Mary Shelley

di Mario Praz

Da «La Stampa» di venerdì 4 Marzo 1938

Prodigiosa com’è la vita di Shelley, non sorprende che dovesse aver qualcosa di prodigioso anche quella di colei che era destinata ad essere la sua seconda e veramente eletta sposa. Grandi cose s’attendevano gli amici dall’unione del filosofo rivoluzionario William Godwin e della bella e intellettuale Mary Wollstonecraft che aveva osato vivere con quella libertà che il Godwin predicava nei suoi scritti. Quasi avevan pronosticato «Secol si rinnova» da quell’unione dei «due più grandi uomini del loro tempo» che «non avrebbe avuto pari nella generazione presente»: matrimonio a cui il filosofo antimatrimoniale e comunista aveva cercato di dare un carattere sui generis seguitando a vivere sotto un tetto diverso da quello della moglie, sicché quell’intervallo di venti porte che separava le due case bastava a tener tranquilla la sua coscienza di apostolo del Libero Amore. La nova progenie risultante dal «più puro e raffinato stile d’amore», come il filosofo definiva il suo affetto per la Wollstonecraft, avrebbe dovuto essere un piccolo William, e invece fu una piccola Mary: assisté al parto un dottore dal nome sinistro, Poignard, e infatti la povera madre soccombette. Non passarono tre settimane che fu chiamato a studiare il cranio della bambina un frenologo, perché alla fine del Settecento le teorie di Lavater erano la gran voga, come ai nostri tempi quelle di Freud; e il grave scienziato osservò che la fronte e l’arco sopracciliare rivelavano segni di acuta sensibilità e d’irritabilità (non però d’irascibilità!), e che la bocca aveva i contorni dell’intelligenza, sebbene «essa era troppo affaccendata per poterla osservare a dovere».
Lasciamo così Mary poppante e ritroviamola quindicenne in seno alla nuova famiglia Godwin, ché il filosofo nel 1801 non aveva esitato a sacrificare di nuovo i suoi principi sull’altare d’Imene, tanto la sua vanità era stata lusingata dall’esclamazione di Mrs. Clairmont sua vicina, che dal balcone l’aveva così salutato: «È mai possibile che colui che io contemplo sia l’immortale Godwin?». Questa nuova unione produsse una confusione considerevole in quelli che il filosofo chiamava i giovani rami della nostra famiglia». Ché oltre a Mary c’erano: Fanny Imlay, frutto di un primo amore della Wollstonecraft, Charles e Jane (poi nota come Claire), Clairmont, figli del primo matrimonio di Mrs. Clairmont, e infine il tanto desiderato William, nato dalle seconde nozze di Godwin. Si giudichi se, nonostante le difficoltà finanziarie, il filosofo non facesse lodevoli sforzi per «migliorare l’animo e il carattere» di quei «giovani rami»: ecco William che da un piccolo pulpito appositamente eretto legge un saggio di Mary su «l’influsso dei governi sul carattere del popolo».
Così istruita, Mary fu scoperta da Shelley, che a quel tempo era intento a far insorgere il popolo d’Irlanda contro il tiranno: impresa che egli giudicava facile appenaché gl’Irlandesi fossero giunti a «una reale conoscenza della Virtù e della Saggezza» — una piccola premessa che egli confidava di attuare lanciando opuscoli da un balcone di Dublino ai passanti il cui aspetto paresse promettente. Nel 1814 Shelley e Mary si sentirono anime sorelle. «Una voce vibrante chiamò: Shelley! Una voce vibrante rispose: Mary! Ed egli scattò fuori della stanza, come freccia da un arco». Così racconta Hogg nella sua Vita di Shelley. Il 28 di luglio Shelley fuggiva dall’Inghilterra con Mary, accompagnata da Claire Clairmont. Costei si era messa alle costole di Mary, e non doveva più lasciarla in pace. Per comprendere tutto il peso di quest’attaccamento di sanguisuga, occorre scendere al 1850, quando Mary, alla nuora che voleva lasciarla sola con Claire, credendo che le due donne avessero molto da dirsi dopo un periodo di lontananza, si raccomandava: «Non mi lasciar sola con lei; è stata il veleno della mia vita fin da quando avevo tre anni!». Singolare luna di miele di Shelley! Al mercato di Parigi il poeta acquistò un somarello che avrebbe dovuto portarli sul suo dorso in Svizzera; ma il somarello, che non conosceva Virtù e Saggezza più degl’Irlandesi, era così debole che voleva esser portato lui; sicché fu cambiato con un mulo, e su questo cavalcò Shelley, che s’era dato una storta alla caviglia, e dietro a lui marciavano le due donne vestite di seta nera.
Ma la storia delle vicende coniugali di Shelley con Harriet e con Mary è così nota, che poco ha da aggiungervi l’odierna biografia di Mary Shelley dovuta a R. Glynn Grylls (Oxford University Press, 1938). Certo, checché ne dicesse il frenologo, Mary doveva possedere ben poca irritabilità se poté diventare la compagna ideale di colui che si definiva «il Cavalier Folletto» (Elfin Knight), l’occhicerulo acchiappanuvole, che, quando non scriveva le sue divine poesie, si occupava di palloni e di telescopi, o pietosamente andava per le strade di campagna a raddrizzare i poveri maggiolini caduti sul dorso, o concepiva platoniche passioni per fanciulle oppresse (Teresa Viviani, di cui si è parlato in queste colonne un anno fa), o per le donne dei suoi amici (Jane Williams), o s’ostinava su fragili barche ad affidarsi all’Acqua, che tante volte l’ammonì delle sue cattive intenzioni finché un giorno lo uccise. Pochi momenti di gioia, e molte pene dette a Mary il Cavalier Folletto che si nutriva di tè e di limonate; dovette sentirsi, la fragile donna, come Psiche accanto ad Amore; di lui, come d’Amore, poteva dirsi che il suo divino spirito «col mio lume se medesmo cela». Lui viveva coi suoi sogni e le sue visioni (vere e proprie allucinazioni, a volte); lei portò i suoi figli, se li vide morire in tenera età, visse sotto la continua impressione d’una catastrofe imminente, finché un giorno, dopo una settimana d’angoscia, il mare restituì il cadavere dello sposo.
Questo fu il breve periodo epico nella vita di Mary Shelley, periodo che cade sotto la stella del romanticismo. Ma il resto dei suoi anni trascorre sotto più mite astro, l’astro, pallido di ferma e tranquilla luce, dell’età vittoriana. Bruciato sulla pira il cadavere del divino Alessandro, i suoi seguaci discendono dalle vette dell’epopea ai pascoli delle pedestri pianure. Mary diventa famosa come autrice di romanzi sensazionali nei quali – a eccezione del più noto, Frankenstein – non cessa di rievocare il carattere di Byron (questo aveva orribili difetti, but still he was very nice); e attende all’educazione dell’unico figlio sopravvissuto, Percy Florence. Claire, la isterica Claire, finisce per calmare i propri bollori in una monotona esistenza d’istitutrice; suo fratello Charles abbandona le pazze speculazioni finanziarie per l’onorifica posizione di precettore di Francesco Giuseppe a Vienna; Leigh Hunt ha sempre fiori presso alla finestra, ma la finestra non è più quella della prigione — come nella sua scapigliata gioventù —, bensì quella di una più o meno ordinata casa borghese; perfino il randagio lupo di mare Trelawny, dopo aver invano aspirato alla mano di Mary, diventa sedentario padre di famiglia. Infine Sir Timothy, l’implacabile padre di Shelley, muore, e c’è denaro per tutti. E nulla potrebbe essere più vittoriano del quieto Percy Florence, gentiluomo preciso e assestato, che si diletta di teatro e di pittura, ama, come il padre, gli animali e gli esperimenti scientifici, adora lo sport della vela, è un pioniere del velocipedismo, e in una specie di sacrario domestico raccoglie i cimeli dei genitori. Tra questi, un ritratto di Mary Shelley giovane, del Rothwell (ora alla National Portrait Gallery), quando fu restaurato, alla fine del secolo, rivelò, nello sfondo, l’immagine d’una fiamma: ed era forse quella della pira sul lido di Viareggio, a cui la vedova s’era, con lo spirito, devota.

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