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Nato e vissuto nella capitale, Andrea Esposito lavora presso la libreria Minimum Fax, a Trastevere. Classe 1980, laureato, si è fatto le ossa come magazziniere prima di finire in mezzo ai libri. È un uomo gentile e schivo, che si dedica alle sue passioni e alle sue ossessioni con discrezione; se gli chiederete quale sia il suo hobby probabilmente vi risponderà di non averne, ma aggiungerà quasi sottovoce e sorridendo che gli piace perdere tempo in cose futili.
Il suo manoscritto, intitolato “Città assediata” e arrivato in finale alla 30° edizione del Premio Italo Calvino, è stato pubblicato a gennaio con il titolo Voragine dalla casa editrice Il Saggiatore. Nel suo primo libro Andrea ha saputo creare un mondo alienante e alienato, in cui desolazione, freddo e solitudine accompagnano il protagonista dall’inizio alla fine e, con lui, il lettore. Un mondo in cui l’unico conforto sembra poter venire dalle parole e dai racconti. Voragine è un romanzo che mantiene quanto promette nel titolo e che lascia addosso una sensazione intensa, difficile da dimenticare.

Partiamo subito da Giovani, il protagonista. Tutta la storia è centrata su di lui, eppure il libro non fornisce mai informazioni precise su di lui. Perché questa scelta? Per contro, hai scelto di chiamarlo Giovanni, nome altamente evocativo.
Sappiamo poco di Giovanni perché il nostro punto di vista, il narratore del libro, è falsamente oggettivo. In realtà conosciamo poco tutti i personaggi che compaiono nel libro, dato che il narratore dice solo quello che vede, senza giudicare i personaggi o le loro azioni. Pertanto non superiamo mai la barriera dei loro corpi. Detto questo, il narratore è ossessivamente concentrato su Giovanni e quindi noi seguiamo soltanto lui per il corso del libro. Il nome nasce proprio dalla suggestione del Vangelo di Giovanni citata in esergo: nelle pagine finali di questo Vangelo, Pietro chiede a Gesù cosa sarebbe successo a Giovanni e Gesù risponde qualcosa tipo: “se io voglio che lui resti fino al mio ritorno, a te che importa?”. Questa frase mi ha sedotto ed è diventata un punto di partenza per il libro, una sorta di “what if?”. Cosa sarebbe successo se Giovanni fosse stato “condannato” ad aspettare il ritorno di qualcuno, qualcuno che non capisce, che non conosce, a cui non crede? Come si poteva raccontare questo destino di solitudine?

Anche la città post-apocalittica che fa da sfondo alla vicenda è priva di connotazioni precise, come Giovanni. Eppure ha una grande importanza nella narrazione, è quasi un personaggio, al punto che avevi intitolato il manoscritto Città assediata.
Sai che oggi preferisco il nuovo titolo e non riesco più a pensare il libro col titolo precedente? Certo, la città resta uno dei punti focali della storia, un fulcro comunque fuori fuoco per gran parte del testo. Il libro racconta diverse periferie (lo sguardo stesso è, diciamo, periferico) e tiene fuori dal campo visivo molti degli eventi, in particolare i più orribili. Credo infatti che l’assenza sia un elemento di suggestione più potente dello svelamento, un fattore che contribuisce a togliere al lettore certezze e punti di riferimento. Volevo che Giovanni e il lettore si trovassero insieme a camminare per un mondo sconosciuto.

Nella desolazione che racconti, uomini e animali si comportano spesso nella stessa maniera: agiscono senza pietà, spinti soltanto dall’istinto di sopravvivenza.
Uomini e animali vengono confusi molto spesso, così come i corpi si accavallano tra loro in un’ambigua sovrapposizione. Uno dei temi del libro a cui tengo di più è proprio quello della ricerca di umanità: cos’è l’umanità, cosa rende umani gli esseri umani. Per questo molti uomini vengono mostrati proprio in un momento in cui stanno per perdere, o hanno appena perso, quello che li caratterizza, così come altri invece si affannano a cercare un senso in quello che li circonda.

In tutto questo smarrimento Giovanni “sente una voce”, una voce che lo accompagna, che in qualche modo gli descrive la realtà in cui si trova. Qual è il ruolo di questa voce?
Per le prime pagine la voce che racconta il libro sembra quella di un narratore onnisciente. Ma a un certo punto della storia c’è una rivelazione e poi in qua e là si incontrano altri indizi che portano a ipotizzare cosa sia questa voce e a chi potrebbe appartenere. Non voglio aggiungere altro, dato che alcuni colpi di scena del libro sono incentrati su questo progressivo svelamento.

Nel tuo libro c’è un’immensa solitudine. Nel mondo ostile che descrivi, in cui “uomo mangia uomo”, in cui i superstiti vagano smarriti e la struttura sociale è andata in rovina, quello che forse più di tutto mette angoscia è proprio il sentimento della solitudine.
L’idea di base del racconto era quella di un uomo solo che fugge e che non può trovare conforto negli altri perché non può o non è in grado di parlare con loro, perché non sa cercare il loro aiuto. All’inizio doveva essere la storia di un homeless. Ancora adesso il libro, specialmente la prima parte, è di impianto fortemente realistico (più avanti se vogliamo c’è uno sconfinamento allucinatorio, ma non fantastico). Gli ostacoli che Giovanni si trova ad affrontare sono profondamente reali, sono la fame, il freddo, la solitudine. Volevo vedere quest’uomo che costeggia la nostra esistenza quotidiana, che ne è irrimediabilmente escluso, e trasformare la sua sopravvivenza in un’avventura.

Una storia come quella di Voragine porta a fare parallelismi con la realtà attuale, con la crisi (non solo economica) che stiamo vivendo. Una realtà in cui spesso la paura di perdere ciò che abbiamo riesce a spingerci verso strade a dir poco discutibili.
La minaccia di un esterno innominabile e incomprensibile è una delle paure più forti che ci pervade. In nome di questa paura vediamo ogni giorno noi stessi e gli altri abbandonare pezzi di umanità. Il mondo in cui ci troviamo è un mondo che non riusciamo a comprendere, a decodificare; per questo la paura aumenta, perché ogni paura è fomentata dalla mancanza di conoscenza.

Cover Voragine

Il tuo romanzo può essere assimilabile al genere distopico? Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Parto dalla seconda domanda e cito Beckett, Bernhard, Ransmayr, Krasznahorkai. Questi fra tanti, ma sono riferimenti che ovviamente ho provato a tenere lontani il più possibile durante la stesura. A libro chiuso, rileggendolo, posso dirti che mi pare di vedere echeggiare questi più di altri. Qualcuno che l’ha letto ci ha visto Saramago, qualcuno McCarthy, qualcuno Dürrenmatt addirittura. Per me sono tutti riferimenti validi, di autori che amo, che in un modo o nell’altro possono essere entrati nel libro. Tutti gli autori che hai letto in un modo o nell’altro entrano in ciò che scrivi. Per quanto riguarda il distopico, non penso che sia una definizione troppo calzante per questo romanzo: credo che la distopia abbia a che fare con la descrizione di un mondo futuro per arrivare a dire cose del nostro presente. Nel libro non c’è alcuna descrizione di un mondo futuro, tutto è tenuto fuori, ai margini degli occhi del lettore.

E poi il Premio Italo Calvino. Come mai hai scelto di partecipare?
Appena ho scritto il libro mi sono reso conto di quanto fosse estremo, ma allo stesso tempo mi sembrava il libro in cui mi riconoscevo di più, in cui mi ero espresso meglio rispetto ad altre cose che avevo scritto prima. Però non sapevo davvero cosa pensarne e volevo un giudizio tecnico, focalizzato sul libro e non su di me. Può sembrare buffo, perché essendo un libraio conosco molte persone nelle case editrici, persone che stimo a cui avrei potuto mandare in lettura il libro. Ma la circostanza mi imbarazzava, perché avendo con loro un rapporto anche personale avrei potuto metterli in difficoltà chiedendo un parere oggettivo. Quindi ho pensato alla scheda di lettura del Calvino, che sapevo essere molto approfondita, perciò ho mandato il manoscritto, per riceverla. Quando mi hanno chiamato davvero non me lo aspettavo. In occasione della finale, poi, ho conosciuto grandi professionisti, lettori superbi, persone appassionate. È una bellissima istituzione e il percorso di ricerca che fanno mi pare semplicemente meritorio.

Com’è stato il tuo percorso editoriale per arrivare dal manoscritto al libro?
Il lavoro col Saggiatore è stato straordinario. Ho lavorato con Andrea Gentile, Damiano Scaramella e Giuseppe Favi, tutti bravissimi. L’editing è un processo rivelatore e molto intenso. Sono stato aiutato a far uscire dal libro quello che era dentro e magari nascosto. Sono stato aiutato nel rendere il libro più vicino alla forma che aveva nella mia testa.

Adesso che il libro esiste ed è nelle librerie, adesso che il percorso di Voragine è finito, cosa fa Andrea Esposito?
Sto scrivendo un’altra cosa. Vorrei continuare a esplorare una certa idea di letteratura estrema, come ho fatto con Voragine. Se per il primo libro uno dei riferimenti è stato il Vangelo, il secondo nasce invece da una suggestione proveniente dal Libro tibetano dei morti. Vedremo.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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