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di Aldo Sorani

Da «La Stampa» di giovedì 7 Aprile 1927

I lettori, curiosi e delicati, che vorranno approfittare delle odierne traduzioni in francese di alcuni gruppi di novelle di Sherwood Anderson per fare la conoscenza di questo singolare scrittore americano, si accorgeranno certo di non trovarsi di fronte il «Dostojewski d’America», come «l’Anderson è stato troppo ambiziosamente definito, ma dovranno lo stesso convenire che lo scrittore oggi presentato all’Europa è un artista capace di far sentir loro qualche brivido nuovo, uno psicologo che potrebbe infatti venir apparentato più coi russi che cogli americani.
Nelle novelle come nei romanzi di Sherwood Anderson, nato a Clyde nell’Ohio nel 1876 e affermatosi oggi, dopo aver esercitato tutti i più umili mestieri manuali e non manuali, come uno dei più forti scrittori che gli Stati Uniti possano vantare, domina un’angoscia crudele e fosca, ancora inconcepibile o inspiegabile da coloro che si ostinano a prendere per unità di misura degli Stati Uniti il dollaro e i business e la “vita strenua”. Non è solo, si badi bene, l’angoscia prodotta dal contrasto tra la vecchia America agricola e pioniera, ora morente o già morta, e quella nuova che trionfa con l’invasione dell’industrialismo e il meccanicismo, né l’angoscia prodotta dal contrasto tra il puritanesimo duro e chiuso nelle sue rinunzie e nelle sue ascesi e la spavalda e insaziabile volontà di affermazioni o di godimenti e l’orgiastica gioia di vivere, esasperate dalla enorme ricchezza. È un qualche cosa di più profondo e individualistico, che non dimentica questi contrasti, che si impernia anche su di loro, ma che abbraccia la vita delle anime in ciò che esse hanno di più essenziale ed intrinseco, è tutta una concezione della vita, per cui quasi ogni esistenza umana è agitata e straziata dalle verità passionali elementari che essa non riesce ad esprimere o riesce ad esprimere solo quando sfocia nella follia o nel delitto.
I personaggi di Sherwood Anderson sono dei prigionieri che si dibattono dentro il carcere delle loro limitazioni, delle loro consuetudini, delle loro leggi ambientali e vi si aduggiano e vi muoiono, o si liberano solo a prezzo di ricominciare un’altra vita, che costituirà un’altra prigione. Essi soffrono della impossibilità di essere se stessi, di esprimere se stessi. Covano dentro di loro un bisogno di evasione dalla loro famiglia, dal loro mestiere, dalla loro città e il non meno acuto bisogno di rivelare quel che è il segreto della loro anima, l’aspirazione del loro amore.Riso nero Anderson Pavese Frassinelli Verri blog
Con estrema fatica, quasi a tastoni, con un’ansia che talvolta è un’ansia lirica, un’angoscia pari alla loro, Sherwood Anderson penetra nel groviglio delle idee e dei sentimenti dei suoi personaggi, in quello che è il rimescolamento tragico delle loro aspirazioni represse e li studia minuziosamente, ardentemente, accompagnandoli nel cammino crepuscolare delle loro incoscienze anelanti a salire alla luce e alla libertà della coscienza. Quando Anderson riesce in questo, come in alcune novelle del volume Winesburg Ohio o nel suo ultimo romanzo Dark Laughter, allora Anderson è veramente grande. Ma talvolta egli non riesce a darci, a farci sentire, altro che l’affanno del suo stesso respiro, l’insufficienza cardiaca, direi quasi, di un’arte rimasta impigliata in troppo sottili filamenti sensori affondati in misteriosi piani psicologici, da cui, con tutta la sua forza, egli non ha potuto risalire.
Seguace delle teorie del Freud, Sherwood Anderson ha sentito tutta l’importanza che hanno per la vita dell’uomo le repressioni, i refoulements intellettuali, sessuali, sentimentali ed ha preferibilmente applicato queste teorie allo studio di una piccola società americana di provincia. I suoi eroi e le sue eroine si torcono sotto il peso o il veleno delle loro ambizioni nascoste o tarpate, dei loro amori non ricambiati, delle loro libidini non soddisfatte, del loro sevo vitale inacidito e impazzito dentro di loro perché non ha mai potuto traboccare in chiara fonte fuori di loro.
In certe sue donne, il represso bisogno d’amore si scatena in una frenesia singultante che Sherwood Anderson Racconti dell'Ohio Einaudi Verri blog.jpgle afferra, le sconvolge, le abbatte come un vento rapinoso di tempesta, per poi lasciarle dietro di sé come cenci aridi e vuoti. Certi suoi uomini evadono dal carcere, come ho accennato, nella follia e nel delitto o in stupefacenti manie ed epifanie religiose. Pochi hanno l’evasione ilare e tranquilla, che li conduce fuori della loro casa e della loro famiglia, sotto un altro nome, alla ricerca di altri luoghi e d’altri amori, con una ragionante serenità. Sono per la maggior parte, questi eroi e queste eroine, come dice Anderson, lampade che non hanno più fiammelle, corsi d’acqua destinati a scorrere nell’ambra senza mai poter uscire nel sole.
La più comune angoscia dei personaggi di Sherwood Anderson è il senso che essi provano della impossibilità di comunicazione col mondo e con coloro cui avrebbero la necessità di rivelare intera la loro anima, di dire intera la loro parola. Padri e figli, mariti e mogli, amanti e amati, vivono e muoiono senza poter comunicare tra loro, trattenuti da una forza ignota e invincibile sulla soglia di una confessione desiderata, di un abbandono invocato, in una tremenda soffocante atmosfera isolatrice, in cui i loro impulsi si intirizziscono e si esasperano prima di cedere alla follia o alla morte. Paiono rinserrati da un muro che non è loro possibile d’abbattere, paiono sprofondati in un pozzo da cui non possano risalire per quanto si sforzino.
Questi del muro invarcabile, del pozzo insormontabile sono due motivi fondamentali dei racconti dell’Anderson. La povera moglie dello straordinario protagonista di Many marriages, che sta per essere abbandonata dal marito, denudatosi fiocamente e moralmente dinanzi a lei e alla figlia, in una mistica dolorosa confessione prima di compiere la sua fuga da casa, medita anche lei a sua volta:

In ogni essere umano vi è un gran pozzo di pensieri silenziosi continui. Esteriormente si dicon certe parole, ma vi sono altre parole che vengono, nello stesso tempo, pronunziate giù nelle oscure profondità dell’essere. Vi è un deposito di idee, di emozioni inespresse. Quante cose gettate giù nel pozzo profondo, nascoste nel pozzo profondo! E vi è un pesante coperchio di ferro che chiude la bocca del pozzo e, quando il coperchio è aggiustato al suo posto, tutto va bene, si va attorno parlando, mangiando, incontrando gente, facendo i propri affari, accumulando denaro, indossando abiti, e si vive una vita ordinata. Talvolta la notte, nei sogni, il coperchio traballa: ma questo si sa. Perché ci deve essere questo desiderio di scostare i coperchi dei pozzi? Di fare una breccia nelle muraglie? Non sarebbe meglio lasciare le cose come stanno? Quelli che scostano i coperchi pesanti meriterebbero la morte.

Ma il marito, sul punto dell’evasione, pensa invece:

Se si potesse toglier via il coperchio dal pozzo dei pensieri nascosti e far che il pozzo si vuotasse, che la mente cosciente pensasse tutti i pensieri che le vengono, accettasse tutti i pensieri, come accetta la carne delle creature, e gli animali gli uccelli e gli alberi e le piante, si potrebber vivere cento o mille vite in una vita. Certo è assurdo tirar le cose all’estremo, ma almeno ci si può divertire a pensare che si potrebbe diventar qualcosa più che un singolo uomo o una singola donna, viventi dentro una stretta vita circoscritta. Si potrebbero abbattere tutti i muri e le siepi e camminare dentro e fuori di molta gente, diventar molta gente. Uno potrebbe, dentro se stesso, diventare tutto un paese pieno di gente, una città, una nazione…

Anche l’eroe della novella La storia dell’uomo, che vive ossessionato dal suo sogno di auto-espressione e di liberazione, ha questa idea della vita: che gli uomini stiano dovunque e sempre scavando e scavando pozzi profondi, sempre più profondi e vi si calino dentro sempre più a fondo e più a fondo. Ma anche questo personaggio sente il desiderio affannoso di liberarsi, di evadere, di vivere in comunione con tutti e col tutto.
In altri racconti l’angoscia è nutrita d’uno strazio che non ha nulla di cerebrale, ma scrolla le radici di tutto l’essere, come nella novella Madre in cui una triste madre, macerata dalla vita, murata viva dentro se stessa dalla tacita consuetudine quotidiana, così prega perché suo figlio possa essere diverso da lei e riesca ad esprimersi come lei non ha saputo esprimersi:

Anche se morirò, terrò la disfatta lontana da te, in qualche modo! — piangeva e la sua determinazione era tale che tutto il corpo le tremava ed ella scoteva i pugni. Se sarò morta e ti vedrò diventare un cencio inutile come sono diventata io, ritornerò sulla terra! Domando a Dio di farmi questa grazia, gliela imploro, pagherò qualunque cosa per questa grazia, anche che Dio mi colpisca colle sue mani. Sopporterò tutti i colpi, ma che il mio figliolo possa riuscire ad esprimere qualcosa per tutti e due!…

Così la piena degli affetti trattenuti, misconosciuti, traviati, qualche volta si riversa torbida e segreta sopra un mondo vicino o lontano, ma senza neppur che questo mondo lo sappia. I racconti di Anderson son pieni di questi rigurgiti di passione che vorrebbero traboccare e s’addensano e smaniano dentro le aride rive che li contengono a forza. Ma da tutte queste tragiche vicende sembra alitare un infinito bisogno d’amore, sprigionarsi il desiderio d’una religione d’amore che a tutti dica una parola di liberazione, che per tutti gli uomini sia una redenzione dal carcere che li chiude e li martoria. Tutti noi abbiamo bisogno di essere noi stessi e, per questo, di essere infinitamente amati e di infinitamente amare. Dall’angoscia di Sherwood Anderson si eleva, lento e faticato, il senso di una futura comprensione e comunione in cui le anime, le une con le altre, si incontreranno e si benediranno.