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di Ippolita Luzzo

L’ultima diva, nel romanzo di Vito, è la memoria. Ciò che noi facciamo con la memoria, cosa raccontiamo, e come, quando vogliamo essere ricordati, cosa vogliamo ricordare e tutte le trasformazioni con cui rielaboriamo i fatti. La memoria ultima dea.
In Foscolo era la spes, la speranza, ultima dea, qui, nel libro di Vito è la memoria.
Una memoria circolare che ritorna spesso su alcuni dettagli. Sono infatti i dettagli a dare le epifanie, le rivelazioni.
Un affresco a pennellate ripetute, questo il libro di Vito, originale e inusuale, una spennellata sulla memoria dimenticata attraverso un pretesto immaginifico e cinematografico, la biografia di una diva del cinema ormai ritiratasi a vita privata.

Una volta ho chiesto a Molly Buck quale fosse il criterio di selezione più adatto quando si deve ricostruire una storia. “Non ha senso raccontare quegli anni” mi rispose, riferendosi agli inizi “perché sono uguali a quelli di tutti. Ferma una qualunque persona per strada e ti dirà le cose che potrei dirti io, solo vaneggiando vagamente sui dettagli, ma la solfa rimane sempre la stessa”.

Dettagli, cantava Ornella Vanoni, nel 1973 con un testo di Bruno Lauzi e musiche di Roberto Carlos
“È inutile tentare di dimenticare, per molto tempo ancora nella vita dovrai cercare dettagli così piccoli che tu non sei ancora pronto per capire ma che comunque contano per dire chi siamo noi” e Flaiano scriveva che nella vita sono due o tre i giorni importanti a costruire una vita, gli altri servono a far volume.
Dettagli.
Mentre il biografo raccoglie i dettagli della vita di Molly si accorge di stare a raccogliere i suoi dettagli e dare un nome alle cose fino ad allora successe. Gli anni di Annie Ernaux, il lungo elenco, gli anni, il 1974, 75, 76, 77. Scrivo pensando a quegli anni. Ricordando di quegli anni gli errori e gli orrori, non salvando quasi nulla se non la musica, una musica interiore di curiosità, di studio e di letture. Eppure nel fascinoso gioco del tempo, nella fretta e nell’ansia di perdere gli anni, Molly rivela grandi momenti di saggezza:

La verità è che tutta quella fretta non è altro che paura. Paura di perdere quel treno che passa una sola volta, paura di arrivare a trent’anni e di non piacersi quando ci si guarda allo specchio.

Scrivo sentendo Lucio Dalla del 1988 e mi rendo conto di fare altra lista di canzoni da aggiungere a questo rapinoso racconto sulla memoria. D’altronde la memoria è una rapina, un furto che noi facciamo al tempo sottraendo all’oblio alcuni dettagli:

“ah felicità su quale treno della notte viaggerai lo so che passerai ma come sempre in fretta non ti fermi mai”.

La meraviglia che Vito ci regala, con questo romanzo, aleggerà stupefatta sui giorni che scorrono, raccogliendo per noi le foglie, il foglio che vorremo conservare per dire chi siamo. La vita è un giorno, ho spesso scritto e quel giorno non si dimentica. Possiamo dimenticare tutto ciò che avevamo deciso di ricordare a perfezione ma il punto di fuga dal tempo che fugge dobbiamo conservarlo. Questo sembra a me la bellezza e la grande lezione del racconto di Vito, che fa una lezione senza volerla fare, non è questo il suo intento. Cos’è che rimane a raccontare? Si chiede. Dovrei trascrivervi interamente pagina 195 e 196 del libro per dirvi l’importanza delle riflessioni lette, l’ingiustizia senza riscatto, la disumanità estrema della poca attenzione a cui molti guardano ai dettagli, e il cercare nell’affetto un rifugio da questa ingiustizia. Anche l’affetto ha mille sfumature e stamani anche io, avvinta da affetto verso l’autore, Vito di Battista, verso Giuseppe Girimonti che ringrazio per la grande amicizia e stima con cui mi propone da leggere libri come tesori da scoprire, anche io scrivo per sfuggire alla disumanità estrema della poca attenzione.
L’ultima diva dice addio ma non per ora, ora l’ultima diva ci accompagna verso altro, salutando noi amici di lettura, verso i tanti altri racconti che Vito ci regalerà, facendoci entrare nella Firenze che luccica, in piazza della Repubblica con quell’arco che si finge un po’ Parigi e le insegne delle Giubbe Rosse su di un lato.
Con il regno della Litweb accanto.

***

Vito di Battista è nato nel 1986 in un paese d’Abruzzo a trecento gradini sul mare. Ha vissuto a Firenze, dove si è laureato in Italianistica scegliendo una tesi su Romain Gary, Tarjei Vesaas e J.M. Barrie. Si è poi trasferito a Bologna, dove la stessa sorte è toccata a Ted Hughes, Sylvia Plath e Hart Crane.
Collabora con la rivista letteraria «Nuovi Argomenti» e ha pubblicato il romanzo L’ultima diva dice addio per SEM – Società Editrice Milanese.
Dal 2016 lavora come editor e agente dei diritti esteri presso l’agenzia letteraria Otago e organizza il festival letterario Garp Under 30.
Ha maturato esperienza nella progettazione di una nuova startup in ambito creativo-culturale partecipando al percorso personalizzato Fare Impresa.
Lo mandano in crisi le riduzioni ai minimi termini, soprattutto quando hanno a che fare con le biografie.

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