Cecilia Scerbanenco Il fabbricante di storie Mariolina Bertini Verri blog (2).png

di Mariolina Bertini

Georges Perec, sotto il titolo de La Vita istruzioni per l’uso, voleva che comparisse la dicitura “romanzi”, al plurale. Ci ho pensato leggendo Il fabbricante di storie (La Nave di Teseo, Milano, pp. 380, € 23), perché anche Il fabbricante di storie meriterebbe un sottotitolo al plurale: Vite di Giorgio Scerbanenco.
Cercando un difficile equilibrio tra il coinvolgimento affettivo e uno sforzo costante di lucida oggettività, Cecilia, una delle due figlie dello scrittore e della sua ultima, amatissima compagna, la giornalista Nunzia Monanni, racconta in questo volume i cinquantotto anni intensamente vissuti, tra il 1911 e il 1969, da Giorgio Scerbanenco. E sono, mi pare, più vite che si succedono in questo arco di tempo non di molto più lungo di quello che il destino ha concesso, a suo tempo, a Honoré de Balzac e a Marcel Proust.
La prima vita di Scerbanenco – che nasce a Kiev, come Volodymyr (Volodia) Valerianovic Scerbanenko, da un professore russo di lettere classiche e da un’italiana – è segnata da una tragedia, che sicuramente lascia in lui cicatrici profonde. Schieratosi nella guerra civile dalla parte dei Bianchi, suo padre viene fucilato, insieme ai suoi studenti, nel cortile dell’Università di Kiev. La moglie, che con il figlio si è rifugiata a Roma, ignora il destino del marito. Con un coraggio che rasenta l’incoscienza, nel 1919 intraprende, insieme al bimbo, un avventuroso viaggio in Russia, in cerca di notizie. È l’inizio di uno dei periodi più duri della vita del futuro scrittore che conoscerà, insieme alla madre, la vita randagia nei campi profughi, sul Mar Nero e poi a Trieste: i ricordi di allora alimenteranno le pagine di uno dei più bei romanzi di Scerbanenco, La ragazza dell’addio, del 1956, la cui protagonista ha un pesante passato di displaced person, condannata dal suo statuto di apolide a una vita eternamente precaria. Un episodio, in questa fase della sua vita, si imprime con particolare forza nella mente di Scerbanenco bambino, e Cecilia ce lo restituisce raccontato dal padre stesso, in un racconto del 1943. Volodia e sua madre, a un certo punto, vivono per un mese in un grande albergo di Odessa, divenuto luogo di raccolta per sfollati e senza tetto; unico conforto nello squallore dei giacigli di fortuna e dei mucchi di rifiuti, è per il bambino l’amicizia con un “gattino di pelo rosso”, che diventa il suo compagno di gioco. Ahimè, il gattino non sopravvive alle cure eccessive che gli prodiga l’entusiastico affetto di Volodia e soccombe dopo esser stato lavato con l’acqua fredda. Stremata dalla disperazione del bimbo, la mamma gli fa una promessa avventata: quando saranno in Italia, ritroveranno il gattino di pelo rosso… Vivo? Chiede ansioso Volodia. “Vivo, vivo”, conferma la mamma che ha ben altre preoccupazioni per la mente. Quella promessa non mantenuta peserà negli anni sul cuore di Volodia e sarà all’origine di uno dei grandi temi di Scerbanenco: l’impatto che le grandi tragedie della Storia hanno con la vita dei singoli, un impatto che genera dolori non misurabili col metro del senso comune e della razionalità. Lo troviamo, questo tema, in una pagina di Non rimanere soli (1945) che, anche questa volta, Cecilia Scerbanenco cita per intero. La protagonista del terzo episodio del romanzo, Mutti Aral, una signora della buona società in realtà molto sola, e affezionatissima al suo cane, torna in una notte di guerra e trova la sua casa milanese distrutta dai bombardamenti.

Il volto della signora Aral aveva una tale marmorea immobilità che il soldato pareva a disagio.
“Aveva qualcuno in casa?” le domandò, forse solo per veder muovere quel volto.
“Sì”, ma parve che la signora Aral parlasse senza muovere le labbra, “Un cane” . (…) Non le era rimasta che se stessa, e le pareva troppo poco.
“Oh, un cane,” disse il soldato.
“Un cane,” ripeté la signora Aral.
Sembrava davvero che il soldato non potesse vederla così irrigidita.
“Un cane non è niente,” disse, come per congedarsi, e tornò a sorvegliare gli uomini che lavoravano di piccone e di badile.

Ha le sue ragioni, il soldato in cerca di superstiti tra le macerie. Ma c’è tutto Scerbanenco nella comprensione dello strazio che irrigidisce Mutti Aral; c’è uno dei segreti della sua voce di narratore, l’empatia senza enfasi nei confronti della sofferenza che a volte permea d’un tratto la vita quotidiana delle persone comuni (quale che sia la loro condizione sociale) e la rende più pesante da sopportare di un dramma a forti tinte con i tratti dell’eccezionalità.
Come l’infanzia, anche la seconda vita di Scerbanenco, la giovinezza in cui sceglie di chiamarsi Giorgio e conquista la nazionalità italiana, è un apprendistato tutt’altro che facile. Cecilia non ha in proposito molte informazioni – il suo racconto sarà ben più dettagliato per gli anni che seguono l’incontro di Scerbanenco con sua madre, nel 1952 – ma ricostruisce comunque le linee biografiche fondamentali: il matrimonio con Teresa, nel 1931, sin dall’inizio non molto felice; la morte straziante della piccola Elena, la loro figlia, nel ’32; gli esordi letterari tra il 1933 e il ’34, quando Scerbanenco diventa redattore della Rizzoli e comincia quella che potremmo definire la sua terza vita, la vita di forzato della scrittura che, con ritmi paragonabili soltanto a quelli di Simenon, sforna racconti, romanzi polizieschi, romanzi d’avventure, romanzi d’amore, radiodrammi e più tardi sceneggiature per fotoromanzi. Non tutto sarà di pari livello in questa produzione sterminata, a volte condizionata da esigenze editoriali che impongono un illogico lieto fine o suggeriscono il ricorso agli stereotipi della letteratura di genere. Come hanno ben visto però Oreste Del Buono e più tardi Roberto Pirani, massimo esperto del romanziere, sono davvero molte le scoperte che riserva la massa imponente delle pubblicazioni che precedono, nella vita di Scerbanenco, quella quadrilogia di Duca Lamberti che farà di lui, per il pubblico e per la critica, il fratello minore – ma soltanto per età – di Chandler e di Hammett. Cecilia giustamente si sofferma sui testi meno noti – come i radiodrammi o i primi racconti –, su quelli in cui più forte è l’impronta autobiografica e sul romanzo inedito di recente pubblicazione (sempre per La Nave di Teseo), L’isola degli idealisti, scritto nel 1943. Nell’Isola è particolarmente esplicita l’antipatia di Scerbanenco per il moralismo e i pregiudizi dei benpensanti, incapaci di comprendere che la società confina tra i reietti molti individui recuperabili, ai quali manca soltanto l’occasione giusta per riscattarsi. Nell’isola sul lago che dà il titolo al romanzo vive un gruppo di personaggi tra i quali spicca Celestino, medico di larghe vedute e alter ego di Scerbanenco. A un certo punto arriva un bambino. È il figlio, di padre ignoto, di una donna che è morta; uno degli uomini che lavorano per Celestino, e che è stato l’amante della madre, lo prende con sé e lo alleva come fosse suo figlio, suscitando il malumore dei più conformisti tra gli abitanti dell’isola. Potrebbe sembrare un personaggio secondario, quel bambino, eppure è molto importante per comprendere una contraddizione dello Scerbanenco giornalista che può lasciare perplessi. Nella sua terza vita di narratore popolare, redattore e direttore di riviste femminili di grande successo, Scerbanenco conquista un vastissimo pubblico attraverso due rubriche di “posta del cuore”, che gestisce con due diversi pseudonimi: Adrian e Valentino. Cecilia Scerbanenco ha esplorato con intelligenza e sensibilità la gran mole delle sue risposte alle lettrici, che dagli anni ’50 arrivano fino al 1964. E ha dovuto prendere atto di un aspetto singolarmente contraddittorio della personalità di suo padre. Adrian-Valentino – che aveva lasciato moglie e figli per imbarcarsi in due tempestose convivenze, prima con la scrittrice Mutti Maglione, poi dal 1950 con Mara, vedova impegnata nella direzione di una grande sartoria – alle sue lettrici predica instancabilmente la difesa ad ogni costo dell’unità della famiglia, l’obbedienza ai dettami della morale corrente dell’Italia democristiana dell’epoca. Quanto sarà costato, a Giorgio Scerbanenco, seguace e ammiratore di Bertrand Russell, allinearsi a quella che era all’epoca l’etica dei periodici Rizzoli? Non lo sapremo mai, ma se penso ai fermenti anticonformistici che attraversano l’Isola degli idealisti, ho l’impressione che gli sia costato molto. Quando potrà lasciarsi alle spalle il giornalismo popolare (per altro per tanti aspetti da lui amato e modernizzato, come ci racconta Cecilia), creerà Duca Lamberti, intransigente paladino dei deboli, degli indifesi. Duca ha sfidato la società praticando – in un solo caso, particolarmente atroce – l’eutanasia, ed è affiancato nella sua lotta contro i crimini più disumani da Livia Ussaro, assistente sociale che incarna, nel mondo di Scerbanenco, “l’ottimismo della volontà”, contrapposto a uno straziato pessimismo dell’intelligenza che non perde mai completamente i suoi diritti. È la quarta vita di Scerbanenco, quella del creatore di Duca Lamberti. L’evoluzione del gusto del pubblico, l’appoggio di Oreste del Buono, la fiducia incondizionata dell’ultima, giovane compagna che sarà la mamma delle sue bambine, gli permettono di lavorare, nella seconda metà degli anni Sessanta, con una libertà che non ha mai conosciuto. I due grandi doni del suo talento – il dialogo modernissimo, l’inventiva straordinaria per gli intrecci – possono ormai dispiegarsi in un contesto che gli è straordinariamente congeniale: la Milano nera in cui si fondono ricordi di cronaca, esperienze vissute e tutto il fascino del noir americano cinematografico e letterario. Nell’ultima parte della sua biografia, quella che racconta i troppo brevi anni felici dello scrittore con Nunzia Monanni, Cecilia inserisce alcuni frammenti di straordinario interesse. Sono pagine tratte dall’autobiografia inedita di sua madre e raccontano, con grande semplicità ed efficacia, il mondo del giornalismo milanese tra gli anni ’50 e ’60 e lo struggente romanticismo della relazione tra il maturo giornalista e la sua giovane collega, separati per anni dalla disperazione della precedente compagna dello scrittore che li spia, li perseguita e minaccia il suicidio. Non penso di essere l’unica, tra i lettori del Fabbricante di storie, ad aver chiuso il volume con un gran desiderio di aprirne un altro: quell’autobiografia di Nunzia che si potrebbe intitolare L’ultimo romanzo d’amore di Giorgio Scerbanenco. Chissà se Cecilia ci farà mai il dono di pubblicarlo, quel romanzo.