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Con Pacifico (NNE, trad. Gianni Pannofino, pp. 245, € 18) Tom Drury conclude l’indimenticabile Trilogia di Grouse County. La spolverata di protagonisti è grosso modo quella del precedente quadro, A caccia nei sogni, col denso ritorno di Dan Norman e della moglie Louise (centrali nel primo tomo, Fine dei vandalismi), e la coda d’un altro pugno di personaggi. La storia si dispiega tra l’immaginaria Grouse County (forse nell’Iowa natale dell’autore, o in Illinois o nel Minnesota) e Los Angeles; ma i luoghi non sono mai geograficamente rilevanti, in Drury, quanto lo sono invece affettivamente: il moto a Ovest, verso il Pacifico e la capitale del cinema, significa, in sequenza, lo scollamento dalle proprie radici, un luogo dell’anima su cui fantasticare e infine la carezza, profonda e piacevole, fatta su una dolce sensazione di vuoto.

È Micah, il figlio di Tiny Darling, a partire; ci va perché la madre Joan, separata da Tiny, ha ottenuto l’affidamento del figlio. Non più predicatrice né direttrice del consorzio per animali, è diventata show girl televisiva e s’appresta ora a volare nell’universo del cinema. Si è risposata con Rob e così Micah, al suo arrivo, conosce gente nuova, conosce Eamon, il figlio di Rob, e soprattutto Charlotte, la memorabile ragazzina con cui lambirà le piccole estasi del fumo e quelle grandi dell’amore. Il tutto mentre la famiglia di Joan cede, lei tradisce Rob, i due si lasciano, e la donna consulta un indovino che usa il tornio da vasaio per le divinazioni.
Nella Grouse County, intanto, la vita procede lenta e bizzarra. Tiny, lasciato il mestiere d’idraulico, fa ora traslochi e lavoretti vari (tra cui svitare sedie d’una chiesa sconsacrata). Dan Norman, l’ex sceriffo, lavora come agente d’investigazioni private e sua moglie Louise, che ha aperto una bottega d’antiquariato, si prende cura di Lyris, la prima figlia di Joan, che convive con Albert Robeshaw, autore per il giornale di Stone City di brevi profili di gente che fa “cose insolite e riassumibili in quattrocento parole”: tra i tanti intervistati c’è Sandra Zulma, una tipa davvero suonata (su lei convergono le indagini di Dan), che è nella Grouse County in cerca d’un tale Jack Snow, venditore di false antichità celtiche, e secondo la donna in possesso di una pietra intrisa di storie epiche e di poteri sovrannaturali. Tutte cose che ha letto nei libri e che l’hanno resa squisitamente e indimenticabilmente matta, convinta com’è di rimettere insieme il mondo come una sorta di don Chisciotte post litteram.
È dunque ancora l’America strampalata di Drury, l’America dei sogni appesi all’ironia con l’innesto, qui, d’una sottile resa al fatalismo, d’un soffio uggioso evocato dallo spostamento a Ovest di alcuni personaggi, di giorno visionari e di notte pensatori tristi, che si circondano di oggetti che, quando poi le cose vanno male, diventano “freddi monumenti a ciò che sarebbe potuto essere e non è stato”. E se è vero che Micah impara “che ci si può trovare nei guai e uscirne in modi imprevedibili” è vero anche che la vicinanza con le infinte salsedini dell’Ovest porta ai personaggi di Pacifico una profonda e piacevole sensazione di vuoto, riducente i pensieri a una semplice consapevolezza dell’oceano.

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