Pierre Michone Gli undici Mariolina Bertini Verri blog.jpg

Il periodo del Terrore, il cuore di tenebra della rivoluzione francese, ha sempre affascinato i romanzieri, sfidandoli a ricreare quel tempo “uscito dai cardini” in cui coesistono il più radicale sogno di giustizia e la più ingiusta violenza, la prima affermazione dei diritti dell’uomo e lo sterminio, fuori da ogni diritto, di migliaia di innocenti. Uno dei più bei racconti di Balzac, Un episodio sotto il Terrore, si apre sulle strade innevate e deserte del 22 gennaio 1793; Victor Hugo, in Novantatré, ci fa assistere alle sedute della Convenzione, tra “uomini pieni di passioni” e “uomini pieni di sogni”; Dickens, nel Racconto di due città, ci porta nelle prigioni, dove a volte la sola via di fuga per gli innocenti è la follia.
A prima vista, Gli Undici di Pierre Michon (ed. orig. 2009, trad. di Giuseppe Girimonti Greco, Milano, Adelphi 2018, pp. 134, € 16) si inserisce in questa tradizione. E si apre con una strizzata d’occhio agli appassionati di Balzac: il protagonista, Corentin, porta un cognome che viene dritto dritto dalla Commedia umana, dove designa il più abile e spietato tra gli uomini dei servizi segreti di Fouché. Se però il Corentin di Balzac è una spia, quello di Michon non lo è, se non metaforicamente, per il suo ruolo di osservatore. È un pittore della scuola del Tiepolo. In cerca di gloria, è approdato dal nativo Limousin alla Parigi rivoluzionaria. Entrato nell’atelier di David, si è rassegnato a dipingere non più Sibille e soffitti azzurro cielo ma fasci littori, berretti frigi, “ex-voto a Jean-Jacques Rousseau e altre bagatelle”. Il 5 gennaio del 1794, Corentin è convocato nel cuor della notte nell’ex-chiesa di Saint Nicolas trasformata in una sorta di bivacco di sanculotti, tra le campane che aspettano di essere fuse e trasformate in cannoni. Alla luce di una lanterna, in un’atmosfera di cospirazione e di mistero, gli viene commissionato un grande quadro. Il committente è Collot d’Herbois, potente giacobino vicino a Robespierre; e proprio Robespierre dovrà comparire al centro del quadro, dipinto con particolare cura ed evidenza, e circondato dagli altri dieci membri del Comitato di Salute Pubblica. Che cosa c’è dietro il progetto di questo quadro, che deve dar l’impressione di eternare “un’assemblea di eroi”? L’intenzione di glorificare Robespierre? Forse, se Robespierre riuscirà a restare in auge e a conservare intatto il proprio potere. Ma se la sua posizione si farà incerta, il quadro potrà diventare un’arma contro di lui: si dirà che ne era lui stesso il committente segreto, intenzionato a farsi adorare in effigie dai citoyens trasformati in docili sudditi. Corentin accetta l’ordinazione, accompagnata da una borsa di ben trecento monete d’oro: piastre olandesi e portoghesi, scudi con l’effigie del re ghigliottinato, un’autentica ricchezza in un momento di generale, drammatica penuria. Il quadro – questo Michon ce l’ha detto prima di raccontarcene la storia – sarà considerato dai posteri una straordinaria testimonianza storica, ma anche una splendida opera d’arte: avrà una sala tutta per sé al Louvre, dove risplenderà protetto da uno spesso vetro antiproiettile, e i visitatori lo ammireranno dopo aver letto diligentemente in una sorta di anticamera tutta la biografia del pittore e le notizie indispensabili sui personaggi rappresentati.
La storia del quadro di Corentin e la descrizione della sua collocazione al Louvre sono un prodigio di iperrealistico illusionismo: ogni dettaglio è preciso, documentato, storicamente perfetto. Michon sembra aver raccolto la sfida di Balzac, di Hugo e di Dickens, e gareggiare con loro nella rappresentazione della Parigi di Robespierre. Ma tra i maestri della narrazione ottocentesca e lui è passato il Novecento, l’“età del sospetto” profetizzata da Stendhal, e la rappresentazione credibile di una realtà scomparsa non è più lo scopo del narratore del XXI secolo. Al passato, ci ricorda Michon, non possiamo mai avere un accesso diretto, nemmeno tramite l’immaginazione. La scena così tangibile, così concreta del commissionamento del quadro, quella scena alla quale non abbiamo potuto far a meno di credere, era in realtà – ci svela il romanziere – un pastiche di Michelet, una riproduzione del suo stile e del suo pensiero. Quando crediamo di “vedere” i protagonisti e i luoghi della Rivoluzione, in realtà li vediamo con gli occhi del loro più celebre storico, Michelet; lo scrittore d’oggi, ci suggerisce Michon, non può far tornare in vita il Settecento ma soltanto la sua aura, per usare le parole che ha usato Isabella Mattazzi nella sua bella recensione su Alias del 30 settembre.
Michon è uno scrittore complesso, tormentato. Ha in qualche modo assorbito Proust e Céline, Balzac e Rimbaud; è realista e visionario, furibondo e illuminato, lirico e sarcastico. Ed è tale non nella poetica o nell’ideologia, ma nella scrittura; cosa che ci permette di valutare l’entità dello sforzo richiesto ai suoi traduttori. In questa versione de Gli Undici Giuseppe Girimonti Greco ha saputo rendere al meglio la violenza espressionistica di Michon; violenza che non è un mero effetto estetico, ma la traduzione stilistica di una precisa visione del mondo. Perché gli undici eroi dipinti da Corentin sono in realtà

undici creature di terrore e d’impeto: creature come ne hanno scolpite gli Assiri di Ninive nelle scene di caccia a cavallo in cui il re uccide i leoni; creature che si precipitano al galoppo verso quei dannati che noi siamo, per sette volte e sotto sette forme equine, nell’Apocalisse di San Giovanni…

Alle loro spalle, attraverso i millenni, Michon intravede i tempi arcaici delle grandi cacce impresse nei graffiti delle grotte di Lascault, i tempi “della selvaggina idolatrata e temuta, divina e tirannica”: una vertigine di meraviglia e di orrore.

È Lascault, signore. Le forze. Le potenze. I Commissari.
E le potenze, nella lingua di Michelet, si chiamano Storia.

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