Giorni tranquilli a Clichy H. Miller Mariolina Bertini Verri blog

di Mariolina Bertini

Torna in libreria Quiet days in Clichy, che era uscito da Longanesi nel 1965, immediatamente a ridosso della pubblicazione negli Stati Uniti; e torna non soltanto rinfrescato da una nuova traduzione (di Katia Bagnoli, Adelphi, Milano 2018, pp. 170, 18 €), ma accompagnato dalle ventidue foto di Brassaï scelte dallo stesso Miller per illustrarlo. Nel saggio L’Occhio di Parigi (1937) Miller ha raccontato l’emozione provata la prima volta che ha visto, sparse sul letto dell’amico fotografo, le immagini in bianco e nero destinate ad illustrare Paris de nuit, che sarebbe uscito nel 1933:

Che sorpresa vedere, sul suo letto, mille repliche di tutte le scene, di tutte le strade, di tutti i muri, di tutti i frammenti di quella Parigi dove morivo e rinascevo. Lì, sul letto di quell’uomo (…) ho visto esposto il mio stesso corpo, sofferente e sanguinante, quel corpo che ho iscritto in ogni pietra, ogni albero, ogni giardino, ogni fontana, ogni ponte e ogni casa di Parigi.

È nel dicembre del 1930 che nel dehors di un caffè di Montparnasse, Le Dôme, un pittore ungherese presenta Henry Miller, aspirante scrittore, a un altro ungherese, Gyula Halász, che diverrà celebre come fotografo con lo pseudonimo Brassaï, tratto dal nome del villaggio dove è nato.

Non dimenticherò mai – ha scritto Brassaï, rievocando l’incontro – quel viso roseo che emergeva da un impermeabile stropicciato, quelle labbra carnose, quegli occhi color verde mare, occhi di marinaio abituato a scrutare l’orizzonte attraverso la nebbia, quello sguardo calmo, pieno di serenità – lo sguardo ingenuo e attento di un cane –, che al riparo dei grossi occhiali di tartaruga, mi interrogava, pieno di curiosità. (Henry Miller grandeur nature, 1975).

Miller era stato a Parigi per la prima volta nel 1928 con la moglie, la fascinosa e sfuggente June, vero prototipo (almeno nei ricordi di Brassaï) della donna-vampiro. Vi era tornato da solo nel marzo del 1930, abbandonandosi a una vita da semi-clochard, senza fissa dimora. Quell’esistenza precaria si era rivelata inaspettatamente stimolante e anche propizia alla scrittura: “È stato necessario che fossi completamente al verde, disperato, costretto a vivere per strada perché cominciassi a vedere e ad amare la vera Parigi. La scoprivo e nello stesso tempo scoprivo me stesso”, racconterà molti anni dopo al suo traduttore francese Georges Belmont. Da questa scoperta nascono le pagine parigine di Tropico del Cancro e più tardi, attraverso il filtro della memoria, il racconto dei “Giorni tranquilli di Clichy”, cioè dei due anni vissuti alla periferia di Parigi tra il marzo del 1932 e il febbraio del 1934. Rientrato in patria, Miller scrive Quiet days in Clichy nel 1940; in Francia uscirà nel 1956, ma negli Stati Uniti, a causa delle numerose ed esplicite scene di sesso, non potrà essere pubblicato prima del 1965.

dome
Le Dôme, il caffè di Montparnasse dove Miller incontra Brassaï

Benché ogni pagina di questo piccolo libro si nutra di esperienza vissuta, sarebbe un errore cercarvi una fedele trascrizione biografica. Basti notare che dalle pagine del romanzo sono del tutto assenti le figure femminili centrali in quel periodo nella vita di Miller: June, la belle dame sans merci che con le sue infedeltà lo tortura, per lo più di lontano, e la provvidenziale Anaïs Nin, che nella sua accogliente dimora di Louveciennes gli offre amore appassionato e sostegno economico. L’appartamento che Miller divide, nel sobborgo operaio di Clichy, con lo scrittore austriaco poliglotta Alfred Perlès (il Carl del romanzo) è uno scenario tratto dalla realtà; ma le avventure dei suoi due scombinati abitanti sono una fantasiosa riscrittura delle Scènes de la vie de bohème all’insegna di uno humour grottesco e sovversivo. Se l’Henry Miller della vita reale passa la maggior parte delle sue giornate alla macchina da scrivere, il suo alter ego romanzesco, Joey, approfittando della contiguità tra Clichy e Montmartre, fa dei caffé e delle sale da ballo frequentate dalle prostitute il suo terreno d’elezione, dove esercita a tempo pieno l’arte tutta parigina della flânerie. Se il vero Miller ha in Anaïs Nin un’alleata sicura nei momenti difficili, a Joey, che si è lasciato spennare da una prostituta particolarmente seducente, capita di sperimentare la vera fame, quella che induce Charlot, nella Febbre dell’oro, a succhiarsi golosamente i chiodi delle scarpe. Lo vediamo recuperare dalla pattumiera una crosta secca di pane per inzupparla nell’acqua del rubinetto; nel frattempo il suo coinquilino Carl ha avuto la brillante idea di tornare a casa accompagnato da Colette, una quattordicenne in fuga “serena come una mucca, obbediente come una schiava, belloccia come una bambola”. Il soggiorno di Colette, che si protrae per parecchi giorni, potrebbe costar caro a Joey e a Carl, senza un miracolo dovuto al loro statuto di intellettuali: il tutore della ragazza, piombato a Clichy per recuperarla, rinuncia ad ogni azione giudiziaria intimidito dalla presenza, sul tavolo di Carl, delle opere di Proust, e soprattutto da uno sproloquio dello stesso Carl che lo intrattiene illustrandogli l’influsso di Ermete Trismegisto su Alla ricerca del tempo perduto. L’episodio è un allegro sberleffo al rispetto per la Cultura dei borghesi benpensanti; il mondo dei surrealisti, d’altronde, non è trattato meglio, rappresentato com’è da una minacciosa poetessa in abiti stravaganti che, armata di rivoltella, offre ai due amici indesiderate prestazioni erotiche, senza mai cessare di scrivere versi, perfino sul muro del bagno, con il rossetto.
Come il Bardamu di Céline, che Miller ammira, Joey è una moderna reincarnazione del picaro secentesco: ne condivide la totale spregiudicatezza, la vocazione al vagabondaggio e la lotta quotidiana contro la fame. Ma il picaro della tradizione letteraria coltiva anche – a volte con successo – un sogno di ascesa sociale, e in questo il Joey di Clichy è il suo esatto contrario. Sulle orme di Rimbaud, che non è mai citato in queste pagine, ma che nel 1946 ispirerà a Miller Il tempo degli assassini, è fermamente intenzionato a lasciarsi alle spalle la “beatitudine bovina” della vita borghese, qui incarnata, in forma caricaturale, dagli abitanti del “pacifico, ricco e tollerante” Lussemburgo. Il mondo della prostituzione gli offre l’alternativa più accessibile e rappresenta, inoltre, la perfetta antitesi all’odiato moralismo dominante negli USA. Certo, è un mondo dominato dalla rapacità, e le prostitute in attesa di clienti sulla soglia degli alberghetti malfamati somigliano ad avvoltoi. Ma ha il pregio di non dissimulare ipocritamente quel rapporto tra sesso e denaro che la borghesia finge di ignorare, pur ponendolo di fatto alla base delle sue strategie matrimoniali. Il centro di questo mondo è Montmartre, il cui fascino insidioso – scopre Joey – è in gran parte dovuto proprio al “traffico esplicito di sesso”:

Il sesso non è romantico, soprattutto quando è oggetto di commercio, e tuttavia produce un aroma acre e nostalgico ben più fascinoso e seducente della strada newyorchese più sfavillante. In effetti è piuttosto ovvio che la vita sessuale fiorisca con una luce fioca e torbida: è più a suo agio nel chiaroscuro che nel bagliore del neon.

Scriveva Baudelaire, altro poeta ben noto a Miller:

Gli amanti delle prostitute
Son felici, sazi e beati;
Io invece ho le braccia spezzate
Per aver stretto a me le nubi.

Joey rivive a suo modo le due opposte situazioni che questi versi raccontano. Per qualche istante conosce, grazie alla prostituta Nys, che pare uscita da un quadro di Renoir, la più totale beatitudine; ma abbracciando Nys – che di lì a poco scomparirà, come tutte le altre fungibili figure femminili che attraversano il suo cammino – abbraccia in realtà le nuvole, perché non esce affatto dalla sua condizione di solitario. Eppure l’atmosfera parigina, carica di quell’elettricità che già percepivano Balzac e Baudelaire, compie ogni tanto il miracolo di trasformare la solitudine in comunione tra sconosciuti e di rovesciare la depressione in euforia. È il segreto dei giorni di Clichy, quel che fa sì che non siano mera dispersione ma sedimentazione, nella memoria, di minuscoli frammenti di felicità. Come per i passerotti che si disputano una briciola sul suo tavolo nel primo giorno di primavera, anche per Joey, ci assicura Miller, esiste la possibilità di rinascere dopo aver toccato il fondo, in modo del tutto insperato, nella luce carica di promesse di un mattino fuori del tempo:

All’alba Montmartre è di una bellezza indescrivibile. Un riflesso rosa colora i muri bianco sporco. I grandi cartelloni pubblicitari nei toni accesi del rosso e del blu spiccano sui muri chiari con una vivacità a dir poco voluttuosa. Girando per la collina ci imbattemmo in un gruppo di giovani suore dall’aspetto così puro e verginale, così totalmente riposato, così calmo e dignitoso, che ci vergognammo di noi stessi. Un po’ più in là incontrammo un gregge di capre che scendeva disordinatamente lungo il ripido pendìo; un tizio con la faccia da autentico imbecille le seguiva senza fretta, suonando di tanto in tanto uno strano strumento a fiato. C’era un’atmosfera di serenità assoluta; avrebbe potuto essere un mattino del quattordicesimo secolo.

Annunci