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di Antonello Saiz

Vincoli. Sono i vincoli di sangue a tenere legata Edith Goodnough alla cittadina di Holt, con una ideale catena che la lega al ceppo dei doveri. Fatica duro, lontano da ogni soddisfazione, la tenera e struggente protagonista del primo romanzo di Kent Haruf, e rimane ferma in quelle distese sabbiose del Colorado, immobile nella sua fattoria polverosa, tra bifolchi vaccari e campagnoli zappaterra. Ferma ed immobile ad assolvere il suo dovere familiare, a prendersi cura degli altri per ottant’anni, aspettando, al limite, con una minima gioia, cartoline e notizie di suo fratello Lyman che gira per il mondo.

Si parte dal 1976: Edith Goodnough, ottan­tenne, giace in un letto d’ospedale, accusata dell’omicidio del fratello. A raccontare la sua storia e quella delle loro due famiglie è il vicino, Sanders Roscoe. Tutto ha inizio quando Roy e Ada Goodnough, i genitori di Edith, partono dall’Iowa, con quello spirito d’avventura dei pionieri, alla conquista di un appezzamento di terra in un Colorado brullo e deserto. All’epoca, una manciata di case ad Holt e pochissimi bovari e mandriani. Essere la moglie di un pioniere significava affrontare un lungo viaggio attraverso una terra selvaggia e colma d’insidie. Un viaggio verso una nuova vita che costringeva una Donna a un cambiamento radicale delle abitudini e delle necessità. Ada, come sua figlia Edith successivamente, piega il capo senza troppo discutere e accetta passivamente di sacrificare la propria felicità in nome della terra prima e della famiglia dopo.

Siamo nell’America rurale di inizio Novecento, tra cambiamenti e piccole innovazioni tecnologiche, e c’è la terra da coltivare. La terra arida che deve dare frutti. E c’è il duro lavoro dei campi. Tra fatiche e rinunce, Ada muore in un caldo pomeriggio estivo e a tenerle la mano è una donna mezza indiana che vive con suo figlio John a un chilometro di distanza. In quella fattoria, a poche centinaia di metri, potrebbe esserci la possibilità di cambiare il corso all’infelicità. Ma non succede, perché le cose nella vita non vanno mai come dovrebbero andare, e i vincoli finiscono per soffocare pure le passioni.

In quella fattoria vicina cresce John Roscoe, il padre di Sanders, voce narrante di questo inizio della saga della Pianura (trad. Fabio Cremonesi, NNE, pp. 260). Potrebbe essere amore, svolta. Felicità. Ma Edith sceglie di restare accanto al padre, al vecchio bastardo Roy, che va a perdere pure le sue dita tra le lame affilate di una falciatrice mietitrebbia, in una scena che è epica della letteratura. Serve praticità e senso del dovere e della rinuncia in quell’America che sa di polvere. La quotidianità è fatta solo di regole ed è scandita da un mansionario ben preciso a cui attenersi. Nello scorrere dei mesi e delle stagioni il ritmo rimane sempre quello, lento. Mungere una mucca, ammucchiare fieno, togliere i piselli dal baccello, prendere l’acqua dal pozzo. Ecco, preparare una crostata può diventare il massimo della gentilezza che puoi concederti, come pure aspettare la visita del piccolo figlio dei vicini di casa. I modi rozzi e il carattere orgoglioso di un vecchio come Roy fanno il resto in una vita fatta di rinunce. Mentre leggi Vincoli lo vedi materializzarsi, il dispotico Roy, su quel trattore ad impartire ordini alla figlia. E lo immagini col collo arrossato a causa della troppa esposizione al sole. Lo vedi con gli occhi infuocati umiliare i due figli. Ma le mansioni di pascolo e la sorveglianza delle mandrie di bestiame come pure il lavoro nei campi, non prevedono, nel suo codice, gesti garbati. Lo vedi con quel che resta delle sue mani dire cattiverie atroci, e poi non dire più nulla ma essere lo stesso autoritario nel voler imporre su tutto la propria volontà. Ma avverti pure tutta la compassione dello scrittore per queste vite di donne a perdere. C’è una voce narrante, questa volta che ci accompagna, agli albori di quello che è stato Holt. La voce di Haruf è meno scarnificata, rispetto alla Trilogia, i brulli paesaggi sono ben dettagliati come pure è amplificata la cura per le descrizioni dei piccoli gesti della quotidianità. E sicuramente è un valore aggiunto perché l’atmosfera che vai a respirare è resa in maniera così realistica che ti pare di essere proprio ad Holt, mentre leggi. L’odore di merda di vacca te lo senti appiccicato addosso mentre ascolti il racconto di Edith che munge una vacca e la coda fetida di quella le frusta, ripetutamente, il viso. Leggendo Vincoli, in quei pascoli di erba, artemisia e yucca, distesi su colline sabbiose, si finisce per sostare a lungo con piacere e a provare una strana empatia per quella umanità dolente che vede scorrere la sua vita amara, senza troppa felicità.

Sono un libraio e non uno che sa fare recensioni analizzando tecnicamente un testo. Ma prima di essere un libraio sono anche un lettore che si appassiona. La mia passione mi ha portato ad amare tanto, tantissimo Benedizione; ad apprezzare Crepuscolo e Canto della Pianura e a bocce ferme, e sulla distanza, posso dire di aver apprezzato molto meno Le nostre anime di notte. Detto questo, posso anche affermare che Vincoli lo porterò con me a lungo nel mio cuore di lettore appassionato e lo suggerirò tantissimo come libraio.

Piccolo aneddoto della domenica: io ho avuto un’insegnante di lettere al liceo straordinaria, all’epoca giovanissima, pochi anni in più rispetto a noi alunni. Si chiama Camilla Schiavo e a lei devo l’amore e la devozione verso i libri, la lettura, i grandi autori contemporanei. Questa estate ci siamo rivisti fisicamente dopo esattamente trent’anni. Siamo andati a mangiare una pizza e mentre mi accompagnavano a casa, verso Tramutola, che è un po’ come Holt, in macchina mi ha detto che doveva a me e alla mia libreria la scoperta di tanta letteratura indipendente, ma soprattutto di aver scoperto un autore straordinario come Kent Haruf. E io mi sono profondamente commosso.

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