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Nel 1976, l’allora trentaquatrenne Carlo Rossella, collaboratore de «La Stampa» di Torino come esperto di attualità, raccolse dalla viva voce di Franco Fortini un ricordo relativo alla sua partecipazione al grande progetto sociale e politico rappresentato dalla pubblicazione della rivista Il Politecnico, fondata e diretta da Elio Vittorini a  partire dal settembre del 1945.

Ne venne fuori un’interessantissima memoria che sul numero 24 di Tutto libri (sabato 19 giugno 1976) affiancava alle parole di Fortini, anche altri racconti, uno di Primo Levi, intitolato Più realtà che letteratura, e uno di Carlo Bernardi, E ora, ricominciare.

Si tratta di rievocazioni, anche aneddotiche, e di ricordi, intrisi di orgoglio e di malinconia per una stagione culturale – quella dell’immediato dopoguerra – che fu per chi la visse indimenticabile e intellettualmente fondamentale per la prosecuzione di tanti discorsi etici, poetici e politici.

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di Franco Fortini (testimonianza raccolta da Carlo Rossella)

Per me fu un anno importante. L’anno del mio primo libro, Fogli di via. Erano poesie. Io avevo 29 anni. Lavoravo al Politecnico di Vittorini. Einaudi pubblicò l’opera mia in una collana molto impegnativa (glielo aveva suggerito Vittorini), la stessa dov’erano usciti Le Occasioni di Montale, Il Canzoniere di Saba, Lavorare stanca di Pavese. Allora i fatti letterari erano dominati dall’assenza di distribuzione libraria. I libri nuovi che venivano stampati non circolavano in tutto il Paese. La produzione libraria romana, ad esempiò, non arrivava al Nord.
C’era un’autarchia regionale. C’era una fortissima revisione dei valori del ventennio precedente. Apparivano libri con l’aria di essere arrivati in ritardo. Ricordo Il bosco sacro di Elliot, sembrava stralunato in quell’atmosfera sconvolta. Nel 1946 la guerra sembrava finita il giorno prima. C’erano i reduci che tornavano. L’inverno fu terribile.
Ci furono libri importanti che poi scomparvero per alcuni anni. Ricordo, uno marxiano, L’Ideologia Tedesca, mai più tradotto e ripubblicato per anni dopo la prima edizione del ‘46, i testi di Aleksandr Herzen, di Plechanov, volumi di estetica marxista di cui pochi si accorsero, e poi l’Invidia di Juri Olesa.
Questi fenomeni erano molto vasti perché c’era una editoria di rapina (soprattutto per le traduzioni). S’era fatto un salto indietro nella correttezza editoriale. Uscivano traduzioni inverosimili di tutto. Per la poesia, ad esempio, questa sete di traduzioni coincise con l’interesse per la poesia in versi.
Si rovesciarono sul mercato molte traduzioni di poesie impegnate degli Anni ‘30, sconosciute al nostro pubblico. Si diede inizio alla «Metrica della traduzione», un verso-lungo, sciatto, che ebbe un forte influsso sulla poesia di allora.
Gli italiani scoprirono nel 1946 le tonalità esistenziali. Il ‘46 è l’anno in cui arrivano in Italia i primi «stranieri» in visita. Paul Eluard attraversò l’Italia come un gran signore. Tutta l’opinione di sinistra vide in lui il ricordo della sinistra francese. Lo intervistai a Firenze, in casa di Montale, fra il sarcasmo del mio ospite.
Nell’estate arrivarono a Milano Jean Paul Sartre e la De Beauvoir, neri di carbone per il lungo viaggio, invitati dall’editore Valentino Bompiani. Si incontrarono con noi del Politecnico. Roma era la capitale dei contatti col mondo anglosassone: la sede, in via uffici del Vicario, della casa Einaudi, dove lavorava Cesare Pavese.
Lavorare al Politecnico voleva dire lavorare moltissimo. Eravamo pochi. I mezzi materiali erano manchevoli e inesistenti. Non avevamo quattrini. Eravamo magrissimi nei nostri doppiopetti larghi. Vivevamo in stanze d’affitto, malmesse. Pochissimi di noi erano milanesi, venivamo da fuori, facevamo la vita degli immigrati. Però ci sentivamo al centro di una attenzione e di una passione dei giovani impressionanti. Si aveva il senso di fare qualcosa di molto importante.
Avevamo la mitologia delle cose che avevamo letto o che erano accadute in Spagna durante la guerra civile o in Italia durante la Resistenza. Sentivamo fortemente il rapporto fra intellettuali e classe operaia. Eravamo inseriti nella vita culturale di una città, Milano, non ancora divisa per quartieri corrispondenti a divisioni di classe. Gli incontri pubblici, i dibattiti, erano frequenti, vivi, appassionanti. La parola stampata aveva una funzione diretta. Ricordo Nenni e il suo discorso da rivoluzione francese in piazza Duomo. Ricordo noi del Politecnico, 5 o 6 in giro per Milano con la bandiera rossa e Vittorini, che non si agitava mai, gridare sul palco: «Umberto è un criminale di guerra, deve essere fucilato».