Fisico e Metafisico

Oggi presentiamo il dodicesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro appassionato palinsesto sul Dialogo di un Fisico e di un Metafisico firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Fisico. Eureka! Eureka!
Metafisico. Che è? che hai trovato?
Fisico. L’arte di vivere a lungo!
Metafisico. E cos’è il libro che porti?
Fisico. È dove illustro la mia invenzione. Per la quale, se gli altri vivranno a lungo, io vivrò almeno in eterno; intendo: ne acquisterò gloria immortale!
Metafisico. Fa’ come ti dico. Trova una cassettina di piombo, chiudici il libro, sotterrala, e prima di morire ricordati di lasciar detto il luogo, ché vi si possa andare e tirar fuori il libro quando sarà stata trovata l’arte di vivere felici.
Fisico. E frattanto?
Metafisico. Frattanto non servirà a nulla. Lo apprezzerei di più se contenesse l’arte di viver poco.
Fisico. Questa è nota da un pezzo; e trovarla non fu difficile.
Metafisico. Comunque, l’apprezzo più della tua.
Fisico. Perché?
Metafisico. Perché se la vita non è felice, e finora non lo è stata, meglio averla breve che lunga.
Fisico. Oh, no! Perché la vita è bene in sé e tutti per natura la desiderano e amano!
Metafisico. Gli uomini lo credono. Ma s’ingannano: come gl’ignoranti, che credono i colori essere qualità degli oggetti, e invece sono qualità della luce. L’essere umano non desidera e non ama se non la propria felicità. Ma ama la vita solo perché la ritiene mezzo o causa della felicità. Così in realtà ama questa e non quella, malgrado spessissimo attribuisca all’una l’amore per l’altra. È vero poi che quest’inganno e quello dei colori sono naturali, ma l’amore della vita negli uomini non è naturale, o almeno non è necessario: pensa come moltissimi nei tempi antichi scelsero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri in molti casi desiderano la morte, e alcuni si uccidono. Cose impossibili se l’amore della vita fosse nella natura umana. Invece, poiché l’amore della propria felicità è naturale in ogni vivente, prima cadrebbe il mondo, che qualcuno smettesse di amarla e di procurarsela a suo modo. Che poi la vita sia bene per sé, aspetto che me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Quanto a me, dico che la vita felice sarebbe certo un bene; ma in quanto felice, non in quanto vita. La vita infelice, quanto all’essere infelice, è male; e poiché la natura, almeno quella dell’umanità, comporta che vita e infelicità non si possano separare, di’ tu stesso che ne consegue.
Fisico. Per favore, lasciamo quest’argomentazione troppo malinconica e, senza tante sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l’uomo vivesse e potesse vivere in eterno, dico senza morire, non dopo morto, credi che non gli piacerebbe?
Metafisico. A un presupposto favoloso risponderò con qualche favola: tanto più che non sono mai vissuto in eterno, sicché non posso rispondere per esperienza; neanche ho parlato con qualcuno che fosse immortale; e tranne che nelle favole, non trovo notizia di persone del genere. Se fosse qui presente Cagliostro, che visse parecchi secoli, forse ci potrebbe dare qualche lume. Anche se, dacché poi morì come gli altri, non pare fosse immortale. Dirò dunque che il saggio Chirone, che era dio, col tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì. Ora pensa se l’immortalità dispiace agli dei che farebbe agli uomini. Gl’Iperborei, popolo mai visto, ma famoso; irraggiungibili per terra e per acqua; ricchi di ogni bene, soprattutto di bellissimi asini, dei quali sogliono fare sacrifici; potendo, se non erro, essere immortali, perché non hanno malattie, né fatiche, né guerre, né discordie, né carestie, né vizi, né colpe; pure, muoiono tutti: perché, dopo più o meno mille anni di vita, sazi del mondo, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano. Aggiungi quest’altra favola. Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, vedendo che non erano pronte le mule per tirare il carro della madre, sacerdotessa di Giunone, le sostituirono, conducendola così al tempio. Allora, quella supplicò la dea che premiasse la pietà de’ figliuoli col bene maggiore che possa toccare agli uomini. Giunone, invece di farli immortali, come avrebbe potuto e allora usava, li fece in quell’istante dolcemente morire. Lo stesso toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, chiesero ad Apollo che li pagasse: egli rispose di volerli soddisfare dopo sette giorni, nel frattempo gozzovigliassero a loro spese. La settima notte, mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora devono svegliarsi; e avuta questa, non chiesero altra paga. Ma, poiché siamo in tema di favole, eccotene un’altra, sulla quale voglio porti una domanda. Io so che oggi i vostri pari tengono per certo che la vita umana, in qualunque paese abitato, e sotto qualunque cielo, duri naturalmente, con piccole differenze, lo stesso tempo, considerando ciascun popolo in generale. Ma qualche buon antico racconta che gli uomini di parti dell’India e dell’Etiopia non vivono più di quarant’anni; chi muore in questa età, muore vecchissimo; e le fanciulle di sette anni sono in età da marito. E quest’ultima cosa, pressappoco, sappiamo si verifica in Guinea, nel Deccan e in altri luoghi della zona torrida. Dunque, supponendo vero che si trovi una o più nazioni in cui gli uomini di regola non superino i quarant’anni di vita, e ciò sia per natura, non per altre ragioni, come si è creduto degli Ottentotti: rispetto a questo ti chiedo se ti pare che quei tali popoli siano più miseri o più felici degli altri.
Fisico. Più miseri senza dubbio, perché muoiono prima.
Metafisico. Io credo il contrario anche per codesta ragione. Ma adesso non è questo il punto. Fa’ attenzione. Io negavo che la pura vita, cioè il semplice sentimento d’esistere, fosse cosa amabile e desiderabile per natura. Ma quello che forse più degnamente si chiama vita, voglio dire l’efficacia e la molteplicità delle sensazioni, è naturalmente amato e desiderato da tutti gli uomini: perché qualunque azione o passione viva e forte, purché non ci sia sgradevole o dolorosa, solo per essere viva e forte, ci riesce grata, pur se manchi di ogni altra qualità piacevole. Ora, tra quella specie di uomini la cui vita si consumasse naturalmente in quarant’anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla natura agli altri uomini, quella vita in ogni parte sarebbe viva il doppio di questa nostra. Perché, dovendo coloro crescere e giungere a perfezione, e così appassire e mancare nella metà del tempo, le operazioni vitali della loro natura, proporzionalmente a questa rapidità, sarebbero in ogni istante doppie di forza rispetto a quel che accade negli altri; e pure le azioni volontarie di costoro, la mobilità e la vivacità estrinseca, corrisponderebbero a questa maggiore efficacia. Talché, in minor spazio di tempo essi avrebbero la stessa quantità di vita che abbiamo noi. Perché la vita, distribuendosi in minor numero d’anni, basterebbe a riempirli, o vi lascerebbe piccoli spazi, invece ella non basta a uno spazio doppio: e gli atti e le sensazioni di quegli individui, essendo più forti e racchiuse in un giro più stretto, basterebbero quasi a occupare e a vivificare tutta la loro esistenza; invece nella nostra, molto più lunga, restano frequentissimi e larghi intervalli vuoti d’ogni azione e sentimento vivi. E poiché, non il semplice essere, ma solo l’essere felice è desiderabile, e la buona o la cattiva sorte di chicchessia non si misura dal numero dei giorni, concludo che la vita di quelle nazioni, che, quanto più breve, tanto sarebbe meno povera di piacere, o di quello che è chiamato con questo nome, si dovrebbe invece preferire alla nostra vita ed anche a quella dei primi re dell’Assiria, dell’Egitto, della Cina, dell’India, e d’altri paesi, che vissero, per tornare alle favole, migliaia d’anni. Perciò, non solo io non mi curo dell’immortalità e sono contento di lasciarla ai pesci, ai quali la attribuisce il Leeuwenhoek, purché non siano mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, invece di ritardare o interrompere il vegetare del nostro corpo per allungare la vita, come propone il Maupertuis, io vorrei la potessimo accelerare in modo che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati effimeri, dei quali si dice che i più vecchi non superano l’età di un giorno, e tuttavia muoiono bisavoli e trisavoli. Nel qual caso, io stimo che non resterbbe spazio per la noia. Che pensi di questo ragionamento?
Fisico. Penso che non mi persuade; e che, se tu ami la metafisica, io m’attengo alla fisica: voglio dire che, se tu guardi per il sottile, io guardo alla grossa e me ne contento. Perciò senza usare il microscopio, giudico la vita più bella della morte, e do il pomo a quella, guardandole tutte e due vestite.
Metafisico. Così giudico anch’io. Ma quando mi ricordo l’uso di quei barbari che, per ciascun giorno infelice della loro vita, gettavano in un turcasso una pietruzza nera e, per ogni dì felice, una bianca, penso qual piccolo numero di bianche è verisimile si trovasse in quelle faretre alla morte di ciascuno, e quale gran moltitudine di nere. E desidero vedermi davanti tutte le pietruzze dei giorni che mi rimangono e, selezionandole, poter gettar via tutte le nere e detrarle dalla mia vita riservandomi solo le bianche: quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo, e sarebbero di un bianco torbido.
Fisico. Molti, al contrario, pure se tutti i sassolini fossero neri, e gli uni più neri degli altri, vorrebbero potervene aggiungere, benché pur’essi neri, perché son certi che nessun sassolino sia così nero come l’ultimo. E questi tali, nel cui numero sono anch’io, potranno aggiungere in effetti molti sassolini alla loro vita, grazie all’arte che illustra questo mio libro.
Metafisico. Ciascuno pensi e agisca come vuole: e anche la morte non mancherà di fare a suo modo. Ma se tu, prolungando la vita, vuoi davvero giovare agli uomini, trova un modo per moltiplicare di numero e forza le loro sensazioni e azioni. Così, accrescerai davvero la vita umana e, riempiendo quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, potrai vantarti di prolungarla. E ciò senza andare in cerca dell’impossibile o violentando la natura, anzi assecondandola.
Non ti sembra che gli antichi vivessero più di noi, anche se, per i pericoli gravi e continui che solevano correre, morissero per lo più prima? E recherai grandissimo beneficio agli uomini: la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto più fortemente mossa, e per la maggior parte occupata, senza dolore né disagio. Ma se è piena d’ozio e di tedio, che è come dire vuota, induce a creder vera quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non c’è mutamento. Che se lo credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma infine, la vita dev’esser viva, cioè vera vita; altrimenti la morte è incomparabilmente più preziosa.

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