Tradurre la parola amore Verri blog.jpg

di Mariolina Bertini

In una delle prime scene di questo romanzo di Lynne Kutsukake (Tradurre la parola amore, trad. dall’inglese di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, ed. orig. 2016, Nuova Editrice Berti, Parma, 2018, pp. 381, € 19), nata in Canada da genitori giapponesi, il caporale nippo-americano Matsumoto, detto Matt, si trova ancora a tarda sera nell’ufficio di Tokyo dove lavora come traduttore. Siamo nel 1946 e Matt è alle dipendenze del generale Mac Arthur. Da una grande finestra, al sesto piano, può spaziare su un ampio panorama:

Alla sua destra, Matt vedeva la vasta piazza delle parate, che si trovava proprio di fronte al quartier generale, dall’altra parte della strada. Al di là della piazza si estendeva il comprensorio del Palazzo imperiale. Il bosco che ricopriva l’area era avvolto da un’oscurità fitta, impenetrabile. L’unica cosa visibile era la grande distesa di grossi sassi bianchi che formavano il fossato del palazzo e riflettevano gli ultimi raggi di luce della sera. Dentro il palazzo c’era l’imperatore. E al di là del comprensorio del palazzo si estendeva una città rasa al suolo, montagne di macerie e baracche tirate su alla bell’e meglio, un paesaggio ancora disseminato di rovine, brulicante di un’umanità disperata. Per il momento, però, i segni della distruzione causata dalla guerra erano oscurati dalla notte immensa.
In quell’oscurità sempre più fitta, la città sembrava bellissima.

La Tokyo buia di questa pagina suggestiva preannuncia un tema centrale della narrazione: l’ombra della reciproca incomprensione che separa gli yankees occupanti dai giapponesi. È come se i codici di comportamento e i valori degli uni fossero avvolti, agli occhi degli altri, da un’oscurità profonda, che annulla ogni possibilità di comunicare. Nulla è semplice nel Giappone umiliato dall’atroce sconfitta che lo ha messo in ginocchio spiritualmente e materialmente: gli occupanti si muovono maldestri tra le macerie di una civiltà per loro indecifrabile, gli abitanti di Tokyo, impegnati nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, li temono, li sfruttano e li disprezzano. La condizione più difficile, poi, è quella dei nippo-americani di seconda generazione arruolati nelle truppe occupanti, e spesso guardati dai giapponesi come traditori. Eppure sono gli unici che possano, grazie alle loro competenze linguistiche, gettare le basi di un dialogo tra le due civiltà, tra i due popoli che si fronteggiano ostili. Il generale Mac Arthur lo crede fermamente. Per questo proprio ad alcuni di loro ha affidato una missione che gli sta a cuore: quella di tradurre in inglese le centinaia di lettere che i giapponesi gli scrivono quotidianamente. Sono loro, dunque, che affrontano il compito problematico enunciato dal titolo del romanzo: “tradurre la parola amore”. È per amore, per interesse o per smarrimento che ogni giorno centinaia di donne e di uomini si rivolgono per iscritto al generale americano che rappresenta ormai nel loro paese l’autorità suprema? Alcuni sembrano considerarlo una figura paterna, come se avessero trasferito su di lui la venerazione che un tempo tributavano all’imperatore. Impossibile leggere senza commozione le loro suppliche: ci sono madri fiduciose che chiedono a Mac Arthur di far tornare a casa un figlio disperso chissà dove, racconti di famiglie distrutte, di vite devastate, di perdite irrimediabili. Lo strazio degli sconfitti si esprime nel modo più nudo e diretto. Per questa parte del suo romanzo, Lynne Kutsukake si è fondata sui testi autentici di lettere che sono state conservate e pubblicate. Ne leggiamo alcune con gli occhi di Matt, che ogni giorno soffre un po’ di più della propria impotenza davanti a tanto dolore:

Caro generale Mac Arthur,
ho ottantacinque anni; dicono che con il passare del tempo si acquisiscono sapienza e consapevolezza, ma per quanto mi riguarda è vero il contrario. Ogni anno che passa, mi sembra di sapere meno dell’anno prima.
Forse ho semplicemente vissuto troppo… Tutti i membri della mia famiglia se ne sono andati prima di me: mia moglie e mia nuora di malnutrizione, mio figlio in un incendio. Avevo due nipoti, entrambi soldati nell’ultima guerra. Uno è morto in mare, l’altro è tornato ma era una persona diversa, devastata. Soffriva di un terribile male al cuore, non so se per le azioni commesse o quelle di cui è stato testimone, o per qualche altro motivo. Non lo so perché non riusciva a parlarne. L’anno scorso si è tolto la vita. Fin dall’inizio di questa guerra orribile, sono stato perseguitato ogni giorno dalla stessa domanda: come deve vivere, un uomo?
Se sua Eccellenza potesse offrirmi un consiglio a questo proposito, le sarei immensamente grato.

A un certo punto, nella vita di Matt fanno irruzione due ragazzine giapponesi dodicenni, Aya e Fumi. Anche loro hanno una lettera per il generale Mac Arthur, in cui ripongono la più ingenua fiducia: sperano che riuscirà a far tornare a casa l’amatissima sorella maggiore di Fumi, Sumiko, che ha lasciato la famiglia per lavorare come entraîneuse in una delle tante sale da ballo dove i soldati americani annegano nell’alcool a poco prezzo la nostalgia di casa. I destini di Matt, Aya, Fumi e Sumiko si intrecciano sulla sfondo di una Tokyo che è la vera “città dolente” di un periodo storico particolarmente crudele; una città dove, tra i giardini incolti dei templi abbandonati e le bancarelle del mercato nero, è possibile imbattersi nel cadavere di un neonato avvolto in preziose stoffe ricamate, o in bande di bambini per i quali il furto e il lenocinio sono già attività abituali.
L’amicizia tra Aya e Fumi è – accanto all’attività di traduttore di Matt – l’altro centro del romanzo. Fumi è la figlia di un libraio di Tokyo la cui libreria è stata distrutta dalla guerra; Aya è figlia di un nippo-canadese che è stato costretto, come molti altri, a lasciare il Canada, dopo che la moglie, internata in un campo di prigionia con la sua bambina, si è suicidata. Inizialmente Aya e Fumi, compagne di banco, si considerano con diffidenza: Aya, cresciuta in Canada, parla un giapponese antiquato e rudimentale e viene presa in giro dal resto della classe. Ma senza saperlo le due ragazzine hanno una cosa molto importante in comune: il dolore di una mancanza, di un’assenza della quale non possono parlare con nessuno. Fumi soffre per la lontananza della sorella, ma non può lamentarsene con i genitori, che vogliono proteggere ad ogni costo la sua innocenza; il padre di Aya le rifiuta, per straziato pudore, ogni spiegazione sul suicidio della madre, che si è annegata in un gelido lago canadese. Sarà proprio la sofferenza condivisa, alla fine, a cementare l’amicizia difficile delle due adolescenti, che si scopriranno unite e determinate nel momento in cui riusciranno ad uscire dall’isolamento di un dolore soffocato e senza sbocchi. Il loro percorso ricorda al lettore italiano quello della protagonista del recente Addio fantasmi, di Nadia Terranova (Einaudi Stile Libero), segnata come loro da una sofferenza che, proprio perché taciuta, pervade ed avvelena la sua vita intera. La formula in cui Lynne Kutsukake racchiude il dolore di Aya potrebbe fungere da epigrafe al romanzo della scrittrice messinese: “Aveva scoperto che l’assenza non era un vuoto o il niente: era l’opposto, insistente e onnipresente.” Raccontando storie di periodi diversi, di paesi lontanissimi, Nadia e Lynne si incontrano. Forse perché per entrambe, implicitamente, la scrittura ha lo scopo che aveva per uno dei più cari amici di Proust, il romanziere e saggista Jacques Rivière: quello di farci fare “qualche progresso nello studio del cuore umano”.