Grossman Vita e destino Alessandro Carlini Verri blog(Foto di Alessandro Carlini)

Vita e destino, di Vasilij Semënovič Grossman (1905-1964), non è solo il libro più amato per chi vi scrive, ma è da considerarsi come una sorta di “libro della vita”, quello che non può mancare nelle sensibilità personali e negli scaffali della propria biblioteca, per nessuna ragione al mondo, proprio perché contiene al suo interno un mondo. Il capolavoro del giornalista e scrittore ucraino di origine ebraica concentra infatti nelle 828 pagine della versione integrale (edita da Adelphi, trad. di Claudia Zonghetti) l’epopea e il dramma dell’umanità nel Novecento come forse nessun altro volume. La stessa storia della sua pubblicazione – bandito dal regime sovietico, uscì nelle librerie solo nel 1980 e grazie a un editore svizzero – simboleggia il complesso travaglio dei grandi testi scritti nell’Urss.

Anche dopo il 1980, Vita e destino ha avuto una sorte piuttosto difficile, è stato a lungo snobbato in Occidente e solo negli ultimi anni è stata resa piena giustizia a Grossman. Giustizia meritata, eccome, per il suo sforzo poderoso nel narrare i mali del mondo contemporaneo nell’apice della Seconda Guerra mondiale senza però preconcetti ideologici, ma guardando, a proprio rischio e pericolo, negli occhi di nazismo e stalinismo. L’autore affronta i due totalitarismi soprattutto grazie alla sua esperienza personale di inviato di guerra – rimase oltre mille giorni al fronte e, fra l’altro, entrò con le truppe sovietiche nel campo di sterminio di Treblinka – e fa nascere in modo spontaneo dalla narrazione dei fatti una sorta di parallelismo tra le due realtà. Ma non scivola mai, come qualche incauto revisionista potrebbe oggi insinuare in modo piuttosto subdolo, fino al punto di equipararli e metterli quindi sullo stesso piano. Resta potente come non mai, e libera anche dalle facili tentazioni retoriche, per di più se si considera che Grossman scriveva sul quotidiano dell’esercito ‘Stella Rossa’, l’esaltazione dello sforzo popolare e corale per fermare e ricacciare nelle tenebre il nazismo, visto come forza assoluta e maligna dell’annientamento, che non ha paragoni possibili. Non a caso, il libro si apre sulla visione di un lager tedesco dalle casette tutte uguali e, sin dalla prima pagina, leggiamo: “Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina non possono essere uguali, è impossibile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne”.

È l’inizio di un viaggio straordinario compiuto da Grossman nella grande Storia, reso possibile grazie alle vicende dei singoli, che lo scrittore riesce a tratteggiare nei minimi dettagli, racchiudendone, anche in poche righe, pensieri ed emozioni. Sono i personaggi comuni, uomini e donne, che si ritrovano sui campi di battaglia, nell’assedio di Stalingrado, nei treni verso il lager, nel gulag, a fare i conti con vita e destino: devono scegliere, esprimere i loro lati peggiori e migliori, distinguersi o perdersi come eroi o carnefici, vittime o salvatori, traditori o idealisti. Grossman lo fa con passione, ed emotività, tenendosi lontano dai luoghi comuni e dalle cadute di stile in senso retorico, cosa non facile per chi era immerso da capo a piedi e negli affetti familiari più profondi nella tragedia che stava descrivendo. La madre dell’autore, Ekaterina Savel’evna (alla quale è dedicato Vita e destino), viene massacrata dalle SS e dalle Einsatzgruppen nel 1941 a Berdicev (Ucraina) insieme a tutti gli altri ebrei (circa trentamila) della città. Anche se diventa uno dei “cantori” della Grande Guerra patriottica, Grossman nei suoi scritti, e perfino negli articoli rivolti alle forze armate, mantiene una fortissima lucidità letteraria. Si legge in una sua corrispondenza dal fronte: “Il russo in guerra indossa sull’anima una camicia bianca. Sa vivere nel peccato, ma muore da santo. Al fronte molti hanno l’anima e la mente pura, la loro è una umiltà quasi monacale”.

Spirito libero, Grossman non può che scontrarsi col regime stalinista, i suoi veleni, le lotte di potere, ma soprattutto con i germi dell’antisemitismo che poi porteranno anche nell’Unione sovietica a forme di persecuzione contro gli ebrei. Pagherà anche lui il conto della censura non vedendo mai stampata la sua opera più amata. Tutto questo contribuisce a fare di Vita e destino un libro fondamentale del ‘900, un libro che non parla “solo” delle più grandi tragedie dell’umanità ma si rivolge a tutti, anche nell’epoca della tv e di internet, a chiunque si ritrovi di fronte alla scelta quotidiana tra dare il meglio o il peggio di se stesso. E Grossman resta un esempio unico per ogni giornalista che aspira a diventare uno scrittore, nel modo in cui riesce a trasformare la cronaca dei fatti in una forma di letteratura, con già tutti i tratti di un classico senza tempo.

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Alessandro Carlini (1976), giornalista dell’Ansa e scrittore. Ha lavorato per diverse testate in numerosi Paesi, fra cui Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Israele. Ha esordito come autore nel 2017 col romanzo Partigiano in camicia nera (Chiarelettere).

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