tristano. Sì certo. È pur vero che a volte penso che gli antichi valevano, quanto alla forza fisica, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l’uomo. Perché (a parte tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la forza di fare, di godere, tutto ciò che rende nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo e senza quello non esiste. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino. Anzi, peggio, perché la sua sorte è guardare gli altri che vivono, ed egli può, al massimo, chiacchierare, ma la vita non è per lui. E perciò anticamente la debolezza del corpo fu giudicata ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi, già da moltissimo tempo, l’educazione disdegna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e ignobile: pensa allo spirito. E, appunto, volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza accorgersi che, rovinando questo, rovina pure lo spirito. E ammesso che si potesse correggere in ciò l’educazione, non si potrebbe trovare un rimedio che valesse per tutti gli altri aspetti della vita privata e pubblica senza cambiare radicalmente lo stato della società attuale, perché anticamente ogni aspetto dell’educazione contribuiva a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi invece contribuisce a rovinarlo. Ne consegue che, rispetto agli antichi, noi siamo poco più che bambini, e più che mai si può dire che gli antichi rispetto a noi furono uomini. E mi riferisco tanto agl’individui paragonati agl’individui, quanto alle masse (per usare questa bellissima parola moderna) paragonate alle masse. E aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi, anche ne’ sistemi morali e metafisici. A ogni modo, non mi lascio smuovere da queste piccole obiezioni, credo ostinatamente che la specie umana vada sempre migliorando.
Amico. Credete pure, s’intende, che il sapere, o, come si dice, i lumi crescano continuamente.
Tristano. Certissimo. Sebbene vedo che quanto cresce la volontà d’imparare, tanto diminuisce quella di studiare. E maraviglia contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente centocinquant’anni fa, e anche più tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello del presente. Né mi dicano che i dotti sono pochi perché in generale le cognizioni non sono più accumulate in pochi individui, ma divise fra molti, e che l’alto numero di questi compensa la rarità di quelli. Le conoscenze non sono come le ricchezze, che si dividono e si concentrano e danno sempre la stessa somma. Dove tutti sanno poco, si sa poco; perché la scienza va con la scienza, e non si sparpaglia. L’istruzione superficiale può essere non proprio divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere appartiene solo a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, a parte casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito individualmente di un immenso capitale di conoscenze, è adatto ad accrescere solidamente e a far progredire il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, da cui non si è ancora riusciti a snidare il sapere, non vi sembra che veder sorgere uomini dottissimi divenga ogni giorno più difficile? Svolgo queste riflessioni tanto per discorrere e filosofare un po’, o forse per sofisticare; non ch’io non sia persuaso di ciò che voi dite. Anzi, seppure vedessi il mondo tutto pieno d’ignoranti impostori da un lato, e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, tuttavia crederei, come credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.
Amico. Quindi, credete che questo secolo sia superiore a tutti quelli passati.
Tristano. Sicuro. Così hanno creduto di sé tutti i secoli, anche i più barbari; e così crede il mio secolo, ed io con lui. Se poi mi domandaste in cosa esso sia superiore agli altri secoli, se in ciò che pertiene al corpo o in ciò che pertiene allo spirito, mi rifarei alle cose che ho appena dette.
Amico. Insomma, per dirla in due parole, circa la natura e i destini degli uomini e delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica) pensate quello che ne pensano i giornali?
Tristano. Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, soprattutto quelli pesanti e spiacevoli al massimo, sono maestri e luce dell’età presente. Non è vero?
Amico. Verissimo. Se dite sul serio e non per burla, voi siete diventato de’ nostri.
Tristano. Sì certamente, de’ vostri.
Amico. Oh, dunque, che farete del vostro libro? Volete che vada ai posteri con quei sentimenti così contrari alle opinioni che avete adesso?
Tristano. Ai posteri? Rido, perché scherzate; e se per caso non scherzaste, riderei ancor più. Non dirò per me, ma per tutti gli individui e per le cose specifiche del secolo decimonono, capite bene che non v’è timore di posteri, i quali ne sapranno quanto ne seppero gli antenati. Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che un individuo si prenda incomodi, poiché, per qualunque suo merito, non gli resta più da sperare, né in veglia, né in sogno, neppure quel misero premio della gloria. Lasci fare alle masse; le quali cosa si apprestino a fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino quegl’intenditori d’individui e di masse che oggi illuminano il mondo. Ma per tornare sul libro e sui posteri, specialmente sui libri, che ora per lo più si scrivono in minor tempo di quello che serve a leggerli, vedete bene che costano quel che valgono, e durano in proporzione di quel che costano. Io credo che il prossimo secolo farà un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono, oppure dirà: ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trent’anni di fatiche, quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché è verosimile che da loro si cavi maggior costrutto; quando di questo tipo non avrò più da leggerne, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono devono andare a nascondersi per vergogna, come quello che camminava diritto in un paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in tutto quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così, improvvisamente, senza fatiche preparatorie. Anzi, vogliono che il livello cui è pervenuta la civiltà e l’indole del tempo presente e futuro sollevino per sempre loro e i loro successori da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire adatti alle cose. Mi diceva, pochi giorni fa, un mio amico, uomo di maneggi e affari, che anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quei compiti o a quelle pratiche a cui necessità, o fortuna, o elezione li ha destinati. In ciò mi pare consista in parte la differenza tra questo e gli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri è prevalsa la mediocrità, in questo la nullità. Così, tali sono rumore e confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che, pure, credo vi siano; ai quali, nell’immensa moltitudine dei concorrenti, non è più possibile aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità del risultato diviene il destino comune agl’infimi e ai sommi. Ma evviva la statistica! evviva le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! evviva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e generosissimo di parole: che fu sempre segno ottimo, come sapete. E consoliamoci che, per altri sessantasei anni, questo secolo sarà il solo a parlare e a dire le sue ragioni.
Amico. Parlate, mi pare, con qualche ironia. Ma dovreste almeno ricordarvi, alla fine, che questo è un secolo di transizione.
Tristano. Oh, e che ne concludete? Tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione, perché l’umanità non sta mai ferma, né mai verrà secolo nel quale avrà una condizione stabile. Sicché, codesta bellissima parola o non scusa per nulla il secolo decimonono, o è la scusa che vale per tutti i secoli. Resta da capire, andando la società per la via che sta percorrendo, cosa ne conseguirà, cioè se la transizione che si sta attuando sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse intendete che quella attuale è transizione per eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltà ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso, chiedo il permesso di ridere di codesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni devono esser fatte lentamente; perché se si fanno di colpo, in brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle passo dopo passo. Così è accaduto sempre. Perché la natura non fa salti, e forzando la natura, non ci sono effetti che durino, o, per meglio dire, le transizioni precipitose sono apparenti, non reali.
Amico. Vi prego, non fate discorsi simili con troppe persone, o acquisterete molti nemici.
Tristano. Poco importa. Ormai, né nemici né amici mi faranno gran male.
Amico. O più probabilmente sarete disprezzato come uno che sa poco della filosofia moderna e che ha poco a cuore il progresso della civiltà e dei lumi.
Tristano. Mi spiace molto, ma che si può fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene.
Amico. Ma, infine, avete cambiato parere o no? e che bisogna fare di questo libro?
Tristano. Bruciarlo è il meglio, o, non volendolo bruciare, conservarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, o come un’espressione dell’infelicità dell’autore: perché, in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma quanto a me, col permesso vostro e del secolo, io sono infelicissimo; e tale mi credo e tutti i giornali dei due mondi non mi persuaderanno del contrario.
Amico. Io non conosco le cause di codesta infelicità che dite. Ma se uno sia felice o infelice individualmente, ne è giudice soltanto la persona stessa, e il suo giudizio non può errare.
Tristano. Verissimo. E di più vi dico francamente, ch’io non mi piego alla mia infelicità, né chino il capo al destino o ci patteggio, come fanno gli altri uomini; e oso desiderare la morte, e sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, come sono convinto sia al mondo per pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il mio comportamento non smentirà le mie parole; perché, benché non veda ancora un modo del mio uscire dalla vita, pure, ho un sentimento dentro, che mi rende quasi certo che quell’ora non sia lontana. Sono già troppo maturo per la morte: così morto come sono spiritualmente, così conclusa dentro me in tutto la favola della vita, mi pare troppo assurdo e incredibile dover durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti me ne minaccia la natura. Al solo pensiero di questa cosa, rabbrividisco, ma, come per tutti i mali che superano, per così dire, la capacità di immaginarli, esso mi pare un sogno e un’illusione, impossibile a verificarsi. Anzi, se qualcuno parla per me di un avvenire lontano, non posso trattenermi dal sorridere fra me: tale è la mia convinzione che la via che mi resta da compiere non sia lunga. E questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d’aver amato tanto, progetti di cose grandi e speranze di gloria e d’immortalità sono cose delle quali è passato persino il tempo di ridere. Dei progetti e delle speranze di questo secolo non rido: desidero per loro con tutta l’anima il miglior successo, e lodo, ammiro e onoro altamente e del tutto sinceramente la buona volontà: ma non invidio i posteri, né quelli cui resta molto da vivere. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi, gli stolti e quelli che hanno un gran concetto di sé, e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero del futuro che m’insorge, come accade, nella mia solitudine, e con cui m’intrattengo, consiste nella morte, e non esce di là. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età e il pensiero d’esser vissuto invano mi turbano più, come solevano. Se ottengo la morte, morrò così tranquillo e così contento, come se mai altro avessi sperato o desiderato. Questo è il solo bene che può riconciliarmi col destino. Se mi fosse proposto di scegliere tra la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro, nette da ogni macchia, e il morire oggi, io direi morire oggi, e non vorrei tempo per decidere.